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«Come non pensare all’amore quando si guarda una coltelleria?», Clara Wallin, La Révolution surréaliste, n. 4, luglio 1925.


Alcune parole si fanno rasoi, coltelli della vita che urge. E le incisioni che essi operano non sono per forza subordinabili alle cicatrici che ne conseguono. [Penso a certi testi che sono cicatrici, segni di un passato che ci affattura, ci persegue, ci chiude stupidamente.]
Quanto a me: amo più il coltello o la ferita? Sono più nella cura dell’opera o dentro il taglio? Ma è poi così importante decidersi per una delle due metà della mela?
Il pensiero levigato e raziocinante degli umani civilizzati non mi ha mai toccato granché, se si eccettua beninteso quel bisogno di urlare – con gli occhi, le mani, il cazzo – che sorge in me imperioso ogni qualvolta le loro parole assedino la mia presenza per intonacare il buonsenso socialmente determinato.
A dirla tutta, non mi sono mai interessato all’umanità astratta del pensiero occidentale, bensì alle singolarità che creano senso a partire dall’amore che nutrono per il mondo e per la sua critica – dove “mondo” è l’insieme di relazioni, idee e materie che verificano l’altro e la sua possibile unicità e “critica” è la volontà di sganciare le forme-di-vita (che creano il mondo) dalla morte che accettiamo o compriamo passivamente ogni giorno.
Solo le singolarità che amano senza perdersi nella valorizzazione mercantile dell’amore [io ti do x sentimenti e tu mi dai in cambio y emozioni], solo queste singolarità sanno coniugare una pratica carnale dell’intelligenza con quella che io chiamo conoscenza estetica della materia.
Cosa vuol dire tutto ciò? Che forse il concetto abusato di bellezza possa ripresentarsi immutato dopo lo stupro di massa che ha subìto dandoci la sensazione di una qualche libertà residuale? Uhm…
La comunità che nasce dalle unicità che mettono in comune le proprie specificità parte ovviamente da tutto il possibile: pensiero del mondo; intelligenza della carne; critica dell’esistente; adozione di un destino singolare da contrapporre al destino del “cittadino” che muore negli adempimenti di massa; ecc. Tuttavia, solo mediante lo sbaragliamento del possibile e la seduzione dell’incredibile, noi umani possiamo risolverci nel nostro mondo senza disertare il senso della propria mortalità (del proprio perché) in esso.
In questo mondo, che è anche mio perché anch’io lo penso e lo attraverso, io manifesto una voce, prendo su di me le parole, le vaglio attraverso l’esperienza. Ed è l’esperienza del mondo che mi consente di parlarne senza perdervi la meraviglia residua. Il parlarne prepara l’agire ulteriore, in un movimento incessante che non finirà con me, poiché tale movimento mi appartiene solo attraverso la rispondenza degli altri, solo grazie alla mia tangenza ad altri. E questi, venendomi incontro senza concedermi sconti, ne fanno una nuova esigenza di senso rilanciando la potenza delle forme-di-vita che incarniamo e che amiamo.
[Ma anche se nessuno mi ascolta, c’è sempre qualcosa che sente.]
Non esistono problemi di comunicazione per chi opera nel vivo della poesia immergendosi con parole e pratiche nei flussi della materia vivente. Semmai esiste una sola grande questione per i poeti dell’ingovernabile: fare comunità a partire dal movimento della propria poesia e rendere questa loro comunità un’unione di forze per lo sviluppo delle unicità in gioco.
Noi siamo il dettaglio che irride l’universale per riverberarsi in mille altri dettagli. Tuttavia dobbiamo ricombinare questi innumerevoli frammenti in un flusso decisivo, rifacendo l’insieme delle comunità (delle bande, delle mute) onde rifare il mondo in un ordine senza definizione (senza Legge) – ossia in una deframmentazione del mondo come movimento unitario delle singolarità che si vivono reciprocamente nell’aderenza alla propria unicità.
Non si riparte mai da zero, se si tende all’unione senza perdersi nell’unità. Il decadimento eventuale del pensiero dipende da ciò che si pensa e dai modi di chi pensa. La vita è molto più semplice della gran massa di pensiero che la pensa, anche se ciò non è più così facile da pensare.
Noi viviamo nell’immediato la mancanza di definizione ultima della vita – e la poesia che segna la nostra unicità sviluppandola in ogni direzione (perché senza direzione possibile) è e resterà un’esigenza d’ordine non legata ad alcun governo.
La poesia ridiventa randagia. Il Libro non la rinchiude più. Andate per il mondo, costruite decisioni, perdete le definizioni del potere. La vostra unicità sarà sempre un seme per le terre ulteriori. Non preoccupatevi di chi l’innaffierà, occupatevi dell’aratura.

3 – Fine