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Il surrealismo ha partorito in poesia una profusione di gemme inestimabili, spesso anche ai margini di quello che era il movimento “ufficiale” nato a Parigi intorno alla figura di André Breton.
Un giovanissimo Roger Gilbert-Lecomte (1907-1943) fonda nel 1922, insieme all’amico René Daumal, la rivista Le Grand Jeu. Benché ne siano usciti soltanto tre numeri, mentre un quarto resterà inedito per la sopravvenuta dissoluzione del gruppo redazionale, Le Grand Jeu è stata una delle esperienze più interessanti tra quelle nate nell’alveo del surrealismo francese. Pur mantenendo un rapporto assai conflittuale con Breton & C., e non aderendo mai ufficialmente al gruppo storico, i membri del Grand Jeu, soprattutto Gilbert-Lecomte e Daumal, hanno dato indubbiamente un contributo fondamentale ai tentativi di liberazione totale dell’espressione umana.
Il poema Sacre et massacre de l’amour è tratto dalla raccolta: La Vie, l’Amour, la Mort, Le Vide et le Vent (Editions des Cahiers libres, 1933).

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I

All’oriente pallido dove l’etere agonizza
All’occidente delle notti dalle grandi acque
Al settentrione dei turbini e delle tempeste
Al meridione benedetto dalle ceneri dei morti

Alle quattro facce bestiali dell’orizzonte
Davanti alla faccia del toro
Davanti alla faccia del leone
Davanti alla faccia dell’aquila
Davanti alla faccia dell’uomo sempre incompiuta
E senza tregua impastata dal dolore di vivere

Al cuore della colomba
Nell’anello del serpente
Dal miele del cielo al sale dei mari

Unico simbolo vivo dello spazio femmina
Corpo di donna stellato
Urna e forma dei mondi

Corpo d’azzurro a forma di cielo

II

Territorio fantasma dei figli della notte
Luogo d’assenza del silenzio e delle ombre
Tutto lo spazio e ciò che serra
È un buco nero in pieno bianco

Come la caverna dei mondi
Tutto il corpo della donna è un vuoto da colmare

III

L’alba fredda
Dalle tenebre pallide
Inonda i poli
Del cielo e della carne

Correnti sotterranee della carne e degli astri

In fondo ai corpi di terra
I terremoti
E le faglie dove tuonano
I vulcani del delirio

Assisa sul tripode
Colei che urla
La bocca mangiata
Dall’amarezza
In fiamme degli allori di gloria
Schiuma
Della furia dei mari
La donna dai capelli
D’uragano
Dagli occhi d’eclisse
Dalle mani di stelle raggianti
Dalla carne tragica vestita della seta dei fremiti
Dalla faccia scolpita nel marmo dello spavento
Dai piedi di luna e di sole
Dai gesti d’oceano
Dalle reni mobili d’onda viva
Ampia e palpitante

Il suo corpo è il corpo della notte
Fiamma nera e doppio mistero
Della sua identità inversa che risplende
Sullo specchio delle grandi acque

IV

Visitazione livida al deserto dell’amore

Cieca profetessa dallo sguardo di cristallo
Sentano le orecchie del tuo cuore
Ruggire i leoni interiori
Del cuore

Il gran velo di bruma rossa e il rumore
Del sangue arso dal veleno degli incanti
E le virtù del desiderio
Che intorno alla tua gola notturna
Accendono la voracità dei vampiri
Danza immensa delle gravitazioni nuziali
Alle palpitazioni dei mondi e dei mari
Al ritmo dei soli del cuore e dei singhiozzi
Verso il tempio perduto nell’abisso dimenticato
Verso la caverna seducente che generò
L’ombra panica nella prima notte del mondo
Ecco l’appello la tromba e il volo della semenza
L’appello del centro sotterraneo in fondo ad ogni cosa

Danzatrice che sposa la notte all’acqua-madre
Vegetale che sposa la terra al sangue del cielo

V

Come Anteo riprende vita a contatto della terra
Il vuoto riprende vita a contatto della carne
Vengo nel tuo seno a compiere il rito
Il ritmico ritorno al paese di ante-nascita
Il segno animale dell’estasi antica
Vengo nel tuo seno a deporre l’offerta
Del balsamo e del veleno

Cieco annientato nei sotterranei dell’essere

VI

Ma chi potrebbe forzare la maschera del tuo volto
E l’opaca frontiera della pelle
Raggiungere il punto nullo in sé vibrante
Il punto morto al centro e padre dei fremiti
Che muovono all’infinito le loro onde circolari
Immobile in fondo al cuore l’astro assoluto
Il punto vuoto sostegno della vita e delle forme
Che diventano al cerchio dei tormenti
Il segreto delle cieche metamorfosi

Da dove viene la disperata speranza
D’amore annientato in una doppia assenza
Al culmine fulminato del delirio
Atto androgino d’unità
Che l’uomo aveva dimenticato per sempre
Prima della nascita del mondo

Prima dell’emorragia
Prima della testa

VII

Parole del Tibet
Una volta si diceva
Ch’errasse smarrita nell’informe
Dispersa nell’oscurità
La povera ombra senza grasso del morto
Con la bocca piena di terra
Nel buio immemore ove turbina fa freddo
Lo spazio non conosce che lo scivolare gelido delle larve
All’improvviso
Se falena che un lontano chiarore tenta
Scorge la caverna incantata
Il paradiso illuminato dalle gemme calde
Il regno degli splendori e delle beatitudini
Ai confini del desiderio essenziale
Che mai soddisfatto si colma perpetuo
All’appello inebriante di odori vertiginosi
Che entri
Ombra morta
E s’addormenti
Per risvegliarsi per sempre incatenata
Invischiata alle radici d’un ventre
Orrido feto votato ancora per una vita
Alla disperazione delle generazioni
Raggirato dalla ruota dell’orrore di vivere

Dal vecchio feto antico
Alla nostra madre putrida
La putredine ava
Vestita di fosforo

La regina demente
Che fa e disfa
I destini e le forme

E del corpo stellato
Della donna eterna
Abbandona le ossa all’onore della cenere

Impone all’orgoglio statuario delle carni
La spaventosa orizzontalità delle acque


[Traduzione di Carmine Mangone.]

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