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Il decimo paragrafo del mio Quest’amante che si chiama verità (edizioni Gwynplaine, 2014).
Le foto sono di Anna Malina.




Se io dubitassi in qualche modo del tuo corpo, non saprei certo come accoglierlo, né riuscirei ad amarlo.
Col dubbio non si va poi così lontano, in materia d’amore, benché siano in tanti gli uomini che amino ingannarsi partendo dal proprio scetticismo.
Abbiamo voluto creare spazi di libertà defalcando il rigore e la gioia dalla trama dell’opera. Abbiamo cercato di albergare nel dilatamento delle questioni pratiche. Siamo scesi a compromessi murando la nostra unicità di viventi nella generale pretesa di un progetto. Eppure, la verità non è fatta di idee, ma di corpi che incarnano idee. L’idea muore, si spegne mestamente nei libri, se non trova una carne da cui urlare o sussurrare.

Dio ha cominciato a morire allorché si è incarnato. E morendo, ha lasciato alla voracità puerile degli uomini la libertà di nutrirsene e digerirlo.
L’unica verità palese è il corpo delle vite che tocchiamo. Tutto il resto è solo un insieme di cose inanimate e idee da verificare.

Ti trovavo adorabile quando mostravi la gioia del tuo sesso tra i ricami del pudore. Davi una definizione semplice e immediata alla mia idea di verità. La carne che toccavo riempiva e amava quest’idea, come io amavo te. Non potevo raccoglierti in una sola idea. La tua presenza era il sorriso di tutto un corpo, la gioia di una materia che sorrideva con le labbra di ogni tuo desiderio.
Puoi forse biasimarmi se cerco la verità fra le pieghe della tua intelligenza carnale? Non ti riduco al suo interno e non ne faccio un principio di fede.
Sono così ottuso da credere che l’uomo, in origine, abbia inventato i segni e la scrittura per salvare brandelli della propria vita carnale creando così una dimensione separata dove riporli o moltiplicarli artificialmente (il corpo ha cominciato a contenere tanti corpi, è nata una memoria storica della carne, una storia sociale dei corpi); ma la mia ottusità non ti risolve nelle parole con cui ti carezzo – e che si vogliono come dita abili, intraprendenti.
Ciò che dico rimane un indice dell’esterno, e questo dire l’esterno ha sia una valenza poetica, sia una funzione pratica, perché seleziona criticamente la bellezza, irrora il mio pensiero con elementi che lo rendono dinamico e convoglia sangue verso il mio cazzo.





Il mio pensiero è un catalogo carnale, che niente separa dalla tensione che mi conduce a toccarti. Il pensiero non veste la realtà, la denuda ulteriormente. L’interno e l’esterno, rispetto al senso che posso avere della mia presenza, costituiscono i lati di una stessa porta basculante, e sono come le due stelle di un sistema binario, il cui rapporto indissolubile si fonda su una reciproca attrazione gravitazionale.

La mia mente tende a svestire. Non mi sento granché a mio agio negli abiti che mi confeziona la ragione. Voglio vedere nude tutte le cose. Voglio toccare la fica di ogni tuo pensiero. E quando mi costringo a impiegare delle strutture logiche, come può esserlo ad esempio questa macchina testuale, lo faccio solo con la brama di oltraggiare ogni struttura che mi vieti il denudamento.

Un eterno denudamento dell’esistente. Dove furori e tenerezze si rincorrono attraverso i giorni svelando quei dettagli dell’intesa che danno un senso alla generalità del mondo. Un venire a spogliarti, anche, che non si vuole come spoliazione. Guerra di rose, di rose che hanno l’incarnato della meraviglia, se mi passi la formula poetica e puerile (ma in amore si torna ad essere acerbi, a pretendere un’infanzia del mondo, un’età dell’oro), dove la battaglia tra spine e petali resta però un gioco avvincente, festoso, senza vincitori né vinti.