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Il poeta surrealista Benjamin Péret compì un viaggio in Brasile nel 1955 per presenziare alle nozze del figlio Geyser, avuto dal suo primo matrimonio con la cantante brasiliana Elsie Houston. Péret resterà nel paese latino-americano all’incirca una decina di mesi e ne approfittò per visitare alcune tribù native dell’Amazzonia e del Mato Grosso, nonché per elaborare uno scritto storico-politico sul quilombo di Palmares, sorta di comune libera fondata nel XVII secolo da alcune migliaia di schiavi negri sfuggiti alla cattività. Qui di seguito vi propongo l’incipit e la chiosa del testo in questione.

Di tutti i sentimenti che si agitano nel cuore dell’uomo, il desiderio di libertà è certamente uno dei più imperiosi e la sua soddisfazione una delle condizioni essenziali dell’esistenza. È per questo che egli non ha pace, quando se ne vede privato, finché non l’abbia riacquisito; sicché la storia potrebbe limitarsi allo studio degli attentati contro la libertà e agli sforzi degli oppressi per scuotere il giogo che è stato loro imposto. Se il desiderio di libertà è a tal punto ancorato nel cuore dell’uomo, non è paradossale che egli se lo sia lasciato strappare più di una volta? In realtà, la sua sparizione brutale, provocata da violente crisi, pare subita solo nella misura in cui lo sviluppo che vi conduce passi inosservato. Il fatto saliente, l’accidente della storia rendono il pericolo imminente e sensibile a tutti; ma le forze in azione hanno già acquisito un’autonomia sufficiente perché il movimento, una volta lanciato, prosegua automaticamente fino alle sue ultime conseguenze. Così, nessuno poteva immaginare che la tradizionale divisione del lavoro in seno alla famiglia, superando il suo ristretto ambito, avrebbe generato un giorno la schiavitù e poi la spietata società capitalista, sotto molti aspetti ancora più atroce del precedente sistema di sfruttamento.
In effetti, accade tutto come se l’uomo non aspirasse mai tanto alla sua libertà che nel momento in cui la perde; di certo perché essa costituisce, per lo spirito come per il cuore, l’ossigeno senza il quale non può sopravvivere. Se l’essere fisico non può vivere senz’aria, l’essere sensibile può solo indebolirsi e degenerare senza libertà.
Considerata in tal modo, essa diventa un elemento quasi fisico, acquisendo un valore inestimabile allorché si vada rarefacendo. È una concezione rudimentale, quasi animale, della libertà. Tant’è vero che l’uomo, finché non giungerà ad elevarsi al di sopra d’un tale livello, sarà facilmente privato di questa libertà elementare, che, quando viene a mancargli, rende l’individuo totalmente incapace di vedere più in là della gabbia che lo rinchiude. Prima conclusione: si deve prendere coscienza della libertà che si è conquistata e difenderla gelosamente contro ogni attacco.
L’esortazione di Danton: «Audacia, ancora audacia, audacia sempre!» è lontana dall’aver perso la sua attualità. Nei fatti, la sola colpa dell’uomo è stata la sua pusillanimità. La sua sete di libertà non sarà mai eccessiva. Egli deve suscitarla, stimolarla ogni giorno di più, affinché la concessione strappata ieri gli serva domani per reclamare ancora di più, e questo fino alla sua completa soddisfazione. Ma l’uomo, potrà mai conoscere la sazietà? Ciò vorrebbe dire che i desideri umani sono limitati o che, come sostiene Marx, si può ammettere una fine della storia. Tutto va contro una tale asserzione. L’uomo è prima di tutto un essere desiderante, le cui aspirazioni sono ostacolate da tanto di quel tempo che egli ne conserva solo una coscienza intermittente. Ora, non si potrà fondare niente di vivo e stabile, niente che possa estendere il campo magnetico dello spirito e del cuore, al di fuori del prolungamento crescente di questi lampi di coscienza e della loro intensità.
Fintantoché il «più luce!» di Goethe morente non sarà diventato per tutti la regola di ogni giorno, la libertà illuminerà solo i topi occupati a minare l’edificio in cima al quale essa scintilla. (…)
Forse bisogna che l’uomo commetta degli errori prima di scoprire, nel profondo di se stesso, l’elemento di verità capace di germogliare e il cui riconoscimento condiziona il successo del salto che s’impone. Errore e verità sembrano d’altronde esaltarsi l’uno con l’altra e non poter sussistere isolatamente, riproducendosi così in un amplesso eterno l’uno nell’altra. La lotta senza tregua, che a volte interrompe quest’abbraccio, non ne condiziona forse il calore? Noi non intendiamo in alcun modo difendere qui la posizione dell’indifferenza, ma al contrario, ricavare dalla natura percepibile, dalla verità, una ragione in più per facilitare la sua rapida maturazione. Dappertutto, vita e morte si generano mutuamente, e al di là della superbia dei grandi alberi abbattuti dalla tempesta, gli occhi, domani, potrebbero sempre approfittare dello splendore delle orchidee.

(Cfr. B. Péret, Qui fut le quilombo des Palmares?, in: Œuvres Complètes, tome 6, Librairie José Corti, Paris, 1992, pp. 37-38 e 72. Testo comparso originariamente nel 1956 sulla rivista brasiliana “Anhemi“. È stato ripubblicato di recente con il titolo La Commune des Palmares, Éditions Syllepse, Paris, 1999).



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