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Allorquando la dimensione pubblica si è appropriata delle più intime attività dell’uomo, regolandole “industriosamente” per evitare che sfociassero in modo rovinoso nel luogo della produzione, lo Stato moderno ha inaugurato in quel mentre la sua scatologia autoritaria.
I residui organici andavano fatti confluire in un’economia sommersa – del tutto funzionale all’espansione del mercato capitalista sulle terre note – onde rigenerarli, quando possibile, e anche solo simbolicamente, in un prodotto di fertilizzazione e di recupero del disavanzo fisiologico.
Nel novembre del 1539, Francesco I di Valois emanava un editto mirante alla disciplina dei rifiuti e degli scarichi fecali di Parigi, perché questi facevano inorridire, testualmente, “ogni persona d’onore e bennata”. Tale levata di scudi contro la merda, finalizzata nominalmente al “buon governo” della città nel pieno del processo di urbanizzazione, va vista soprattutto come uno dei primi, decisivi passi, mossi dal potere, verso la concussione del corporeo.
Il bambino, così come l’uomo civilizzato trattato come un poppante, non ha alcuna proprietà sulla sua merda, che viene socializzata e quindi incanalata in un’economia domestica del tutto propedeutica ai meccanismi generali della valorizzazione. La capacità di controllo ed inibizione degli sfinteri è alla base della coscienza sociale, in quanto il rimosso materico che non viene vissuto come piacevole liberazione della tasca anale, è parte fondante dell’individualità che si aliena nascendo all’approvazione degli altri. La liberazione, lo scioglimento incontrollato di un bisogno, si tramuta ben presto, grazie alle pressioni degli educatori, in uno scambio, anzi, nel prototipo stesso dello scambio, proprio quando il bambino si rende conto che, trattenendo i propri escrementi per far piacere ai genitori, ne ottiene come contropartita i favori su scala accresciuta. Ciò che gli psicologi definiscono “amore di forma oblativa”, quindi non è altro che una sorta di accumulazione originaria del capitale emotivo al grado primo della coscienza; capitale emotivo investito fin da subito in rapporti di produzione e di scambio basati sentimentalmente sulla rinuncia e l’abnegazione. È ovvio che la stessa ritenzione può essere vista, talvolta, come un atto d’insubordinazione ai diktat familiari, ma in questo caso si tratta chiaramente di una spia del malessere che il bambino inizia ad avvertire nel primo serio confronto con l’autorità. Tenuto sotto stretto controllo il senso di liberazione che ne è connaturato, la minzione e l’evacuazione delle feci si fanno produzione per antonomasia del negativo, del negativo percepito e rappresentato familiarmente come scarto improduttivo, del quale non si parla, se non in termini convenientemente deprezzati, e che deve far posto incessantemente a nuovi “valori nutritivi”.
In altre parole, cacarsi addosso non è mai un bell’affare. Il bambino se ne avvede ben presto, certo a malincuore. Preferisce in ogni caso sottomettersi al controllo delle deiezioni, piuttosto che impiastricciarsi anarchicamente, perché non ha delle reali alternative, e forse neanche si pone il problema di non averne.
Ben altro discorso, è avere a che fare con individui “adulti” che mantengono un cattivo rapporto con i propri scarti fisiologici, e con gli scarti e le attività improduttive in genere. Si fa presto a dire che il mondo in cui si vive è “un mondo di merda”, quando magari ci si lamenta di non avere un lavoro, una moglie, del denaro e una macchina veloce. Ma non sarà stato proprio il nostro sistema fondato sul lavoro, il denaro, i rapporti alienati e un uso insensato della tecnica a smerdare il mondo? È di chi è la responsabilità? Di quelli che lavorano per il mantenimento di questo mondo ma non vogliono sporcarsi le mani con la sua merda, o di quelli che conservano la gioia dell’evacuazione di stronzi ben fatti e combattono strenuamente sia la diarrea delle merci che la stipsi emozionale socialmente indotta?
Bisogna riconoscere la qualità essenziale di tutte le attività improduttive che portano l’individuo a liberarsi delle proprie scorie, lottando sia contro i sensi di colpa e lo schifo che le nega, sia contro la valorizzazione capitalistica che le reprime. Il mondo dell’utile è il mondo dell’igienismo invasivo e autoritario, dove l’ossessione per l’asetticità e l’efficienza rimanda instancabilmente alle intenzioni di “buon governo” del corpo sociale sul corpo individuale socializzato. L’organismo vivente è considerato un apparato macchinale, da fissare il più possibile nella durata, iperfunzionale, privo di momenti sovrani (nonostante la privatizzazione dei piaceri), e la cui autenticità è vidimata esclusivamente dall’integrazione nel mondo dell’utile.
Il processo di gerarchizzazione delle attività umane ha espulso dal “corpus” della civiltà le pratiche escrementizie, relegandole in un ambito privato rigidamente circoscritto: l’uomo civilizzato può sempre cacare in santa pace, ma la sua merda non deve mai debordare dai cessi, ossia dalla dimensione regolata del privato, pena l’intorbidamento molesto della sfera comunitaria.
Ci si deve sempre ritirare nella domesticità per sgravarsi corporalmente. Il privato diventa la dimensione del rimosso materico e del suo nascondimento. Non ci sono alternative: bisogna che il cittadino rimanga nella latrina dell’esistente. Se poi i panni che lava in famiglia finiscono puntualmente per vestire le sue nevrosi, questo non ha alcuna importanza per il sistema di dominio.
L’uomo civilizzato occulta i propri escrementi nel carcere della quotidianità. Veglia sulle proprie feci come una sorta di vestale delle abiezioni organiche privatizzate d’autorità. Contempla la stitichezza emozionale dei suoi simili, che è anche la sua, dall’alto della torre di babele tecnologica. Non ha piacere che si stia a sindacare sulla realtà dei suoi sfinteri, né tanto meno che ci sia qualcuno che si metta a cacare liberamente nel suo territorio. Ogni cittadino ha diritto alla sua ritirata. E tutte le intrusioni nei suoi recessi privati saranno “sciolte” ex lege da qualsivoglia soddisfazione. In cambio, naturalmente, del pieno consenso alla bioeconomia del capitale.
“Doveva essersi svegliato proprio male quella mattina, il nostro bravo Larry, a giudicare da quello che la polizia ha trovato nella sua casa, dopo la strage. Le pareti erano butterate di colpi di piccone e di proiettili, le porte sfondate, i vetri infranti, i mobili sfasciati e sparpagliati, i divani sventrati e la tazza del water otturata per sempre da una colata di cemento, come se il tornado Larry, dopo avere devastato la sua casa, avesse voluto assicurarsi che dopo di lui nessuno potesse servirsi del suo gabinetto. Anche il cesso ha dovuto morire con lui” (“la Repubblica”, 17 settembre 1999).


Carmine Mangone, testo pubblicato originariamente sulla e-zine Nux Vomica (n. 9, 10 gennaio 2001) col titolo “In latrinis mortui et occisi”.