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Nel giugno del 1870, Isidore Ducasse pubblica il secondo fascicolo di Poésies, del quale qui si propone una scelta di aforismi. Sarà la sua ultima pubblicazione a stampa. Morirà infatti, a soli 24 anni, nel novembre successivo. I disegni sono di Maurice Henry (dall’alto in basso: Lily et Maldoror, 1968;  Hommage à Lautréamont n. 3, 1968).





(…) Le parole che esprimono il male sono destinate ad assumere un significato utile. Le idee migliorano. Il senso delle parole vi partecipa.
Il plagio è necessario. Il progresso lo implica. Esso incalza la frase di un autore, si serve delle sue espressioni, cancella un’idea falsa, la sostituisce con l’idea giusta.
Una massima, per essere ben fatta, non richiede correzioni. Chiede di essere sviluppata. (…)
Le descrizioni sono una prateria, tre rinoceronti, la metà di un catafalco. Possono essere il ricordo, la profezia. Non il paragrafo che sto per finire.
Il regolatore dell’anima non è il regolatore di un’anima. Il regolatore di un’anima è il regolatore dell’anima quando queste due specie d’anima sono abbastanza confuse da poter affermare che un regolatore è una regolatrice solo nell’immaginazione di un pazzo che scherza.
Il fenomeno passa. Io cerco le leggi.
Vi sono uomini che non sono tipi. I tipi non sono uomini. Non bisogna lasciarsi dominare dall’accidentale.
I giudizi sulla poesia hanno più valore della poesia. Sono la filosofia della poesia. La filosofia, così intesa, ingloba la poesia. La poesia non potrà fare a meno della filosofia. La filosofia potrà fare a meno della poesia. (…)
La poesia deve essere fatta da tutti. Non da uno. Povero Hugo! Povero Racine! Povero Coppée! Povero Corneille! Povero Boileau! Povero Scarron! Tic, tic, e tic. (…)





Studiare il male per cavarne il bene, non è studiare il bene in sé. Dato un fenomeno buono, ne cercherò la causa.
Fino ad oggi, si è descritta l’infelicità per ispirare il terrore, la pietà. Io descriverò la felicità per ispirare i loro contrari.
Esiste una logica per la poesia. Non è la stessa della filosofia. I filosofi sono da meno dei poeti. I poeti hanno il diritto di considerarsi al di sopra dei filosofi.
Non ho bisogno d’occuparmi di ciò che farò più tardi. Dovevo fare ciò che faccio. Non ho bisogno di scoprire le cose che scoprirò più tardi. Nella nuova scienza, ogni cosa viene a suo tempo, questa è la sua eccellenza.
In moralisti e filosofi, c’è la stoffa del poeta. Il poeta racchiude in sé il pensatore. Ogni casta sospetta l’altra, sviluppa le proprie qualità a detrimento di quelle che l’avvicinano all’altra. La gelosia dei primi non vuole ammettere che i poeti sono più dotati. L’orgoglio degli ultimi si dichiara incompetente a rendere giustizia ai cervelli più teneri. Qualunque sia l’intelligenza di un uomo, bisogna che il modo di procedere del pensiero sia lo stesso per tutti. (…)
Noi nasciamo giusti. Ognuno tende a sé. Ossia verso l’ordine. Bisogna tendere al generale. L’inclinazione verso se stessi è la fine d’ogni disordine, in guerra, in economia. (…)
Bisogna che io scriva in versi per distinguermi dagli altri uomini? Che la carità si pronunci! (…)
Finché i miei amici non moriranno, io non parlerò della morte.
Siamo costernati dalle nostre ricadute, dal vedere che le nostre sventure hanno potuto correggere i nostri difetti.
Si può giudicare la bellezza della morte solo tramite quella della vita.
I tre punti finali mi fanno alzare le spalle dalla pietà. Si ha bisogno di questo per provare che si è un uomo di spirito, ossia un imbecille? Come se la chiarezza non valesse il vago, a proposito di punti!


[Estratti da: Isidore Ducasse, Dieci unghie secche invece di cinque, a cura di Carmine Mangone, Giunti, 2005]



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