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Mi vado ricongiungendo con l’essenziale, molto lentamente, senz’alcuna fretta, come se la vita non dovesse mai finire, facendo di alcuni attimi un ponte, una passerella gettata su quello splendido abisso fiorito che è la continuità tra tutti gli eventi fondamentali dell’universo. Intensità, compassioni. Picchi che allacciano la potenza del vivente senza contenerla. Nella nostra presenza, nel candore di un diuturno ricominciamento.

La notte scorsa ho sognato i miei nonni paterni. Le mie radici contadine, i miei rami più teneri e scomposti. Erano nel loro casale di Laureana Cilento, intenti a fare la solita pennichella pomeridiana. Arrivo portandomi dietro una rottura dell’immobilità estiva. Mi sorridono. Mi chiedono se resto. Mia nonna si alza a prepararmi qualcosa che non ricordo.

Sentirsi a casa nel risveglio. Sollevare i veli del giorno e sorridere. Scarcerare gli occhi. Lasciare che le lacrime (assenti da anni) possano ripopolare il giardino incolto della tenerezza.

Nessuno muore davvero, se giunge a coprire i vuoti che non riusciremmo mai a contenere da soli nella nostra lotta contro il definitivo.

27 giugno 2012. Frammento confluito in Quest’amante che si chiama verità (Gwynplaine, 2014).



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