Qui je hante?

Mangone-Viareggio-gennaio2007

Carmine Mangone è nato a Salerno il 23 dicembre 1967. Proviene da una famiglia proletaria e contadina di origini cilentane. Si avvicina alla poesia e comincia a interessarsi alla sovversione della vita quotidiana dopo la scoperta del punk anarchico e la lettura di Max Stirner, Lautréamont e Benjamin Péret. Ha alle spalle studi di informatica e una laurea in Scienze politiche, ma per stare al mondo si è ingegnato spesso e volentieri facendo, tra le altre cose, l’idraulico, l’apicoltore, lo squatter, il formatore o l’editore digitale pirata. Ha tradotto dal francese Benjamin Péret, Joyce Mansour, Raoul Vaneigem, Lautréamont, Emile Henry, Maurice Blanchot, René Char, Georges Bataille, Antonin Artaud e molti altri. Dal 1998 tiene letture e performance in tutta Italia, spesso ritrovandosi a spalleggiare autori e poeti di rilevanza internazionale come Lawrence Ferlinghetti, John Giorno, Jack Hirschman o Alejandro Jodorowsky. Sta per essere tradotto e pubblicato anche in Francia. Il suo principale spazio web è il blog Pochi amici Molto amore: http://carminemangone.com/

*   *   *

LA COMUNITÀ INGOVERNABILE

bisogna farsi dell’amore
un’idea offensiva

con sorrisi di pioggia battente
sulle teste da tagliare

[ perché ogni amore è un criterio di verità
ogni abbraccio è una
porta che si spalanca sulla comunità ingovernabile
e a volte
bisogna essere davvero intolleranti

non per difendere la propria verità
ma per far sì che gli altri se ne inventino una ]

Carmine Mangone, Mai troppo tardi per le fragole, L’Orecchio di Van Gogh, Falconara Marittima (AN), 2009, p. 9.

*

Nudi, esatti. Di fronte alla carità del pensiero. Facciamo violenza alle parole. Soprattutto alle parole belle. Riteniamo d’altronde che la scrittura sia una sorta di livido. Vestiamo perciò ogni parola come se fosse una puttana e ne scopiamo il significato fino a farla venire nei nostri corpi.
I confini dei nomi sono pelle da graffiare, da tendere sopra ogni mancanza. Ombrello bucato, festoso. Messa a morte della poesia e sua rinascita come volontà e movimento nel seno dell’intesa.

Non si tratta di rovesciare le idee che abbiamo del corpo, bensì di avere un corpo per ogni idea. Ponte di pensieri tra corpo e corpo, gettato verso l’esperienza del tocco o sul farsi toccanti nell’esperienza. Ecco. Azzardare moine. Mantenersi in equilibrio nell’idea dell’altro. Infilare una mano fra le gambe del destino. Il ponte è l’energia – è l’orizzonte degli eventi che passa dalla mia bocca alla tua mente, dalla tua mente al mio cazzo, dal mio cazzo ai tuoi occhi e dalle nostre mani alla terra.

C. Mangone, Quest’amante che si chiama verità, Gwynplaine, Camerano (AN), 2014, pp. 11.

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Dicono che non sia ancora tempo, che occorra procedere per gradi; ma io non conosco la pazienza e ho poco agio per inventarmi una calma che non mi serve a niente. In tutta sincerità, preferisco incrociare le braccia e crogiolarmi mille volte nell’indolenza, anziché esitare o girare a vuoto. Forse non ho le idee chiare su ciò che voglio, ma in compenso so perfettamente cosa non voglio. Pur non avendo una causa, mi prefiggo infatti diversi obiettivi e sono ben intenzionato a raggiungerli. Mi è toccata in dote una sola vita, una sola chance, un giorno dovrò morire, per cui cerco di dare un senso e una qualità alla mia presenza in questo mondo, accompagnandomi a coloro che ho scelto e dai quali sono scelto, senza indugi e senza mai barare sulla nostra intesa. L’anarchia è questo: l’assunzione di una potenza, di una tensione che ci sottragga all’autorità e all’inorganico della conservazione, evitando però che la nostra unicità di viventi si perda nel movimento di riscatto. Se la morte è la ricombinazione della materia, l’anarchia è la ricombinazione gioiosa ed autonoma di ogni movimento che non accetti di subordinarsi al disordine della vita: avvento particolare del senso, che si scaglia contro l’assoluto impersonale della morte.

C. Mangone, Fuoco sui ragazzi del coro, Nautilus, Torino, 2014, pp. 19-20.

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Può sembrare che la verità sia morta – che quindi la morte non sia vera, che neanche la vita lo sia, che tutto si risolva in un baluginare di materia assurdamente animata – schiacciati dalla noia, dall’eternità, dall’indifferenza dell’universo di fronte all’umano – QUANDO ALL’IMPROVVISO, qualcosa che ha a che fare con la tenerezza e la tremenda certezza dei corpi ci rende visibili a noi stessi, chiari, e magnificamente rotti alla grazia dell’amore.
Ho sempre dato troppo spazio al movimento dell’odio, creando intorno a me un bastione, una vanità, una parola inflessibile legata alla distanza, al mantenimento della distanza, e finendo così per allontanarmi dalla semplicità di un abbraccio e dalla transitoria bellezza del vivente.
Ci si deve forse rintanare nell’oscurità di una frase, di un verso, o nella complicità enigmatica di un’immagine, per dare un riparo alla nostra ingenuità residua? Solo chi veglia, ha la certezza della notte. (…)
«…E tutto questo, lo ripeto, per un’insignificante bagattella formale! Presentare dieci unghie secche invece di cinque, che bell’affare; dopo averci riflettuto a lungo, confesso che m’è sembrato colmo d’una notevole quantità d’importanza zero…» (I. Ducasse, lettera a Darasse, 22 maggio 1869).

Dalla prefazione di C. Mangone a: Isidore Ducasse, conte di Lautréamont, Dieci unghie secche invece di cinque, Giunti, Firenze-Milano, 2005, pp. 53-54.

*

nella stagione del sangue e della
cioccolata
il poeta ride
a braccetto con la morte

agirà l’idea di
una distruzione felice e di
neri stendardi e athanor matrice
in come dubbio seguitando
la genia fottuta dei mercanti

rimbaud inculava rimbaud
sulla giostra dell’ignoto

C. Mangone, Incastrato tra fuoco e lacrime, City Lights Italia, Firenze, 1998, pp. 29, 40 e 44.

*

(…) Riepilogando. Noi siamo al mondo e il mondo è bello, ancorché ci appaia più o meno giusto. Per cui mangiamo, beviamo, dormiamo, ci adoperiamo per le necessità e cerchiamo di mantenerci in salute. In tutto questo – e nonostante questo – troviamo un senso alla nostra esistenza e ci premuriamo di svilupparlo; il che avviene invariabilmente attraverso la presenza di altri esseri umani, avendo cioè come stimolo e orizzonte reale una specifica comunità umana (foss’anche una stirneriana “unione tra egoisti”). In altre parole, il senso del mondo di un uomo ha origine con la nascita della sua riflessività e con l’inizio della sua intesa con gli altri; si sviluppa poi nell’ambiente in cui vive – che gli pone un ventaglio possibile di scelte – e muore quando muore il suo pensiero, la sua umanità. Quindi non può esserci un senso del mondo che vada bene per tutti o che abbia una necessità intrinseca: il senso abita il mondo e riempie il pensiero degli uomini, ma non è univoco, né tanto meno eterno, e la sua storia è composta da una molteplicità di biografie del senso, una per ogni uomo che abbia a cuore il movimento generale della comunità umana (sia nel pensiero, sia nel logico sviluppo del proprio agire).
Contro il capitale, bisogna affermare (e autonomizzare) la continuità di questo movimento essenziale che si apre tra gli uomini e che fonda le loro facoltà empatiche, la loro disposizione umana verso gli elementi del cosmo. Se il capitale si rivela incessantemente come separazione e valorizzazione di frammenti, occorrerà allora costruire il possibile dell’uomo ripristinando la continuità tra tutti gli ambiti della propria presenza e a partire da un annientamento reale dei processi di valorizzazione del capitale.
Gli eventi della storia umana hanno dimostrato che la negazione della negazione non mette in gioco necessariamente un’affermazione, e che quindi bisogna invertire il processo: anziché negare l’esistente procrastinando a tempo indeterminato l’affermazione che ne era idealisticamente alla base, bisogna affermare realmente l’uomo negando il capitale (e varando contestualmente un flusso immediato di comunizzazione anarchica).
L’affermazione dell’uomo parte dalla potenza delle sue connessioni autonome, dalla sua volontà di costruire insiemi di senso, per sé e per gli altri viventi, al di fuori dei processi alienanti della società, ma soprattutto dalla sua capacità a condividere queste connessioni e questi insiemi in un raffinamento libertario del mondo.
Affermare l’uomo significa costruire l’armonia tra le diverse inclinazioni umane, senza per questo voler costringere i viventi in una continuità generale delle esperienze che non sia scelta da loro liberamente.
L’alienazione sociale ha prodotto le varie ottusità dell’uomo e lo ha vincolato all’interno di un’idea del mondo che è fin troppo rigida, chiusa com’è dalle sue stesse provvisorietà storiche. Il mondo è invece aperto, è sempre stato aperto a tutto il possibile, proprio perché contenitore immane. E dentro il mondo c’è anche buona parte di quella natura che si è cercato di soggiogare autoritariamente: una natura che genera disastri, rimane imprevedibile, sbatte di continuo in faccia all’uomo la sua mortalità, ma che è pur sempre la base comune dei viventi, l’intensità totale dei loro possibili, e che proprio per questo non può essere assoggettata violentemente senza che si violenti di riflesso (o direttamente) anche la specie umana.
Il capitale ci vuole isolati, schierati contro ogni comunizzazione possibile della naturalezza umana. Ci vuole soprattutto come ingranaggi intercambiabili dentro le strutture macchiniche che la stessa riflessività dell’uomo ha posto in essere. La sua utopia è una civiltà di macchine senza più vita; un mondo di numeri, algoritmi, virtualità che comunicano in automatico le operazioni da compiere per l’autovalorizzazione dell’esistente. Contro questa tendenza letale – che apparirà sempre meno “fantascientifica” con lo sviluppo delle nanobiotecnologie – bisogna spezzare l’isolamento tra gli umani e creare una miriade di microinsurrezioni comunizzatrici. Ma intendiamoci. L’umanità non ha bisogno di rivoluzionari di professione, né di chierici della radicalità sovversiva. L’umanità ha bisogno di una progettualità senza vertici e di gesti che costruiscano una comunità senza dipendenze. Occorre quindi creare affetti; compiere la vita insieme alla bellezza degli altri; mettere in comune gioia e desideri allargando sempre più lo spazio decapitalizzato. È questa la sfida, l’avventura tutta umana che bisogna infine regalarsi per non passare invano.

Dalla postfazione di C. Mangone a: Ratgeb (Raoul Vaneigem), Dallo sciopero selvaggio all’autogestione generalizzata, Gwynplaine, Camerano (AN), 2013, pp. 153-155.


2 risposte a “Qui je hante?”

  1. Benvenuto su wordpress Carmine.

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