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[ Alcuni appunti per un saggio sul tema sulla violenza che vado architettando da un paio d’anni e che forse non finirò mai. Nella foto, raffigurazione del cavallo di Troia su un vaso greco ritrovato a Cerveteri e risalente al 560 a.C. ]

 

 

Nel libro VIII dell’Odissea possiamo trovare dei versi illuminanti, sorprendenti. In base al loro dettato, la violenza guerresca sarebbe stata innescata dagli dèi – dai detentori mitici del potere – per poterne imbastire successivamente la narrazione.
Riferendosi alla guerra di Troia, e rivolto ad Ulisse, poco prima che questi gli riveli la sua identità, Alcinoo, re dei Feaci, dichiara: «A volerla son stati gli dei; filarono la rovina / per gli uomini, perché avessero anche i posteri il canto» [1].
La medesima motivazione si trova peraltro già nell’Iliade. In un dialogo con Ettore, Elena giunge infatti ad affermare che Zeus ha imposto un «duro fato» agli uomini affinché se ne facesse «materia di canzon famosa» [2].
La narrazione, dunque, ha delle radici immerse nel sangue, nel conflitto, ed è una continua occupazione della mente – occupazione anche militare, anche militante – ai fini di una costruzione strategica del memorabile.

Per legittimare un insieme storico di poteri, la violenza si fa narrazione, epos, tradizione stessa del narrare. In tal modo, diventa la memoria ‘eroica’ e inderogabile delle strutture sociali che governano gli uomini.
In quanto legittimazione ideologica del potere, la narrazione era, ed è ancora in gran parte, un dispositivo maschile, un racconto maschilista: parola dell’eroismo che viene delimitata all’interno di una specializzazione culturale, patriarcale, rovesciandosi storicamente in eroismo della parola.

La rovina degli uomini viene cantata per essere trasmessa, ‘eternata’, ma anche per fare da movente essenziale a ogni possibile fuga verso il racconto stesso.
Non si esce dal recinto dell’esposizione, del render conto. La violenza ci spinge a narrare, a modellare una memoria che possa dare un senso al dolore, all’imprevedibile, all’ineluttabilità della morte biologica. La narrazione costruisce così un ponte attraverso le generazioni che muoiono, creando una continuità tra i morti del passato e quelli del futuro. Diviene quindi inosservanza della mortalità attraverso il racconto della rovina, nonché eroismo residuale (e patetico) di chi vorrebbe violentare la morte curando o coprendo con le proprie parole le ferite del mondo.

La trama dei fatti nasce dallo sviluppo della memoria e del pensiero simbolico. La memoria, in generale, in quanto costruzione generalmente umana, rilega i fatti attraverso un percorso costellato di simboli e bonifica le violenze dell’uomo creando un diaframma (ma anche un’adiacenza) tra queste e il racconto che se ne fa.
(Legando insieme fatti, ricordi, pretese, nella nostra umanità incerta, insufficiente, che cosa abbiamo da narrare, in fondo, se non la necessità di trovare una causa ai nostri limiti e un senso accettabile alla negazione che essi portano?).

Ogni narrazione è una sorta di assedio, una manovra a tenaglia dentro lo spazio simbolico. Anche una fiaba, anche una qualsiasi storia a lieto fine, reca in sé il tentativo di sconfinare nell’Altro.
Il mio racconto lascia dentro le tue mura un cavallo di legno pieno zeppo di guerrieri.
Per te che leggi, se vi sarà corrispondenza, ciò che prenderai attraverso il mio presunto discernimento non farà che accelerare l’incendio della città.
Ne farai a meno? Salverai la tua mente dalle vampe? No, non lo farai, lo so. Perché la narrazione aggiunge qualcosa alla morte, all’improvvisa caduta di senso che ti porta la morte. Accetti infatti di morire soltanto se ti narrano la morte di ieri e di domani, se giungono cioè ad alienare simbolicamente il presente possibile della tua morte per consentirti una continuità, un appiglio, un segmento di senso lungo l’incessante ricombinazione della materia.


N O T E

[1] La versione dal greco è di G. Aurelio Privitera (vv. 579-580). Nell’adattamento di Paolo Maspero, i versi corrispondenti appaiono ancor più netti: «Era deciso dagli Dei che tanta / Strage seguisse, perché tèma un giorno / Fosse ai poeti di canzon famosa» (vv. 691-693).

[2] Libro VI, vv. 463-465, versione di Vincenzo Monti.

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