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Alcune mie annotazioni su anarchia e anarchismo, confluite in L’insurrezione che è qui (Gwynplaine, 2017).

Nelle illustrazioni (dall’alto in basso): 1) anarchici italiani del Batallón de la Muerte, noto anche come Centuria Malatesta (Barcellona, marzo 1937); 2) riot urbano in Grecia (2011); 3) la cavalleria del movimento anarchico machnovista (Ucraina, 1918-1921); 4) miliziane anarchiche in una foto di Hans Namuth (Spagna, 1936).

Si può supporre che, dacché l’uomo abbia usato un potere per asservire i propri simili e trarre profitto dalle loro attività, da quel momento ci sono stati degli oppressi che hanno cercato, in modo più o meno coerente, di sottrarsi all’asservimento lottando tendenzialmente contro ogni forma di potere, autorità e divisione del lavoro.
L’idea di anarchia (dal greco ἀναρχία, “assenza di governo”), come pure la prassi conseguente che vi è connessa, nasce quindi storicamente dentro i rapporti conflittuali che oppongono il potere (e l’autorità che lo esercita) a coloro che si vogliono liberi subito e senza condizioni. Una tale idea ha acquisito un senso positivo solo con l’avvento del proletariato rivoluzionario e la nascita dell’anarchismo storico nel corso del XIX secolo. Prima dell’Ottocento, si usava da secoli quasi unicamente l’accezione negativa del termine. Il nobile francese Pierre d’Avity, nella prima metà del XVII sec., considerava l’anarchia «la peggiore delle Tirannie, la causa e l’effetto delle sedizioni, in cui il popolo diventa una bestia crudele» [1]. Sempre nello stesso periodo, del tutto analogo è l’uso che ne fa Hobbes nel Leviatano (1651): «(…) coloro che sono scontenti sotto la monarchia, chiamano questa tirannia; coloro cui dispiace l’aristocrazia, chiamano questa oligarchia; così pure coloro che sono afflitti sotto una democrazia, chiamano questa anarchia (che significa mancanza di governo); e tuttavia penso che nessuno creda che la mancanza di governo sia un nuovo genere di governo, e per la stessa ragione non si deve credere che il governo è di un genere quando è gradito e di un altro quando è sgradito, o si è oppressi dai governanti» (cap. XIX). Per Hobbes, l’anarchia è quindi associata alla «condizione di mera natura, vale a dire, di libertà assoluta, qual è quella di coloro che non sono né sovrani né sudditi» ed è invariabilmente una condizione di guerra (cap. XXXI).
Sovvertendo la prospettiva hobbesiana, sarà D.A.F. de Sade, col suo feroce illuminismo amorale, a sdoganare la tanto esecrata “libertà assoluta” e ad usare l’idea di anarchia in senso positivo. D’altronde, il Divin Marchese aveva già fatto sua la lezione del barone d’Holbach, il cui Le Christianisme dévoilé si era attirato addirittura le ire di uno stizzito Voltaire: «L’autore sembra troppo nemico delle potenze. Gli uomini che la pensassero come lui non formerebbero che un’anarchia; e vedo fin troppo bene (…) quanto l’anarchia sia da temere» [2].
In Juliette (1801), Sade scrive un passaggio emblematico: «L’abuso della legge è ciò che conduce al dispotismo; il despota è colui che crea la legge… che la fa parlare, o che se ne serve per i propri interessi. Togliete al despota questo mezzo d’abuso, e non si avrà più alcun tiranno. Non esiste un solo tiranno che non venga sostenuto dalle leggi nell’esercizio delle sue crudeltà; là dove i diritti dell’uomo saranno ripartiti equamente, in modo che ciascuno possa vendicarsi da sé delle ingiurie ricevute, non si leverà sicuramente nessun despota, perché egli verrebbe rovesciato alla prima vittima che avesse intenzione d’immolare. Non è mai nell’anarchia che nascono i tiranni: voi li vedete sorgere solo all’ombra delle leggi o trarre autorità da esse. Il regno delle leggi è dunque vizioso; è quindi inferiore a quello dell’anarchia (…). Gli uomini sono puri solo nello stato di natura; dal momento in cui se ne allontanano, si degradano. Rinunciate, vi dico, rinunciate all’idea di rendere migliore l’uomo attraverso le leggi: voi lo rendete, con esse, solo più furbo e malvagio… mai più virtuoso» [3].

 

Se ogni pensiero anarchico non contiene di certo tutta l’anarchia, quest’ultima rimane pur sempre quella tensione radicale verso una compiutezza del vivente che caratterizza invariabilmente ogni anarchismo. Un vivente può dirsi compiuto quando riesce a godere della propria unicità, di concerto con altri viventi, nella più ampia autonomia possibile rispetto alle strutture autoritarie della società.
Mentre l’anarchismo attiene al pensare e al saper vivere il movimento verso uno spazio senza padroni e senza tempo, l’anarchia è la pratica possibile di questo stesso movimento nell’immediato.
Al di là delle specificità storiche dei diversi anarchismi, l’anarchia è una sorta di invarianza, di “verità pratica” dell’unicità. Se l’unico nega ogni idea universale e ogni mistificazione ideologica, sottraendosi a tutti gli autoritarismi sociali, la sua démarche non può che svilupparsi nel territorio di un’immanenza tendenzialmente anarchica. La forza e il fascino di un simile “territorio” vengono tratteggiate efficacemente da Victor Serge nelle sue Memorie: «L’anarchismo ci prendeva interamente perché ci chiedeva tutto, ci offriva tutto: non c’era un solo angolo della vita che non rischiarasse, almeno così ci pareva. Si poteva essere cattolici, protestanti, liberali, radicali, socialisti, oppure sindacalisti senza cambiare niente nella propria vita, e per conseguenza della vita (…). Intessuto di contraddizioni, dilaniato da tendenze e sottotendenze, l’anarchismo esige anzitutto l’accordo tra gli atti e le parole (…). Non attendere la rivoluzione. Chi promette la rivoluzione è un buffone come un altro. Compiere da sé la propria rivoluzione. Essere uomini liberi, vivere da compagni» [4].
L’anarchismo non nasce o si modifica in àmbito culturale, bensì negli addensamenti teorici prodotti dalle lotte contro ogni mediazione autoritaria. Esso non si sviluppa ordinatamente tra le pagine dei libri, ma nell’incessante verifica “operativa” dei metodi, delle tattiche, dei rapporti di forza. L’idea dell’anarchia indica lo scopo ultimo degli anarchici, ma l’insieme costituito dal loro pensiero e dalle loro azioni si vuole contemporaneamente come progetto, contenuto e risultato dell’anarchia. In una prospettiva anarchica, i processi di conoscenza, le forme organizzative e la trasformazione dell’esistente costituiscono infatti un unico, inscindibile concatenamento di esperienze. (…)

 

 

L’anarchismo storico, per come si sviluppa soprattutto con Proudhon e Bakunin, ha un impianto teorico essenzialmente socialista e collettivista. Il suo obiettivo principe è una trasformazione rivoluzionaria delle strutture sociali. I suoi principî di base sono chiari, netti. Antiautoritarismo in tutte le sue forme, con conseguente lotta contro ogni potere e autorità. Ricerca di un equilibrio tra libertà ed uguaglianza attraverso strutture di solidarietà e mutuo appoggio. Coerenza tra mezzi e fini, che si concretizza nel rifiuto della delega e nella pratica dell’azione diretta. Autogestione della produzione e delle lotte, o, per meglio dire: autoproduzione dell’individualità e della comunità, con lo sviluppo di una loro autonomia rispetto a Stato e capitale. Forme organizzative antiverticistiche, orizzontali, all’insegna dell’affinità e della reciprocità tra i singoli membri. (…)

Il senso della rivolta – dell’insurrezione – sta nell’aprire uno spazio, un territorio che prima non esisteva e che si ritiene indispensabile a creare un movimento vitale, ad innescare un sovrappiù di vita e di senso della vita, pur costeggiando la morte, l’insensato, la fine di ogni senso.
«L’amore è un’occupazione dello spazio», scriveva il poeta Henri Michaux [5]. In realtà, è il transito attraverso lo spazio, il rilegare affettuosamente alcune delle tappe che facciamo aprendo piste e attraversando il possibile: è questo a costituire ciò che si chiama amore e a porlo come leva della creazione, come luogo effimero e nondimeno inespugnabile dell’unicità.
L’amore autentico è anarchico. L’autenticità è affermare la propria autonomia rispetto all’amore degli altri. L’anarchia, dunque, è ogni amore consapevole per l’unicità e l’autonomia.
Affermare il movimento dell’anarchia, in un andamento che non accetta condizioni o conduzioni imposte, è amore per la potenza dei viventi: un amore capace criticamente di non irrigidirsi in idee fisse e che muove dai suoi stessi margini di indefinitezza per dirigersi verso il mondo esterno, senza per questo dover legittimare l’ordine o l’arbitrio di una direzione.
L’anarchia non è una causa. L’anarchia è una disposizione mobile, un’idea irriducibile della singolarità che non va a coagularsi in dispositivi sociali, e la cui pratica – attraverso atti di vita infondati, che cioè non si localizzano dentro la norma di un luogo o di un gruppo umano determinato – impedisce ai poteri costituiti di asservire una volta per tutte la potenza del vivente.
L’anarchia è la potenza che non si consolida intorno ad un’opera: movimento della negazione che delegittima la padronanza dei limiti senza limitarsi a padroneggiare la negazione.
Anziché invocare un senso comune intorno al quale ricreare un’idea di generalità a partire dalla ragione normativa, l’unico mette in gioco il proprio senso del mondo per sviluppare uno spazio d’insubordinazione all’interno dell’esistente e per potervi accogliere e difendere, insieme ai propri affetti, la totalità del fatto di esistere – ossia la compiutezza della vita nel proprio farsi potenza – attraverso un corpo e un pensiero che si vogliono sovrani e aperti ad ogni possibile incondizionato.
Per potenza – dal latino potentia –, s’intende qui la capacità ad ottenere ciò che si vuole o si desidera dal mondo circostante per il tramite di un insieme di facoltà che non si altera in una struttura di potere, in una potestas. Nel moto della potenza cosciente e insubordinata, la rivolta è una sollevazione rigorosa, autonoma, non un’alterigia, non un’alterazione dell’unicità cosciente di sé. Proprio per questo, se il potere è sostanzialmente volontà sopra volontà, la potenza si rivela anzitutto volontà contro o verso volontà.

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NOTE

1 Pierre d’Avity, Le Monde, ou La description générale de ses quatre parties, 1643, p. 300.

2 Voltaire, lettera a Madame de Saint-Julien, 15 dicembre 1766.

3 D.A.F. de Sade, Histoire de Juliette, ou les Prospérités du vice, 1801, parte IV.

4 Victor Serge, Mémoires d’un révolutionnaire 1901-1941, Seuil, Paris, 1978, p. 24-25.

5 Henri Michaux, Passages, 1950 [19632], Gallimard, Paris, p. 23: «L’amour, c’est une occupation de l’espace».

 

 

 

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