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Un tempo, volendomi senza giudizio, sono stato un pessimo giudice delle mie azioni. Ho gestito molto male le tenerezze e le belle azioni degli altri. Non ho saputo trar giovamento dalla mia carpenteria di parole e buoni propositi. Ho ucciso i miei stessi amori e mi sono isolato nella rabbia quando avevo per mano la potenza dell’affetto più autentico. Ma poi s’impara. S’impara a commettere nuovi errori e a uccidere la colpa che si annida tra quelli vecchi. Niente è perduto.

Nonostante la morte e i valori che ingabbiano l’uomo, io credo ancora fermamente nella bellezza di un destino: poter annusare l’altro e sentire che si è parte della medesima narrazione; agire d’impulso e sottrarsi all’economia d’un progetto; condividere i giocattoli del mondo amoroso e giocarci senza remore, per poi smontarli e vedere che cosa nascondono.

Non abbiamo ancora ben capito dove stiamo andando, io e te. Forse non lo capiremo mai. Però ci stiamo comunque andando.
Ci siamo dati un metodo, una sperimentazione, non un progetto. Privilegiamo infatti lo spazio, la gestione del territorio amoroso, e non il tempo, non la durata del nostro rapporto.
Tempo fa, mi dicesti che il nostro amore ti appariva come una serie di perentorie transizioni: passaggi di stato, di fase, innescati spesso da contraddizioni, paure, e che noi attraversiamo mano nella mano in una prospettiva tutta nostra, vivendo ogni volta un nuovo inizio, un accrescimento del possibile. Questo nostro movimento si potrebbe definire, con un apparente ossimoro, il rigore della tenerezza.

 

 

Non ho mai adottato delle precauzioni sul piano del desiderio. L’ho sempre lasciato libero di cercare le proprie strade, i proprî ritornelli, anche a costo di smarrirmi in piena vita.
Il desiderio mi stacca dalla mia idea del corpo per avvicinarmi ed unirmi alla concretezza carnale dell’altro. Proprio per questo, ogni desiderio è da porre in diretta connessione con l’etimologia del termine, la quale implica un allontanarsi dalle stelle – o, per meglio dire, un distaccarsi dall’osservazione delle stelle a scopo augurale – per avvicinarsi fisicamente, concretamente, agli elementi che costituiscono la materia vivente, la terra, gli umori del corpo.
In altre parole, il desiderio mi approssima alla terra carnale dell’esistente, alla massa carnosa del pensiero, e quindi alla donna, agli animali, all’esuberanza dei viventi, alla gioia, alla tenerezza, alla furia dei corpi che si amano per darsi ancora più vita, ancora più destino.
Un tale movimento è però sempre da decidere, sempre all’insegna dell’approssimazione, intesa qui sia come avvicinamento, sia come imprecisione da correggere (o reggere) incessantemente.

Io amo e voglio amare perché sono piantato sulla terra senza nessuna colpa. Non riesco a fare altrimenti. La mia storia è fatta di continui radicamenti nella presenza irriducibile di alcune intelligenze, di alcuni corpi dal pensiero caldo e dall’immane capacità di aprirsi all’impossibile insieme a me. Subisco la gravità, ma non ne faccio una rigidità. Radicamenti, ramificazioni. Io sviluppo affetti nei confronti del tuo mondo senza subordinarli a un’idea definitiva di ciò che sei.

Bisogna essere teneri, non malleabili. Il mondo ci dispone. Io voglio il mondo. E in questo spazio immane, c’è posto per ogni errore, per ogni tentativo.

(Baciarti a lungo ad ogni incrocio della bellezza. Palpeggiare con ironia il culo della poesia. Osservare con tenerezza il mondo che secerne ipotesi, tumulti. So già che niente e nessuno potrà finirmi. La salvezza non esiste. Tuttavia, giungerà sempre almeno un corpo a criticare i miei smarrimenti, la mia necessità, e a giudicarmi infine compiuto nell’immediatezza stessa del nostro affetto).

[ Estratti da: Il corpo esplicito, 2017. Foto: Karin Fajersson. ]

 

 

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