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Eduard Limonov, da qualche parte, ha scritto di sé: «Appartengo a quella categoria di persone che non si sentono perdute in nessun luogo. Vado verso gli altri, gli altri vengono verso di me. Le cose si aggiustano naturalmente».
Pur in modo assai diverso, anch’io sento di appartenere a quella categoria, però non credo che le cose si aggiustino naturalmente, o almeno non sempre. Molto più spesso ci tocca aggiustarne i concatenamenti, le connessioni.
Se una pietra mi ostacola il sentiero, io la sposto e ne faccio magari un ricordo, un esempio, un segnavia della mia critica, della mia gioia, del mio dolore. Certo, in seguito potrò anche non incrociarla mai più, perdurando e perdonando il mio cammino, ma so, non posso non sapere, che quella pietra rimarrà pur sempre un’esperienza unica – quantunque infinitesima – del mio errare. Mi è venuta incontro e io ho fatto dell’inciampo eventuale un modo per verificare la mia volontà, per rendere vero il mio percorso e per far sì che il mio andamento non restasse un mero azzardo della materia.

Costruite il vostro Decameron. Non fatevi travolgere dalla paura e dallo spirito poliziesco dell’epoca. Fate come Boccaccio durante la peste del 1348. Separatevi dalla malattia dei tempi (del tempo) e scrivete, fotografate, create il vostro Decameron, la vostra migliore umanità, la vostra più gioiosa e giocosa animalità.

Mi son fermato ad ascoltare le pietre e a sputare le scintille che avevo in bocca.
A che pro rintanarsi in una fioca misura?
La poesia in calore brucia le stoppie della vita e della morte.

 

Laureana Cilento, 21-22 marzo MMXX. Foto di David LaChapelle (“Alexander Mcqueen & Isabella Blow”, 1996).