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Le cose non ci toccano, se noi non le tocchiamo. Diventano dei punti di tangenza tra noi e il mondo soltanto se le pensiamo. Solo la strumentalità del pensiero trasforma le cose in strumenti, facendo del pensiero stesso una cosa.
I vincoli esterni al pensiero non sono eliminabili senz’emendare, criticamente, sia il pensiero, sia l’esterno del pensiero. Tuttavia, qualcosa resterà pur sempre a dare un abito materiale a ciò che si riflette dentro la mente: un balbettamento cognitivo che corre l’universo; una volgarità celestiale dei corpuscoli; una forza di gravità dell’esistente che urge in noi sotto forma di senso; un pensiero delle cose creato da una cicatrizzazione della luce o da un’eccentricità locale della materia oscura.
È come se le cose galleggiassero accanto a noi finché non moriamo, finché non si ricompone la distanza che ci separa da esse. Con la fine del galleggiamento, si sprofonda allora nell’indiscernibile totalità dei possibili e ci si apre a tutti i movimenti, a tutta una nuova configurazione gravitazionale delle forze appena svincolate.
Un’indecisione della materia ci ha messi al mondo squarciando il nulla da cui proveniamo. A questo stesso nulla, però, malgrado la nostra mortalità, non intendiamo concedere alcun ritorno.
L’ultimo Artaud scriveva: «Dove cominciano in me le cose? Da nessuna parte. / Ho il mio nulla; / in me, / esse hanno il loro che non può né toccarmi, né nascere senza di me. (…) I corpi non vengono dall’evoluzione del tempo, / ma dalla volontà in mezzo al tempo. (…) Tra il corpo e il corpo non c’è niente, eccetto me. / Non è uno stato, / non un oggetto, / non uno spirito, / non un fatto, / ancor meno il vuoto di un essere, / assolutamente non uno spirito, né dello spirito, / non un corpo, / è l’intrapiantabile me. / Ma non un Io, / io non ne ho. / Non ho un Io, non c’è altri che me e nessuno, / nessun incontro possibile con l’altro, / ciò che io sono è senza differenziazione né opposizione possibile, / è l’intrusione assoluta del mio corpo, dovunque» (A. Artaud, Suppôts et Supplications, 1947).
Si viene al mondo per occupare uno spazio e farlo diventare un ristoro della nostra materia. Un tale spazio può essere visto come una compiacenza del cosmo nei nostri confronti, oppure come un regalo, un credito temporaneo. Sta comunque a noi staccarci dal fondo e credere a una compiutezza della materia che ci sostanzia.
In realtà, ci sono momenti in cui non siamo neanche tanto sicuri del perché valga la pena, ma facciamo di tutto per non tradire l’andamento del nostro movimento vitale e per non venire uccisi troppo presto dalla direzione presa.
Le cose cominciano con noi, e noi abbiamo fine soltanto quando una criticità del cosmo (il nostro “destino”) appiana totalmente la distanza che ci separa dalle cose, dall’Altro. In qualche modo, la morte si rivela una versione negativa del nostro sogno di trapiantarci definitivamente – da vivi, da autocoscienti – in una dimensione spazio-temporale redenta, illimitata; sogno che non cessiamo mai di trasformare in una potenza, in un desiderio, in una ricerca assidua di conoscenza.

L’opera di Antonin Artaud è la cattiva coscienza di un mondo che muore di normalità facendo finta di niente; la sua presunta follia resta il tentativo impietoso di scardinare l’Essere dagli impegni millenari presi con Dio e con la dialettica, nonché la perdizione critica del corpo in quella leggerezza devastante che deriva da una mancanza reale di speranza.
In fondo, perché sperare in qualcuno o qualcosa quando si può vivere armati di tutte le proprie morti facendo la posta al disincanto delle cellule?
La mitologica Pandora avrebbe dovuto fare a pezzi quel dannato vaso, e non limitarsi a scoperchiarlo. Ci avrebbe risparmiato la speranza che si annida in ogni volontà. Ci avrebbe indotti a non avere alcuna misericordia. Sarebbe stata l’amante perfetta dell’inconcludenza che ci consegna ogni volta alla poesia irrecuperabile delle mucose.
La crudeltà di Artaud è l’orgasmo mancato dell’eterno, la botta di vita nel posteriore dell’imponderabile. È la minaccia di salvezza che perverte l’uomo, la voglia di mangiare Dio per salvare l’insalvabile e vomitare tutte le discrepanze della propria fame di vita e di morte. (Perché si ha fame anche di morte, quando non si ha una bocca per suggerire l’infinito minore dell’universo che ci digerisce senza chiederci venia). «Avevo parlato di crudeltà reali sul piano del diapason, / avevo parlato di crudeltà manuali sul piano dell’atteggiamento azione, / avevo parlato di guerra molecolare d’atomi, cavalli di frisia su tutti i fronti, voglio dire gocce di sudore sulla fronte, / son stato messo in un asilo d’alienati. / A quando ora una nuova sordida guerra, per due merdosi soldi di carta, contro la traspirazione delle mammelle che non cessano di corrodere la mia fronte» (A. Artaud, Le théâtre et l’anatomie, 1946).
Il movimento della materia che si chiama evento – questa corrosione dell’esistente che fa prendere aria alla morte – non è necessariamente cambiamento, trasformazione, ma forse (chissà) un’imperdonabile ripetizione del medesimo.
La tecnica sposa il rilancio delle cose sul piano dell’azione e lo stile diventa l’abito della verità, laddove la presunzione della dialettica genera la gravità della ruota, del microchip, della corsa all’oro. La dimestichezza con la materia non è una dimostrazione, né la vocazione di un universo imbastardito dall’uomo. La dimestichezza con la materia può solo ambire alla gentilezza definitiva verso tutte le cose.
Follia per follia, bisogna decidersi a fare poesia per le pietre, i gechi, la resina degli alberi potati, le stelle, gli ultimi che si negano a ogni classifica.
Ciò che è morboso uccide la trasparenza, la fiducia. Il miglior compagno della tenerezza resta pur sempre il rigore dei desideri che sanno accogliere l’Altro senza asservirlo. Si deve quindi sturare il sapere a ogni presunzione lasciandolo libero di sorridere di fronte alle geometrie della morte.

 

Maggio MMXX. Estratti da un mio saggio (poco saggio) in divenire. Foto presa dal web (soldato polacco che beve insieme al suo cavallo, anni Settanta o Ottanta del secolo scorso).