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Costruendo una bellezza che si vuole senza padroni, io scrivo e parlo anche per gli ulivi, i gatti, le poiane, il vento, le stelle indifferenti.
Beninteso, io non scrivo o parlo in loro vece. Nessuno dovrebbe farlo. È sempre disdicevole farsi portavoce di chi ha una voce irriducibile alle nostre vocazioni. Parlo e scrivo semmai accanto ad essi, nella distanza che riduco a parole per non nominarli invano, introducendo di soppiatto all’interno del mio discorso – nella mia casa di parole – i loro silenzi, i loro versi, le loro magnitudini.
Dentro la foresta del possibile, c’è sempre una voce per sfidare la lontananza o l’irriducibilità delle cose, come pure un’approssimazione affettuosa (che mi ostino a chiamare bellezza) per farla finita ogni volta con le separazioni letterarie cui costringiamo la poesia.

Nel 1993, su una spiaggia del dipartimento francese delle Landes, il documentarista Anthony Martin riprende una scena singolare: un giovane daino, che forse vede il mare per la prima volta, corre e salta lungo la battigia in preda a un’evidente contentezza.
Giocando da solo fra le onde, si concede a un’esultanza irrefrenabile, toccante, e non pare affatto intimorito dalla vastità marina che gli si spalanca davanti. Posto di fronte all’imponderabile, l’animale si lancia indomito verso la novità senza mai smarrire la natura della propria contiguità con tutte le cose.
Se dovessi chiamare questo suo movimento in qualche modo, lo chiamerei unicità, lo chiamerei autonomia, lo chiamerei poesia assoluta della materia vivente. Certo, potrei anche non chiamarlo affatto. Ma se non riuscissi a nominarlo e a dirmelo, mi vieterei per sempre l’adesione alla sua gioia e perderei così anche l’andamento praticabile della mia lotta patetica e poetica contro l’impossibile che ci separa.

Sera del 31 maggio MMXX. Foto di Katerina Plotnikova.