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Canzonare affettuosamente la morte che ti porta via pezzi di cuore e accarezzare tutti i figli della più tenera intransigenza. Difendere un nido di cinciallegra come se fosse la barricata decisiva contro l’irrimediabile. Credere ottusamente – e con gioia indomita – ai prossimi raccolti, anche quando il polline decida di disertare le nostre terre ingenue.

Due assioli, a valle, si scambiano dispacci. Smetto allora di pensare la decisione e sorrido sornione alla poesia che mi fanno dentro.

Se le parole sono il tentativo di chiudere il vento in una stanza, la casa dell’intesa non avrà mai un linguaggio sbirro.

 
Sì – fummo dei precursori – amando fuori di noi e parlando in anticipo sul nostro stesso desiderio.
Una volta smarriti, la vita si è fatta immane e la grazia del possibile affiora perentoria solo andando verso il largo.

Di quando cadde a pezzi
la parola,
non saprei dirti.
Fui mancanza di cielo
e rapido clamore,
questo sì.
Quanto al resto,
a parte la voce che presto ai germogli,
ho da scontare ancora un bel pezzo di poesia.

Laureana Cilento, giugno MMXX. Opere di Daniel Bilmes.