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Costruire una bellezza che si porti dietro tutti i sessi possibili della materia. Prendere per mano il destino. Insultare i servi messi in fuorigioco dal desiderio. Esasperare la morte. Venire copiosamente in tutte le parole che dicono la gioia. Incularsi Teseo. Radere al suolo il labirinto. Omaggiare i fili d’erba che si sottraggono ogni notte alle pecore dell’insonnia.

Il mondo non può darmi lezioni,
anche perché io non mi sogno di dare lezioni al mondo.
La volontà non è mai stata sufficiente,
e neanche la poesia.
Occorre tendere una mano verso l’assoluto
e calare le mutande persino a ciò che resta dell’Idea.
Ma se voi mi chiedete come farlo,
posso solo dirvi che avete già perso il vostro fare.

 

 

«Il testo amoroso (un testo e niente di più) è fatto di piccoli narcisismi, di meschinità psicologiche; esso non ha grandiosità: oppure la sua grandiosità (ma chi c’è che, socialmente, può ravvisarla?) sta appunto nel non poter raggiungere nessuna grandezza, neppure quella del “materialismo spicciolo”. Si tratta dunque del movimento impossibile in cui l’oscenità può veramente coincidere con l’affermazione, con l’amen, con il limite estremo della lingua (l’osceno dicibile come tale non può più rappresentare il livello massimo dell’oscenità: io stesso, dicendolo, anche solo attraverso il baluginare d’una figura, sono già recuperato)» (Roland Barthes).

Ho una delusione al centro del sangue
che si fa ricordo di cosce e vino rosso.
Macchie di poesia,
luna stupida,
indicibile voglia di fuoco.
Il burattino chiamato Dio ha un sussulto.
Le stelle di luglio mi sfondano gli occhi.
Solo una fica può lavarmi da
tutte queste cazzo di parole.

 

Laureana Cilento, 26-28 luglio MMXX. Fotografie: Christophe Pok.