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Un brano dal mio L’insurrezione che è qui. Max Stirner e l’unione dei godimenti (Gwynplaine edizioni, 2017).

pettirosso

Ai primi di gennaio, una sera, dopo un improvviso peggioramento del tempo, inizia a nevicare. La cosa mi fa un effetto quasi straniante. Da una parte, sono contento come un bambino: esco quindi di corsa per godermi la neve che cade sugli ulivi, sul limone davanti casa, sulla mia vecchia Fiat. Dall’altra, sono preoccupato per il ghiaccio, la viabilità, per la condizione di isolamento che potrei patire. In vita mia, non mi era mai capitato di veder nevicare in questi luoghi della mia infanzia, dove son tornato a vivere di recente. Anche gli animali sembrano colti di sorpresa. Il mio cane, i miei gatti. Si muovono impacciati, quasi stralunati. Però poi il “branco” non ci mette molto a prendere confidenza con la novità. L’indomani, mentre il cane si rotola nella neve e i gatti si aggirano curiosi, io faccio una lunga passeggiata per godermi la vista del paesaggio imbiancato. Non durerà per molto, presumo, quindi bisogna approfittarne, riempirsi gli occhi, farne un’esperienza gioiosa.
Lungo il cammino, noto diversi uccellini in cerca di cibo, soprattutto pettirossi. Al mio rientro decido allora di lasciar loro qualcosa da mangiare nell’aia, senza nascondermi il rischio che i tre gatti di casa possano approfittare bassamente della situazione. I pettirossi sono uccelli temerari. Quando sono affamati, possono avvicinarsi molto all’uomo e dimostrare un comportamento quasi spavaldo. I maschi, poi, son capaci d’azzuffarsi a morte per difendere il proprio territorio, sia coi consimili, sia con altri passeracei.
Morgana, la mia gatta più piccola, riesce a catturarne uno. Arriva in casa trafelata. Cerco di liberarlo dalle sue grinfie, ma è troppo tardi, gli ha già spezzato il collo. Ci gioca, lascia piume e penne in giro per le stanze, quindi dopo un po’ lo lascia lì, non lo mangia, come fa invece con lucertole e topi. A quanto pare le piume le danno fastidio. Non lo trova appetibile. A quel punto, prendo il piccolo uccello morto e lo depongo sotto un ulivo, ricoprendolo con un po’ di terra.
Quest’episodio, che al lettore apparirà quasi banale, sintetizza per me la semplicità – oserei dire: la disinvoltura immane, immanente – con cui gli animali sembrano vivere e morire.
Al di fuori della propria soddisfazione, c’è forse una causa esterna che induce il pettirosso a zampettare impavido sulla neve avvicinandosi pericolosamente a quelli che sono dei nemici naturali? E cosa spinge il gatto – che già gode di un’opulenta coabitazione con l’uomo – a cacciare, a catturare prede anche quando non ha fame, a conservare una sorta di diuturna vigilanza rispetto al mondo circostante? Gli animali si danno forse uno scopo esterno al proprio bisogno, alla propria continuità nello spazio?
I pettirossi sulla neve sono come macchioline rosse contro il fondo immacolato dell’imponderabile. Attraversano il mondo e punteggiano l’inverno con un coraggio unico, il quale ci appare quasi sproporzionato se si pensa alla loro piccola mole. Forse la loro unicità sta nel godere di ogni momento senza possedere un pensiero. Voglio dire: magari un pensiero ce l’hanno pure, ma non lo possiedono, non lo fissano, lo lanciano sempre avanti, dinanzi a sé, oppure se lo portano fra le ali, a pretendere lo spazio, ad orientarsi col Sole, ad usare un intero cielo. Il gatto, dal canto suo, è un meccanismo davvero unico. Gode e vigila incessantemente sul proprio godimento. Si porta appresso l’esperienza e l’intelligenza di tutti i suoi simili – di tutti i gatti passati, presenti e futuri – e senza neanche aver bisogno di libri, Storia o governi. Inoltre, da migliaia di anni, sta facendo credere all’umana congerie di essere ormai un animale addomesticato, quando in realtà è lui a controllare e a indurre molte delle mosse dell’uomo. Vero animale stirneriano, il gatto usa gli elementi del mondo circostante per fondare il proprio territorio, il proprio “egoismo”, e non sa davvero cosa farsene delle cause degli altri!
Viene alla mente un passo di Stirner in cui si pone l’accento sulla semplicità delle forze in gioco; forze che sembrano attestare, in modo traverso, e nonostante un rozzo antropocentrismo, il bacino comune tra i viventi, nonché la loro comunanza sempre possibile a partire dall’intersecarsi delle rispettive potenze, delle rispettive unicità: «Un uomo non è “chiamato” a nulla e non ha nessun “compito” [Aufgabe], nessuna “vocazione” [Bestimmung], così come le pian­te o gli animali non hanno una “missione” [Beruf]. Il fiore non ha alcuna missione da compiere, ma impiega tutte le sue forze [Kräfte] per godere e consumare il mondo meglio che può, cioè assorbe tanti succhi dalla terra, tanta aria dal­l’etere, tanta luce dal sole per quanto ne può ricever­e e contenere. L’uccello non vive per una mis­sione, ma usa le sue forze quanto più gli riesce: cattura coleotteri e canta come gli detta il cuore. Le forze del fiore e dell’uc­cello sono però ben poca cosa rispetto a quelle dell’uomo, e un uomo, che applicherà le sue forze per intervenire nel mondo, sarà ben più potente di un fiore o di un animale. Egli non ha una missione, ben­sì forze che si esprimono là dove sono, perché il loro essere [Sein] consiste solo nel loro manifestarsi [Äusserung] e possono restare tanto poco inattive quanto lo può la vita, la quale, se si “fermasse” anche solo per un secondo, non sarebbe più vita».

Io, il pettirosso sulla neve, uno qualsiasi dei miei gatti… A partire dalle forze che applichiamo sul mondo e dalle connessioni che facciamo emergere dal fondale della vita, siamo tutti, ognuno a modo suo, un nulla creatore. Prima della nascita eravamo soltanto una potenzialità della materia, uno dei tanti possibili. Con la nostra nascita, il cosmo si è dato un concatenamento inedito, unico. Con ognuno di noi, è nato un singolare campo di forze. E queste forze hanno cominciato ad agire nel mondo, di concerto o contro le altre forze esistenti.
Ogni unicità è l’improvvisa colmatura di un possibile. Colma istanti, distanze. Tuttavia, non andrà mai dimenticato che l’unicità è tale soltanto se il vivente che crea se stesso, nella sua costruzione di autonomia, riesce a ritrovarsi e a vivere compiutamente nei flussi della materia che si ricombina senza posa.
«Qualora esistesse ancora una sfera superiore, sarebbe quella fra essere e non essere, il librarsi fra l’una e l’altra – un che di inesprimibile; e qui abbiamo il concetto di vita. Vivere non può essere altro. L’uomo muore, la materia rimane, l’anello intermedio, se si può dir così, fra materia e distruzione è scomparso, la materia diventa priva di determinazione e ciascuno si appropria ciò che può» (Novalis).
Con la morte, la materia che forma il vivente ridiventa “priva di determinazione”. Nel morire, i confini posti dalla mia epidermide, dalle mie affezioni e dal mio pensiero, saltano, scompaiono. La morte ridisegna i campi di forze e modifica le connessioni tra gli elementi del cosmo. In qualche modo, essa è una porta che si spalanca sull’ulteriore: l’unicità che marcava il vivente viene eliminata, sottratta, aprendo lo spazio ad un ulteriore “nulla creatore”, ad un nuovo processo di addensamento della materia. Il movimento è inarrestabile. Il vivente che muore cede il posto a nuovi sussulti della materia, la quale non fa altro che produrre continui squarci contro il fondale nero dell’indifferenziato.