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Antonio Francesco Perozzi è nato nel 1994 e vive a Vicovaro, in provincia di Roma. È autore del romanzo Il suono della clorofilla (L’Erudita, 2017) e della silloge Essere e significare (Oèdipus, 2019, prefaz. di Francesco Muzzioli). Suoi racconti, articoli e poesie sono apparsi in antologie e riviste. Gestisce a sua volta un blog di “scritture abissali”, La morte per acqua. Il testo inedito che qui si presenta è illustrato da due opere di Jean Dubuffet.

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Mi piace spesso partire dalle etimologie, cioè dalle stratigrafie delle parole. E volendo qui discutere del rapporto tra gioia e poesia, comincerei con questa osservazione: “gioia” ha a che fare sia con “gaudium”, sia con “gioiello”. E cioè contiene in sé sia una sfera astratta, che riguarda uno stato d’animo, un piacere, sia una sfera schiettamente materiale, che è quella delle pietre preziose. Ecco, giocando su questa convergenza – con buona pace degli storici della lingua – mi piace pensare che la gioia sia qualcosa di più ancorato della felicità, qualcosa di più circoscritto ma anche di più solido. Attribuisco alla felicità, insomma, un ruolo – più o meno – di stato ontologico, di massima soluzione (cioè di scioglimento e liberazione dal resto, se vogliamo intenderla con gli stoici), mentre alla gioia un aspetto più contingente, occasionale nel senso meno marcato del termine, ovvero come connaturato a un’occasione, a una precisa collocazione spaziotemporale e a un preciso esaurimento.
Tornerò su questo più avanti. Per approfondire, è necessaria prima un’ulteriore distinzione, e la faccio attraverso Leopardi. Nel Dialogo di un fisico e di un metafisico, l’autore delle Operette morali mette in opposizione due modi di intendere la vita e in particolare la vita connessa alla felicità. Una riguarda la vita come biologia – dunque in certo modo come quantità – l’altra la vita come significato o esperienza – dunque in certo modo come qualità. A conclusione del dibattimento su come si possano rendere felici gli uomini (innescato dal fatto che il Fisico si propone di farlo attraverso «l’arte di vivere lungamente» [G. Leopardi, Operette morali, a cura di Laura Melosi, Milano, BUR Rizzoli, 2008, p. 235]) il Metafisico spiega: «Ma se tu vuoi, prolungando la vita, giovare agli uomini veramente; trova un’arte per la quale sieno moltiplicate di numero e di gagliardia le sensazioni e le azioni loro. Nel qual modo, accrescerai propriamente la vita umana […] E farai grandissimo beneficio agli uomini: la cui vita fu sempre, non dirò felice, ma tanto meno infelice, quanto più fortemente agitata, e in maggior parte occupata, senza dolore né disagio.» [Ivi, pp. 246-247]
Sappiamo che in Leopardi la felicità è inversamente proporzionale alla conoscenza, dal momento che la verità – che la conoscenza rivela – è un nulla che non può che gettare l’uomo nella più assoluta infelicità [Cfr. E. Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, Milano, Rizzoli, 1990]. Lascio ora da parte la complessità di tale questione e mi concentro su ciò che qui realmente mi interessa, ovvero lo schema quadrimensionale generato dall’interrelazione tra “quantità” della vita, “qualità” della vita, felicità e infelicità. Ecco, da questo schema e dalla distinzione che ho fatto in apertura, io credo, si può dare una lettura interessante del rapporto tra gioia e poesia.
Cominciamo col ragionare a proposito del terreno su cui si reggono le concezioni (o, meglio, interpretazioni inconsce/eterodirette) di felicità e gioia più diffuse oggi. Non credo di affermare un’assurdità se scrivo che l’idea di felicità oggi è pesantemente influenzata dalla contentezza dell’acquisto: il sistema capitalistico ci ha abituato a una relazione tra aspirazione e soddisfazione che è tendenzialmente sovrapponibile a quella tra desiderio e acquisto, e del resto il mercato stesso si regge oggi su una liquidità che riguarda il consumo non solo in termini di vendita e acquisto, ma soprattutto in termini di costruzione del desiderio, profilazione, pubblicità onnipervasiva e mirata. Per giunta, la contentezza è un fatto passivo, se contentus è il participio di continere: presuppone un ricevimento, un appagamento, dunque una facoltà di azione ridotta al minimo. L’essere in ogni istante dei potenziali acquirenti, insomma, mi pare ci ponga nella condizione di assottigliare – se non dimenticare – un’idea della felicità e della gioia che non siano collegate all’appagamento di un desiderio consumistico (sia esso riferito a un oggetto o più generalmente a una condizione – lavorativa, ad esempio – o a uno status di classe).
A questa sclerotizzazione della felicità nella sua forma “contenta”, cioè passivizzata e ridotta, voglio affiancare un altro stereotipo o patologia, che è quello che riguarda stavolta un’opinione molto diffusa a proposito della poesia; ossia l’associazione assai frequente tra poesia e bellezza. Anche qui, è ovvio, dovremmo aprire delle enormi parentesi per definire e la bellezza e la poesia, parentesi che chiaramente esulano dagli intenti e dagli spazi di questa riflessione. La faccio dunque breve suggerendo che certamente la poesia ha a che fare con l’estetica, ma che la bellezza non esaurisce del tutto la realtà della poesia, e ne è semmai accidente, conseguenza non necessaria. Molta poesia dell’Ottocento, e poi del resto le avanguardie, hanno dimostrato come possano sussistere ed essere poeticamente significative anche estetiche del brutto e del deforme, e infine che l’idea di bellezza è storicamente (nonché geograficamente) determinata.
Se colleghiamo quindi questo stereotipo con la questione della “felicità” consumistica possiamo facilmente immaginare quanto anche l’idea di bellezza possa essere (o sia sicuramente) generata (o scolpita, almeno) dalle questioni di mercato. Se ci abituiamo insomma a un’idea di felicità come acquisizione di qualcosa, facilmente anche la bellezza può sembrarci il derivato di un ottenimento, e dunque la poesia un’occasione che sprigiona una bellezza di cui io mi appago. Ricadiamo così dalla felicità alla contentezza e alla passività. Non nego – è ovvio – la possibilità di una occorrenza tra poesia e bellezza, né la possibilità che questo sia statisticamente la “norma”, ma ritengo un atto politico (oltre che estetico) la propensione per un’idea di poesia come «modulazione dell’esistenza» [M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Milano, Il Saggiatore, 1965, p. 216], nuda alterazione del linguaggio attraverso i meccanismi del significato e del significante (nonché dell’immagine, della gestualità, dell’oralità…), comunicanti fra loro nei modi più vari. Che da questi possa derivare bellezza è una possibilità, magari positiva e ricorrente, ma non una necessità.

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Se dunque osserviamo che anche la bellezza è relazionata alla struttura economica, a noi si presentano due strade: indagare in che modo possa dirsi bellezza una contentezza dell’emozione (nel senso più squalificante dei termini: appagamento e consumo di una dose sentimentale); soffermarsi sulla reale direzione della poesia. Lasciando la prima, magari, a riflessioni future – ma sottintendendola come problema comunque costituente del discorso – scelgo la seconda. E comincio con l’effettuare innanzitutto un’inversione: dal presunto ottenuto (la bellezza) a quella che potremmo definire la “sfera d’ingerenza” della poesia.
Se prendiamo la poesia non come linea (da produzione a “bellezza”), ma come sfera e tridimensionalità, raggiungiamo così una concezione più estesa che, secondo me, mette di fronte a quella che è la sua effettiva capacità, non riducibile a un fatto di “consumo dell’emozione”. Certo, anche qui occorre tralasciare una parentesi, che è quella a proposito delle varie forme di poesia, diversissime fra loro e anche contrastanti. Ma quello che mi preme realmente sottolineare è un duplice aspetto della poesia, che va assolutamente rivendicato: la sua natura strumentale e non feticistica; la sua natura espansa e non lineare. In quanto strumento, la poesia è neutra. È in sé un’alterazione e manipolazione del linguaggio che, poiché tale, non è un fatto “positivo” né moralmente né emotivamente, nel senso che non implica di per sé né il bene né il gradevole. In quanto espansa – cioè in quanto in grado di aprire mondi, di essere ulteriore – la poesia non può essere digerita linearmente e consumisticamente al pari di un qualsiasi altro prodotto. Necessita (almeno) di: a) lettura lenta; b) rilettura; c) considerazione radiale e fertile del linguaggio; d) meditazione; e) ascolto; f) apertura perturbante all’Altro e all’incompreso. Tutte cose che si interpongono tra il linguaggio e il suo esaurimento, e dunque lo rendono viscoso, indigeribile, frantumato oppure al suo opposto globulare, in ogni caso difficile da manipolare e scomodo.
Ma il punto è: strumento per ottenere cosa? Espansione verso dove? E perché dovremmo accettare una poesia che non rassicura? Qual è la sua utilità? Ecco, per rispondere a queste domande è necessario proprio uscire da un impianto binario (produzione-acquisto, oppure – che è equivalente – messaggio-ricezione), dunque da una visione merceologica della poesia nonché da una sua lettura morale o banalmente emotiva. Il nodo dell’intero discorso riguarda infatti la direzione verso cui porta lo strumento poesia; e, per me, tale direzione non è altro che il confronto con il vuoto e con l’esserci che nell’angoscia del vuoto risuona. Se, come detto, prendiamo il linguaggio poetico come linguaggio alterato rispetto al linguaggio della comunicazione (il linguaggio poetico rende ambiguo ciò che il linguaggio quotidiano si sforza di disambiguare), ecco che risulta impossibile una linearità della comunicazione: la direzione delle parole si rivolge altrove. Ma questo che ci appare come altrove è in verità il qui ed ora sempre allontanato da una realtà che aliena per mezzo di una struttura economica che disarciona il lavoratore dal significato della sua azione e dal prodotto che produce, e per mezzo di un sistema di comunicazione che è mera messaggistica, cioè riducente il linguaggio a nuda trasmissione (in maniera illusoria, però, dacché la pubblicità – la forma di comunicazione per eccellenza del nostro tempo – se guardata trasversalmente svela il contrario).
A questo punto, quando la poesia si mostra come linguaggio ambiguo, alterato, in grado di sfidare la différance di cui parlava Derrida e di evidenziare il ruolo del suono, non si tratta di una “modifica” del linguaggio, bensì della rivelazione della sua natura (densa e polisemica) che la quotidianità o per necessità o per ideologia costantemente ottunde. È ovvio, dunque, che un linguaggio come sfera e gravità disobbedisce per forza alla semplice biunivocità (su cui si fonda lo stereotipo di una poesia “elettrica”, da input/output stabili, da consumo energetico) e mostra la poesia come complesso, cioè come sistema in cui si entra, che si esperisce tridimensionalmente, e non come prodotto che si assume. Leggere, dal latino lego, vuol dire raccogliere, che è in certa misura l’opposto di consumare ed esaurire.
Il consumo e la ricezione passiva sono impianti strutturalmente incompatibili con la poesia. Di conseguenza, la poesia non può aprire a nessuna forma di “contentezza” – se prendiamo questa come status di un’acquisizione o acquisto – né, men che meno, all’illusione che la contentezza sia la felicità, come una realtà consumistica ci spinge a pensare. Il valore della poesia è proprio nello smascheramento di questa illusione, che non può che generare angoscia. Ma è l’angoscia – diremmo con Heidegger – la dimensione dell’esistenza autentica, e la poesia – operando uno scarto, disponendosi come complesso, – apre a quel tipo di esperienza; non è semplicemente invalida rispetto alla produzione di un quid consumabile, ma gioca, semmai, in un campionato radicalmente diverso e opposto a quello della consumabilità e della linearità.
Questo significa che la poesia non ha a che fare con l’emozione? Esattamente il contrario. Purché, però, si ripulisca la parola “emozione” dalla calcificazione stereotipica e la si restituisca al suo reale significato. E tale significato è neutro, non ha un’accezione obbligatoriamente positiva né necessariamente languente; è risolto all’interno di un movimento: e-mozione, muovere da, portare fuori. Uno spostamento, quindi; quello che la poesia compie nel momento in cui immerge il lettore in una sfera-mondo (un complesso indigeribile) dove il linguaggio è alterato rispetto all’illusione quotidiana, dunque restituito alla sua ambiguità e densità fondamentale, dunque in grado di dislocare l’esserci dall’alienazione e restituirlo a se stesso.
Abolire l’idea di una poesia “che fa bene” è il presupposto necessario, secondo me, per una comprensione profonda della sua capacità, sia nel senso di facoltà, sia nel senso di capienza, raggio d’azione. La poesia – con l’Ungaretti del Porto sepolto – si inabissa, inabissa, ed espone a una dimensione in cui, proprio in virtù della recuperata complessità del linguaggio e del reale, le cose si riappropriano di se stesse, l’esserci dell’esserci. E questo non può che manifestarsi, anche, nella misura dell’angoscia – o quantomeno di un pieno sub-liminale che comprende lo spettro dell’e-mozione (dello spostamento) nella sua interezza.
La gioia della poesia, allora, è semmai una gioia della sofferenza; e la poesia – che è linguaggio allo stato solido – è il gioiello, il talismano riportato in superficie da una catabasi nell’esserci.