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Due testi di Mimì Burzo, per non darla vinta al puzzo d’asfalto sotto i pensieri, né tanto meno alle pietre d’inciampo che ci tocca mappare ogni giorno per scongiurare uno sterile e differito sbraitare intorno alla Caduta. Opere di Kamil Vojnar.

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GRAMMATICHE DI GUERRA

La nebbia lignea, inumidita sulle grinze del profumo di gelsomino e qualche altra refrigeranza dell’olfatto, sotto sotto il vapore della calura. Il quartiere è vuoto. Le saracinesche tutte chiuse. Gotica quasi la solitudine delle strade

sopra l’odore di asfalto che si scioglie su liquami ed escrementi animali,

fra topi e immondizia e una forchetta appoggiata su un piatto, il cui suono riecheggia da qualche finestra spalancata sull’ora del pranzo in una rimescolanza di silenzi, voci lontane familiari, tintillare di lingue di bambini, un aereo sovrastante le antenne e ogni tanto l’umida lungimiranza di un profumo, nonostante la nebbia.

Si affastagliano vestigia e di quanto in quanto rumori e ardori e giovani e adolescenti, in zone confinate, ordine parametrico della gente sul mattone,

come se fossero franche,

lasciate lì, in balia di se stessi, girato l’angolo, fra la strada vuota e lo smottamento umano.

E dunque vuoto su vuoto, il vociare ubriaco, con quell’impostazione cadenzata della voce, il tono impastato, i movimento coreici delle braccia, ciondolanti su un sorriso ed un piercing, e così via.

In candidi buchi di ignoranze, vaste e tante, una bottiglia di birra sempre attaccata alla mano, nel senso sociale di una nuova urbanizzazione, fra calzini a stelle e strisce, vecchie retroguardie che renose cedono sotto il silenzio congiunto di dio e di dio. La resistenza è quella del piccione, che ridotto alla stregua di un gatto, accattona alla meno peggio residui di aperitivi e ben si guarda dal gabbiano che alla sabbia ha sostituito il sampietrino e stridula la sua voce si fa spazio nella contesa dei rifiuti. Allo stesso modo, segna il territorio intorno ai piattini delle gattare. Ma mai attaccherebbero un gatto.

L’intelligenza da qualche parte riemerge.

Una ratio, nel caos della divinazione di una doppia elica di DNA.

Un altro anno in una guerra, un altro anno buttato.

La parola si moltiplica in forme prototipiche di engrammi lessicali.

Si rivaluta il silenzio e la posizione della singola goccia d’acqua.

Forse. Ovvero sul fare nulla. L’ultimo passaggio è troppo stretto. Mitigare il silenzio, con un capostazione che dice basta e il luccicare delle scarpe delle signore sul marciapiedi della stazione, alle due del pomeriggio, in un calanco polveroso, dove il riflesso puro del bianco si riempie di materia infinitesimale e per quell’attimo l’insorgenza per l’adesione

diventa la cosa viva della materia di una idea.

Ecco. Il dire nulla. Un passo e l’ecatombe, con fuggiaschi della peggior specie in giro e la psicosi come ovatta fra la spazio e lo spazio. Tutti ammassati nei corridoi, distanti lontani in tutto il resto.

In fondo questo è lo spazio. O quando diciamo urbanistica. O quando diciamo urbanistica e sfascio umano. Il piccione che deve ben guardarsi dal gabbiano.

Lo stridore è tutto lì. Fra due pennuti, il motore di una motocicletta, la forchetta della dirimpettaia, che potrebbe essere una qualsiasi altra posata di acciaio, ma certo corta e piena.

Qua e là il rumore di un coperchio poggiato sulla bocca di una pentola, il traffico in lontananza, nebbia su nebbia, polvere su polvere entro un cielo che stenta la protervia della luce e lascia abbacinati gli attenti, in questa foga di nebbia e umidità.

Ogni tanto il sole accenna la sua potenza per ritirarsi presto dietro la nuvole, ben disposte lungo il suo asse. Dalle finestre semi chiuse la luce si sposta fra due fila di palazzi e un tappo di metallo che viene svitato da una bottiglia.

Si risolve così buona parte della fissazione dottrinale sul cosa scrivere e soprattutto perché farlo quando ogni singola parola è oramai strozzata e la logica del farne a meno è così fragrante con il pane del mattino.

Le piccole abitudini quotidiane come fumare sul terrazzino dopo il caffè e demolire un mondo, morendoci dentro. Ora il vento ingrassa le nuvole e la luce si sposta. È facile qui che si faccia scuro, fra questi palazzi troppo vicini, uno in faccia all’altro e la perseveranza di saperla attendere – la luce – fino al caldo più dirompente e solo dopo immergersi nella quiete della controra: la lavatrice ha smesso il suo canto baritonale, la quiete si distende con le guarnizioni dell’oblò e il rincuorante profumo di pulito. Il bucato si stende così sulla quiete e per un attimo la tragedia del sole oscurato dal vento, cade dalle labbra dell’attenzione fino al grumo più solitario della mente.

Ci si appende lì.

Su quella durità come una coccarda.

La punta di un chiodo lungo le pareti di un infinito istante. In cui tutto si somma e nel sommarsi sparisce, così come la nebbia mossa dal vento. Passando da una stanza all’altra i suoni delle posate e delle mestolanze dell’ora di pranzo che avanza verso il mettersi a tavola, cambia. Il risuonare delle posate è più distante. I suoni più vicini sono di quella famiglia di cinesi felici del piano di sotto. Vivono in una casa che vista da fuori sembra una scatola. Ci stanno in quattro in questa scatola e sono felici. Anche i cinesi sono felici. Li sento la mattina quando si svegliano che già ridono, e poi il marito esce fuori a fumare

[…]

Per interrompere l’automatismo della ragion buia.

Rotti e rotture e rottami. Anche la didascalia surrealista mi finisce così sui polpastrelli come un cremino che si è sciolto troppo velocemente. Anche quando si mangia un gelato bisognerebbe zittire. Ma un cremino che si scioglie sulle dita è tutto quello che rimane del disincanto. Sta lì e si scioglie. Uno lo guarda e gli vuole anche bene a quel milligrammo di cioccolata che cola senza sapere di essere, tanto meno partecipe di un surrettizio declino su ogni possibile tentativo di un qualcosa.

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NON HO MAI VISTO I TUOI PIEDI

Sulla Propaganda.
Bozze di un pensiero in epoca di buio e di dissenso.
Soverchiare la morale. Spingere verso l’extramoralità. Attingere all’orizzonte per arrivare ad un oltre. Staccarsi dal quotidiano delle televisioni, i personaggi mediatici, le storie sospese fra rivendicazione e pubblicità.
L’extramoralità. O dell’anarchia. O degli occhi che amo. O della gioia infinita senza mai riposo.
Siamo già in guerra.
Siamo già all’assassinio.
Non peccare di ipocrisia per mancanza di coraggio. Fare l’amore con la verità.
Leccarla tutta la verità. La verità dei corpi sospesi e delle orecchie violate.
È un assassinio gridare contro una bambina – ti stupro zingara. È l’assassinio della serenità. La mortificazione della poesia dell’infanzia.
Il turbamento di un solo attimo è già lesione. L’abbassarsi del cielo a livello della sotto corteccia. Evoluta anch’essa per carità!
Sentire il ritmo.
Provocare orgasmi di scandalosa libertà.
Accogliere.
Proteggere.
Creare comunanze come ventre di donna o di balena o del pianto dei cani di Maldoror.
Farsi venire la pelle d’oca.
Armare di addii la noncuranza, la mala creanza, e l’ignoranza.
Distorcere il panico in azione panica.
Aprire le case. Lavare coperte. Profumare il sonno dei bambini.
Tornare alla regola – i bambini sono di tutti. E tutti li proteggono.
Creare un nuovo urbanesimo. Pranzare con i barboni di via Marsala. Affondare nella puzza di piscio e di feci.
Affondare.
Affondare.
Affondare.
Ora bisogna risalire lungo un arcipelago di arcobaleni ed aquiloni. Dire di no. Saper dire di no. Sapere. Sapere di sapere senza paura di sapere di sapere. Purezza.
O dello scandalo. Purezza. O delle tue mani già qui dentro di me. Soggetto io verso un oltre non mio, verso l’universo impavido delle idee e degli eroi. Ridefinire l’urbanistica dell’eroe. Del mito. Del dissidente. Parlare da soli. Esclamare da soli. Pregare da soli il dio della pioggia.
Non posso portarti il sole.
Non posso portarti la legna.
Non posso portarti il camino.
Fiammelle. Fiammelle libertarie di tenerezza e amore. Urbanistica dell’amore senza freno. Strada per strada. Mattone per mattone. Irruenza per irruenza.
Propaganda. Autotassarsi per comprare libri e distribuirli per strada.
Libri e libri e libri e libri e libri.
Teorica rivolta che anticipa la prassi.
Teoria della rivolta e radice dell’intelligenza.
Propaganda fattiva.
Propaganda attuata per ogni millimetro di ossa e di sangue. Carezza. Sorriso. Carezza. Idea sull’idea di una idea di dono. Il dono come moneta di scambio. Il PIL umano.
Rottura con la democrazia. Bellicosa poesia. La democrazia è una utopia. Una bassa utopia. Propagandare poesia. Bellezza. Diversità.
Coraggio e donne. Coraggio e sopravvissute.
Coraggio e amore mio.
Coraggio. È ora di rivolta. Per strada please!
Riprendiamoci le strade.

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