Carmine Mangone, L’ingovernabile, Ab imis, 2018, 130 pp., 10 euro.

In copertina: Zbigniew Łagocki, fotografia appartenente al ciclo “Dotknięcia” (2001).

Acquista il libro > cartaceo su: Amazon (prossimamente) | Lulu (fino al 14 dicembre sconto del 50% sulla spedizione standard usando il codice di acquisto ONESHIP) <> digitale su: Kindle Store

IMPORTANTE! > ne ho delle copie anch’io, per cui, se volete acquistarlo direttamente da me, potete usare il modulo di contatto sulla pagina Bookshop, oppure lasciare un commento sotto il presente post. Grazie mille!

 

 

Il presente scritto è la versione rivista e ag­giornata di un testo pubblicato originaria­mente nel 2011 dalle edizioni marchigiane Gwynplaine. All’epoca, ebbe però un titolo diverso: La qualità dell’ingovernabile.

Si tratta di uno scritto cui tengo moltissimo, perché tratteggia in modo incisivo, netto, e senza troppi fronzoli, tutti i temi che hanno continuato a stregarmi in questi anni.

Per poter continuare a essere la mia “casset­ta degli attrezzi” teorica (e intrigare i miei pochi, eccellenti lettori), aveva però biso­gno di una messa a punto formale; cosa che ho provveduto a fare senza modificare qua­si in niente la sostanza delle mie idee e dei miei affetti.

 

*   *   *

[ Alcuni estratti dall’opera: ]

Chi non sa dove andare, possiede ancora tutte le direzioni. Chi ha paura del freddo, può sempre lasciarsi bruciare godendo del proprio fuoco. Chi affronta il vuoto, deve convincersi di non avere niente da perdere e che le difficoltà nel conoscere il mondo rendono quest’ultimo solo più avvincente.

Voglio sempre sperare che chi scriva lo faccia solo quando non ha di meglio da fare, perché avrei tristezza e paura di coloro che preferiscono armeggiare con le parole invece di fare l’amore, giocare, ribellarsi, andare a camminare sui monti, bighellonare senza meta per la città, bere o parlare amabilmente con gli amici.
La scrittura, e la poesia scritta in particolare, rimane in relazione con il senso solo quando questo stesso senso si mantiene in relazione con il nostro mondo e con i viventi che vi partecipano attivamente; oppure quando si fa ponte gettato verso l’impossibile, verso la gioia che sarà, e che vorremmo per noi, per la nostra comunità amorosa.
Le parole che restano, quelle cioè che diventano testo, libro, voce fissata in un’opera, non vanno vissute o veicolate come se fossero residui, scorie di ciò che è stato o di ciò che si è solo vagheggiato, ma devono farsi scintille, connessioni col mondo, nuova carne poetica.
Solo così possono ancora significare quella rigorosa ingenuità di cuore che rimane alla base di ogni bel movimento di ciò che vive.

L’anarchia è la potenza che non assume forma – movimento della negazione che delegittima la padronanza dei limiti senza limitarsi a padroneggiare la negazione.
Amore furente, creazione finanche per mezzo della distruzione: l’esistenza dell’anarchia testimonia l’impossibilità reale del potere e l’impossibilità stessa di stabilire la potenza dentro un’idea. Ogni anarchismo politico ha perso e perde in partenza, non tanto contro il potere, bensì contro il movimento stesso dell’anarchia, che non ha bisogno di vincere per affermarsi. Nessun potere vincerà l’anarchia. Nessuna struttura anarchica sopravvivrà al proprio movimento.

Mi dovrò intagliare una fica dentro la mente, aprire una vagina nella sostanza più dura del mio pensiero. I concetti non sono cazzi da brandire come manganelli. Occorre trovare il giusto accoppiamento tra i pensieri (ci sono pensieri maschi, pensieri femmine, pensieri senza genere) evitando però di prostituirli alle necessità di una logica. Bisogna fare in modo che anche le idee riecheggino i godimenti passati o futuri.

«L’insorto fece cenno ad alcuni compagni, che immediatamente circondarono il prete. – Compagni, gridò ai contadini, voi affermate tutti che quest’uomo, controrivoluzionario autentico, ha compilato e consegnato alle autorità bianche una lista di “sospetti” e che, in seguito a questa denuncia, parecchi contadini sono stati arrestati e condannati a morte. È vero questo? – Sì, sì, è vero!, gridava la folla. Ha fatto assassinare una quarantina dei nostri. Tutto il villaggio lo sa. E nuovamente, si citavano i nomi delle vittime, si ricevevano testimonianze precise, si accumulavano le prove… Alcuni parenti delle vittime confermarono i fatti. Le autorità stesse avevano parlato loro della lista presentata dal prete, spiegando così il loro atto. Il prete non parlava più. – Vi sono contadini che difendono quest’uomo? domandò l’insorto. Qualcuno ha dubiti sulla sua colpevolezza? Nessuno si mosse. Allora l’insorto afferrò il prete. Brutalmente gli tolse la sottana. – Che bella stoffa! disse. Ne faremo una bella bandiera nera. La nostra è già abbastanza sciupata. Poi, rivolto al prete che, in camicia e mutande, appariva sufficientemente ridicolo. – Mettiti in ginocchio, ora! E recita le tue preghiere senza voltarti. Il condannato obbedì. Si inginocchiò e, con le mani giunte, si mise a mormorare un padrenostro. Due insorti si piazzarono dietro di lui. Estrassero due pistole, mirarono e spararono. I colpi esplosero, secchi, implacabili. Il corpo si accasciò. Era finito. La folla si disperse lentamente commentando l’avvenimento.», Voline, La révolution inconnue, 1947. [Gli insorti erano membri della Machnovščina, le milizie anarchiche ucraine guidate da Nestor Machno nel 1918-‘21].

Spogliare il corpo di ogni spettacolo. Spogliare il mio e il tuo, di corpi, insieme ai loro pensieri, alle cose, alla parola che li limita.
Svestire il destino, toccare, amarsi, mentre l’idea del corpo continua a parlare senza di noi.

L’amore è stato già detto ampiamente in modo poetico, ora si tratta di usarlo per trasformare in meglio il proprio mondo.

Annunci