Il carattere dispotico delle separazioni reali che impediscono il godimento

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Due “incresciose” poesie tratte dal mio recente Se questo si chiama amore, io non mi chiamo in alcun modo  (Ab imis, 2018), libro che è acquistabile su <Lulu> <Amazon> e <Kindle Store>. Poesia itifallica, poesia che testimonia e tenta di rilanciare (pateticamente) il godimento; niente di più, ma anche niente di meno. Le foto, dall’alto in basso, sono di Steen Larsen, Larry Clark e Bernard Faucon.

 

 

In un modo tutto nostro,
siamo andati in culo anche alla poesia.

Non era necessario,
ma è stato bello.

E che cos’è il bello, se non
questa caduta dell’eternità
(e di ogni pretesa)
dentro la stretta di
corpi ammutinati, intelligenti,
sempre pronti a
scoparsi anche le parole
e a non darla vinta al numero, alla
durata, alla costernazione di vivere?

In tutto questo, beninteso,
la metafisica c’entra assai poco:

l’amore, mia cara, è leccarti la fica con
appena un sovrappiù di poesia,
e il corpo di ognuno, da sempre, resta la vera critica di
tutta la possibile materia dei nostri amori.

 

 

*

Scrivo questa poesia perché ho il
cazzo duro e tu non ci sei.

I poeti laureati mi perdoneranno, se
faccio vincere il sangue che non conosce padroni.

Ho voglia di leccarti la fica
e riposare all’ombra del tuo orgasmo,
una gran voglia di strizzare quelle
tette imperiali, nietzschiane, sinfoniche.

Provo allora a ricordare il tuo odore,
a rievocare la caduta in te, con te,
ma finisco solo per tormentarmi invano tra le cime innevate della mia carne.

La perdita della qualità, così evidente a tutti i livelli del linguaggio poetico, negli oggetti che esso loda e rappresenta, non fa che mettere in bella copia il carattere dispotico delle separazioni reali che impediscono il godimento.

 

Carmine Mangone, “Se questo si chiama amore, io non mi chiamo in alcun modo”, Ab imis, 2018

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[ 26 marzo 2018: una scelta di estratti dal libro apparsa su La dimora del tempo sospeso ]

[ 3 aprile 2018: recensione su Goodreads di Rosa Maria Cerone ]

 

Mangone-libro-SeQuestoEamoreUn libro denso, singolare, già a partire dal titolo chilometrico, che raccoglie poesie erotiche, aforismi e brevi riflessioni filosofiche creando un percorso di lettura stimolante, “accorato”, lungo il quale sciorino i miei tic, le mie pretese, i miei entusiasmi. Sessantanove testi – il numero non è affatto casuale – che attraversano criticamente (e gioiosamente) tutto lo spettro del discorso amoroso, unendo una verve tipicamente surrealista all’asciuttezza formale di uno Jabès o di uno Char. Senza perdermi in lirismi inutili, ho cercato di coniugare qui passione e tenerezza evitando le ovvietà del romanticismo o di un certo libertinismo rincretinente. Proprio per questo, mi sento di consigliare il volume agli amanti dell’erotismo più spinto, ma soprattutto a coloro che fossero ormai stufi di una poesia edulcorata e autoindulgente. In appendice, un bel saggio sulla poesia di Filippo Pretolani. Il titolo esce per il progetto editoriale Ab imis [Facebook | Tumblr | Twitter].

  • Carmine Mangone, Se questo si chiama amore, io non mi chiamo in alcun modo, con un saggio di Filippo Pretolani, Ab imis, 2018, 114 pp., ISBN 9780244972073.

Il libro può essere acquistato in cartaceo su  Lulu.com >  o  < Amazon e in digitale su Kindle Store >

Anteprima su < Google Books >

Di seguito, alcuni estratti dal libro. Buona lettura. P.S.: per coloro che si chiedessero il perché di quella immagine astrale in copertina, dirò che si tratta dell’asteroide 433 Eros. 😉

*

Il tuo corpo nudo è sempre una vertigine,
perché spezza l’oscenità del mondo e
costruisce un senso là dove tutto mira
ad abolire ogni distanza, ogni doppiezza.
Tu ti spogli e
l’emergenza della carne sottrae qualcosa all’ordine del visibile.
Nessuna invenzione poetica
potrà mai dire
la tua pelle di panico stellare.

*

Ridere ti sguarnisce,
ti salva dalla convenzione del lieto fine.

La tua risata è il sesso di
ogni ironia del mondo.

*

L’amore
non è che il modo con
cui il corpo capisce che è affollato,
sempre più affollato dai fiumi,
dalle pietre,
dalle stelle.

*

Non trovo niente
di più erotico e bello che saperti al mondo.

La tua presenza mette in discussione
ogni riformismo poetico.

*

Malgrado le parole infeconde
e il mio troppo andare,
l’amore è aver risposto di sì alla domanda:
sono NOI in questo me?

L’intesa non ha niente del mistero.
Al contrario,
essa mette insieme tutti i misteri e li
fa svanire nel loro contrasto materiale.

La terra,
la sintassi dei gemiti,
la voglia che sfigura il volto all’altezza del
tuo ventre,
i riti di passaggio.

Davanti al mio bisogno di
più destino,
ci saranno sempre delle notti in cui
dovrò star sveglio per
difendermi dai sogni degli altri.

Forse la morte è solo una storiella che
la materia animata racconta all’uomo per
farlo star buono sulla soglia.
Forse, stilla dopo stilla,
l’assedio finirà,
i campi verranno arati
e l’acqua dei nostri corpi,
per una volta ancòra,
sarà figlia della foce
e non madre degli argini.

*

Si fa l’amore invece di lavorare.
Si scopa invece di fare l’amore.
Si dorme teneramente abbracciati anziché scopare.
Si segna direttamente la pelle anziché scrivere libri sull’amore.
Se poi si scrive un libro, lo si brucia,
oppure lo si gioca a morra con la vita acerrima.

(Quando morirò,
moriranno con me tutti i libri.
La mia parola è solo l’annuncio di
questa scomparsa e dei milioni di stelle che
vi ricadono senza posa).

*

Uccidere tutte le parole che restano sulla
punta del mio cazzo
e vedere la carne del destino moltiplicare
gli errori senza farti male.

Joyce Mansour, “Le grand jamais”, frammento

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I primi versi del poemetto Le Grand jamais (Il grande mai), risalente al 1981. La versione integrale, col testo originale a fronte, la potete leggere in Il sesso senza fine va a letto con la lingua ortodossaNella foto, Joyce Mansour in compagnia di André Breton.

 

Avete letto?
Avete scritto?
Avete letto ciò che avete scritto?
Chi siete?
E soprattutto
Cosa vi aspettate dal pasticcio?1

Ho amato
Ho ucciso
Ho amato colui che si è ucciso
Post scriptum al Cairo
Dopo tutto
La trance segue la carneficina
Come il garofano lo schifo
Chi assapora le ciliege del leone spompato?

Quando la folla si ritira
La cozza con la perla
Fa posto a un animale senza testicoli
Chiocciola in corazza da pivello
Armata di genitalia in rovina

Gli uomini vendono caro il loro bianco di balena
Candele della veglia
Candele della processione
Candela senza fiamma per notte di nozze al paese
Candele schiumanti la vecchiaia abbattuta
Lasciate cantare i bei cetacei
Nei bassifondi delle città
Vanno alla deriva i solitari
Una goccia di sperma all’entrata del metrò
E la paura ovipara diverrà un terremoto
Dove sono i pescecani?

Scotennate chi non sa piangere
Scotennate i bambini che urinano senza trattenersi
Scotennate i romanzieri che si accalcano al laminatoio
Del caso che fa bene le cose
Chi vuol bere a volontà sulla zattera della Medusa
Che nasconde la manina piantata nella terra
Del vaso da notte?
Scotennate chi arriverà a dire: ho dovuto sognare all’alba dell’ultimo giorno
Il suo cranio diverrà un guscio di tartaruga

Se il cavallo è la patria del nomade
La mosca il paravento del cieco
E il seno il bersaglio del cancro
La guerra non è che un sogno di fucile
Il muco della tomba irriga i campi
Del sonno selvaggio
In una notte lunga come l’inverno per uno scorticato
Sulla banchisa
L’addestramento dei cani con le fistole
Non prende di sorpresa la morte sul suo trespolo
Ella cavalca il forte vento dei proprî mestrui
L’aquila sparisce il ragionamento sfugge
Chi sa della sofferenza del sassolino?

(…)

 

Traduzione di Carmine Mangone

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