C. Mangone [testi], M. Castagnetto [illustrazioni], TUTTO IL NERO CHE TRABOCCA, Ab imis, giugno 2016

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[ Recensione di Marco Pandin su A Rivista anarchica, n. 415, aprile 2017 ]

 

Carmine Mangone [testi], Marco Castagnetto [illustrazioni]Tutto il nero che trabocca, ab imis, Laureana Cilento (SA), giugno 2016, formato 22×22, illustrato, pagg. 48, euro 5 (+ 2 euro per spese postali). Trecento copie numerate. Stampa di alta qualità (non digitale), carta patinata 130 gr.

N.B.: la pubblicazione non ha distribuzione commerciale, quindi non la si troverà in libreria o su Amazon. Per acquistarne delle copie, compilare su questo blog il form in fondo alla pagina Bookshop, oppure scrivere alla casa editrice (ab.imis.press@gmail.com).

Pagamenti tramite bonifico, Paypal, Postepay, postagiro, ecc. Da quattro copie in su, abbuono delle spese postali.

[ Alcuni estratti dalla pubblicazione ]

Tutto il nero che trabocca nasce nell’ambito di un’amicizia reale: Carmine Mangone e Marco Castagnetto si sono “annusati” e riconosciuti immediatamente. Non bisognava dirsi molto. Le affinità sono esplose da subito, in sorrisi, progetti, intese. Marco dona nel 2010 alcuni suoi lavori per la riedizione in digitale di Anche ieri ho dimenticato di morire  e realizza, da quel momento, quasi tutte le copertine dei libri di Carmine.
Il Nero è quindi solo un altro tassello, molto più grosso, molto più ardito, di una relazione artistica e amicale destinata a durare e a produrre molto altro, anche in ambiti ben lontani da quello strettamente editoriale o culturale.

 

 

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In un mondo di servi e poeti della domenica

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Testi scritti nella primavera-autunno 2010. Confluiti nella quarta e ultima sezione di Quest’amante che si chiama verità (Gwynplaine edizioni, 2014) e, successivamente, in Tutto il nero che trabocca (Ab imis, 2016, con illustrazioni e layout di Marco Castagnetto). Foto di Maria Shooter.

anarchist_demostration_by_mariashooter

Essere vivi abbastanza per non scrivere
sulla vita: è questo il proposito.
Divenire fattori propulsivi dell’èthos senz’avere
un’identità politica: è questa la poesia, questa
l’ottusità della sovversione a venire.

*

– Le idee che s’impigliano fra i rami del pensiero sono destinate a languire come storie lasciate a metà. Confondermi non potrei con l’aria ferma del mattino. Ti ho chiesto un’idea del cuore meno poetica, una chiave dell’esistenza che aprisse tutte le porte. Ma non ridurti al mio mondo, non costeggiare isole morte. Sfronda le parole, accudisci il vento delle nostre voci. Solo tra due montagne ondeggia l’eco della bellezza.

– In un certo qual modo, mi costringo ad essere più vivo dell’idea che io stesso mi son fatto della vita. Riempio di vuoto le parole per venir meno alla morte, ne sfrondo il superfluo, faccio spazio al destino e all’amore che lo assedia. Puoi seguirmi? Puoi trascinarti in un sussulto di nervi capace di mille danze?

– Non tutte le nascite implicano una morte. Nessuna morte ipoteca l’assoluto. Passeremo come aratri sulla soglia dell’incerto. Semineremo occhi anche lì. Per alzare barricate di girasoli. Ai confini del tramonto.

*

mi piace
tutto il nero che trabocca
dall’amore che verrà

adoro
certe ombre piene di carne

Non più rivendicazioni. Nero, po-etico, anti-umano.
Anonimia della bellezza. Eziologia della rivolta.

Bisogna tifare per una commovente voluttà.
Amare il destino anche a muso duro

*

se incastro un bacio tra le parole
queste finiscono per amarsi senza il mio consenso
se tolgo la sicura al verbo
mi si ritorce contro l’intero dizionario dell’amore
come fare per non fare a pugni coi sospiri?
uno di questi giorni verrò a
trovarti con un mazzo di silenzi fioriti
solo così mi libererò della gravità
senza liberarmi della libertà

*

salverei poche cose al mondo e per
molte meno morirei
l’intelligenza del tuo corpo i
gatti gli alberi i canti di maldoror la pizza e
tutti coloro con cui ho riso

in un mondo di servi poeti della
domenica e stupide troiette
tu sei bella come l’esplosivo usato dagli
anarchici spagnoli per demolire decine di chiese nel 1936

*

mi è sempre piaciuto considerare la vita come una
sorta di immane licenza poetica
sognare prati azzurri potare l’albero dell’odio arredare il
cuore con esplosioni di gusto vagamente retrò

che la vita sia un binario morto per
treni sprovvisti di freni mi sembra evidente
perché quindi volersi munire a tutti i costi d’un macchinista?
il deragliamento è la continuazione dell’amore con
altri mezzi e l’amore è solo un modo puerile e magnifico per
imbrigliare il cielo
[stasera pioverà
l’antimangone delle azzorre si è perso tra
le colline surrealiste del tuo sorriso]

*

da piccolo avrei voluto un amico del cuore che
m’insegnasse a ruttare in faccia ai poeti
non ho mai avuto una simile fortuna
ragion per cui mi ritrovo oggi a scrivere versi dada come

se ti regalassi una luna verde
non per questo reclamerei un pitale di caramello

*

la luce di certi giorni
ha la valanga nel sole

se parlate di poesia ad un fiore
non per questo crescerà più in fretta
anzi
i fiori sono più schizzinosi di dio
e non amano l’acqua sporca

I giorni non passano. È il passato ad aggiornarsi.

Eppure. Basta solo un accordo per trincerarsi nel nuovo giorno. E sorridere. Attraverso la feritoia di sempre. Al bambino stronzo che ci fa le smorfie là fuori.

– Ecco. Prendete il mio cuore. Prendetene tutti, sanguinate con me. Ma ridete, ridete del vostro stesso sanguinamento.

Proverò un giorno a spiegarti l’inspiegabile, non appena avrò le parole ingiuste per farlo.

Si potrebbe scrivere anche sull’acqua, se la poesia si rivelasse una barchetta di carta capace di sfidare l’oceano.

Opacizzo parole. Voglio che diventino pietre, corpi nudi.

Ho amori che sono espressioni acerrime.

Eppure c’è sempre un momento in cui la decisione viene a spazzar via tutte le paure e a ricollocarmi in una voce. – Il desiderio dell’ultima parola si fa beffe della morte.

Prendere in ostaggio una casa sguinzagliando la contraddizione fra le sue stanze. Assediare l’abitudine, cercarvi qualcosa che non abbia rimedio.

Vorrei adagiarmi sul fondo di tutte le cose, poter prendere un esile stelo fra le dita e sentirne tutta la natura che grida.

Non farti uccidere dal destino. Cova un sangue nuovo. E fallo senza bestemmiare il tuo cuore. – Lo senti il rumore di fondo dell’amore? Riesci a sentirlo?

Il mondo è stato già detto ampiamente in modo poetico, ora bisogna trasformarlo.

 

René Char, due poesie

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VAGLIO

Più comprende, più soffre. Più sa, più è lacerato. Ma la sua lucidità resta all’altezza del dolore e la sua tenacia all’altezza del tormento.

Il desiderio non semina né raccoglie, succede e appartiene solo a se stesso. Eppure si propone come il creditore assoluto.

Non si aggira, si attraversa. Si crede di passare, si tocca il limite. L’estensione del futuro di cui si circondava il cuore si è ritirata.

Un bisbiglio d’amore, un sussurro d’odio. Non si tirava indietro, sprofondando nel dedalo e nell’invisibilità di un’aspra miseria, di un segreto marziale, per non sentirli più.

 

 

INSERTO

Le strade che non promettono il paese della loro destinazione sono le strade amate.

La generosità è una preda facile. Nulla più di essa viene attaccata, confusa, diffamata. Generosità che crea i nostri carnefici futuri, le nostre chiusure, i sogni scritti col gesso, ma anche il calore che una volta riceve e due volte regala.

Non c’è più alcun popolo-tesoro, ma, poco a poco, il saper vivere infinito del lampo per i superstiti di questo popolo.

La pioggia, scuola di crescita, rimpicciolisce il vetro attraverso cui la osserviamo.

Noi chiediamo all’imprevedibile di deludere l’atteso. Due estranei accaniti a contraddirsi – e a fondersi insieme se l’incontro riesce!

In amore, in poesia, la neve non è la lupa di gennaio ma la pernice del risveglio.

 


Testi tratti da: René Char, Le nu perdu, Gallimard, Paris, 1971, pp. 89-92. Traduzione di Carmine Mangone. Fotografie di Elif Karakoc.