La transessualità materiale del possibile

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Estratti da: Vieni: tumulto, carezza, stella*nera, 2019. Foto mia: Epiphany In The Bedroom #2 [scattata il 26 agosto 2019, con mirrorless Sony ILCE-6000L, obiettivo 16-50 mm, f/5.6, 1/2000 sec., ISO-400, con treppiede e controllo remoto, lavorazione del file raw con darktable].

 

 

Qualcosa che non c’entri nulla con vita, morte, amore, narcisismo, poesia, sesso. Qualcosa che contenga così tanto spazio da rendere impossibile ogni idea di perimetro. Oppure qualcosa che contenga tutti gli spazi, tutte le possibilità dello spazio. Un qualcosa che sia il rovesciamento di tutte le cose, l’abolizione di ogni decadimento: la morte pura, sanata da ogni tormento.

Accadono giorni in cui ogni mio pensiero fa l’amore con te; giorni in cui tutta la mia poesia si trasforma in mani che ti frugano sotto la gonna, nelle mutandine.

Vorrei scrivere una frase che risultasse bella come l’incontro tra il tuo sesso e la mia bocca; una frase che facesse morire ogni scrittura, ogni stupida pretesa di spiegazione. – Parole di burrasca, puro alito di forze, portatrici di una prossimità al limite del riferibile.

La mia poesia per te: un capriccio che riempie di coriandoli il vestito buono della morte.

Ti chiamerò – ti chiamerò coi mille nomi che vado inventando solo per te – e tu verrai a decapitare ogni mia attesa.

Mi si rizza il pensiero, stamattina. Viene su insieme al cazzo e mi complica pure le cose normali, semplici. Mi basta un’immagine, un ricordo, una voglia, e il pensiero s’indurisce, si riempie di sangue, ed io non so più da che parte prenderlo, se non alla base del mio sesso turgido, indisponente.

Il destino è ciò che accade al di qua dei nostri tentativi di ordinamento della materia, della carne viva. È l’immanenza senza padroni del divenire, la transessualità materiale del possibile.

 

 

Come se mi spogliassi nudo di fronte alla più grande eventualità di vita

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L’inverno è alle porte e gioca a scassinare i miei pensieri con furiosi grimaldelli di vento. Cerco allora di pensare solo a te e m’imbarco in un desiderio aperto a ogni naufragio poetico.

Nel pensiero occidentale del XXI secolo, dopo la sbornia ideologica del Novecento, si dà ormai più importanza all’inseminazione che al seme, giungendo contraddittoriamente a pregare l’assenza di Dio fino a riderne senza più alcuno sprezzo del patetico.
L’albero della conoscenza, attaccato da ogni lato dai rampicanti dello scetticismo e della disillusione, ha perso memoria dei concatenamenti indispensabili tra radici e frutti, e se ne sta rachitico, in mezzo a una miriade di saperi frammentari, come risultante di un mondo che gestisce la frammentazione e la perdita di senso inventandosi ogni volta un post-qualcosa blandamente terapeutico.
Laddove ieri gli -ismi permettevano la gestione autoritaria dei saperi, oggi abbiamo un mondo che si aggancia ai propri postumi politico-culturali occultandone le implicazioni dispotiche grazie alla liberalizzazione democratica delle tecnologie.
Per intanto, almeno da Bataille in poi, se mi costringo a pensare alla morte, e soprattutto alla mia stessa morte, giungo a ridere di tutto, anche della morte degli altri, ma senza disgusto, senza disprezzo, calandomi in ogni morte come se mi spogliassi nudo di fronte alla più grande eventualità di vita.

Alla fine, avrò almeno appreso che dire la propria vita, qualunque essa sia, e in qualunque modo poetico la si possa esprimere, significa sempre farne un linguaggio che rilancia sì il desiderio, ma che mai e poi mai potrà dettare meccanicamente (o impunemente) l’affetto possibile.

Io e te, nell’affetto che accomuna, siamo due volte i molti che eravamo e che saremo.

 

13 novembre 2019. Foto: Hans Breder, Body/Sculpture, 1972.