Carmine Mangone, “Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle”, Ab imis, 2026

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[ aggiornamento: nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026. ]

Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.

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Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]

L’esperienza poetica

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Testo confluito in: Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle (Ab imis, 2026) e, con alcuni varianti, nella mia prefazione a: Isidore Ducasse, Poesie (Eretica ediz., 2025). Illustrazione: Danijel Žeželj.

I singulti poetici della nostra epoca non sono altro che anacronismi. Va ormai respinta ogni forma di credulità nei confronti del poeta, dell’artista, dell’intellettuale. Il rigore è necessario. La degenerazione del progresso lo implica. Bisogna incalzare le frasi di un autore, servirsi delle sue contraddizioni, criticare un’idea falsa per rettificarla in una pratica efficace, comune, trasmissibile.
Come punto d’inizio, va disambiguato il concetto di «poesia». È necessaria infatti una distinzione essenziale tra quella che possiamo definire poesia umanistica e ciò che invece rientra, partendo da un punto di vista materiale ed emozionale, nell’àmbito dell’esperienza poetica.
Pur essendoci una chiara connessione tra i due diversi piani, che si esplicita quasi sempre in un legame di causa ed effetto, di reciproco scivolamento dell’uno nell’altro, possiamo considerare la poesia umanistica come l’insieme delle opere dell’ingegno umano preposte alla celebrazione e alla conservazione del bello, dell’emozionante e del mirabile attraverso la redazione, la lettura e la trasmissione di testi scritti, mentre l’esperienza poetica, soprattutto in epoca contemporanea, ponendo come momenti fondativi l’avvento di Rimbaud e delle avanguardie del Novecento, risiede nella concretizzazione di eventi e situazioni che tendano a rilegare compiutamente, cioè a unire nel modo migliore e più armonico possibile, anche transitoriamente, quasi sempre transitivamente, quelli che sono i fattori essenziali del vivere: le unicità degli organismi psicofisici, l’ambiente, la lotta contro la morte, le relazioni tra i viventi e le cose, le idee storiche di tempo, la tecnica, una ricerca generale di senso e un bisogno particolare di soddisfazione.
La poesia umanistica si mantiene perlopiù su un piano culturale e si manifesta generalmente tutelando o rettificando le proprie forme letterarie dentro spazi autoreferenziali. L’esperienza poetica, al contrario, senza mai rigettare del tutto il momento estetizzante, passa dal resoconto del bello alla costruzione materiale e immediata di una compiutezza, di una ricomposizione gratificante dei vari frammenti del divenire.

Ricomporre il reale frammentato dai meccanismi sociali della civiltà, nonché dall’incidenza sempre maggiore della tecnica, è stato il primus movens della poesia, come pure della filosofia e di tutte le altre branche del sapere umano che mirino a una tendenziale unitarietà di teoria e pratica.
Si palesa tuttavia una flagrante contraddizione quando le dinamiche di ricomposizione s’irrigidiscono in àmbiti specialistici, separati, quando cioè le diverse branche del sapere non comunicano tra di loro e producono dei territori di ricerca esclusivi, impermeabili, mantenendo o addirittura infittendo le separazioni e le mediazioni tra i viventi.
Il passaggio dalla poesia umanistica all’esperienza poetica, cercando di non subordinare l’atto poetico a un qualche fatto extra-poetico, avvia un raccordo e uno sviluppo (tendenzialmente: una comunizzazione anarchica) di tutti i fattori poetici emergenti dalle relazioni materiali tra i viventi.
La poesia viene strappata alla sua genericità letteraria, alle astrattezze, ai banali intimismi, e torna ad affermarsi in ogni dinamica affettuosa verso il mondo, fluendo così in tutte le direzioni, in tutti i corpi del vivente, ma senza più una direzione eteronoma.

L’esperienza poetica è la «verità pratica» della poesia. Non è nostalgia di uno stato mitico, né la favoletta che ci raccontiamo ogni tanto per tenere a bada le nostre contraddizioni, bensì il desiderio di trovarsi dappertutto come a casa propria. L’esperienza poetica è l’oltrepassamento del poema: unione pratica tra la poesia umanistica, la filosofia e le attività che sovvertono affettuosamente la vita asservita. Grazie ad essa, la poesia diventa la teoria vivente del miglior mondo possibile. Non è una sintesi, bensì un accorpamento. Non spiega la natura o il mondo, ma fa sì che ci si dispieghi il più compiutamente possibile nel divenire di tutte le cose. La vita non può essere una narrazione che ci viene imposta, bensì un insieme di esperienze poetiche costruito da noi stessi insieme all’Altro. Il vero e proprio poetare è un’intesa tra i viventi affinché si ami il mondo e si costruisca un mondo da amare. In tal senso, la poesia è un atto compiutamente filosofico e sovvertitore, il cui movimento non fa che trasformare le forme poetiche in qualità reali e in relazioni realmente poetiche.

Mentre l’intelligenza artificiale generativa si appresta ad appropriarsi della poesia umanistica, e a generare output testuali e ipertestuali del tutto all’altezza degli usi (e degli abusi) scritturali contemporanei, il poeta che si vuole come agitatore poetico si occupa di riunire e riabilitare, in una pratica quotidiana del bello, i principi primi e comuni dell’esperienza vitale al fine di condividere una nuova verità dell’affetto e della poesia.
L’agitatore poetico è colui che non nega le proprie contraddizioni e non si limita ad affermare esteticamente le proprie negazioni. Accoglie in sé le irrazionalità che emergono dalle relazioni con il cosmo e ne fa un ventaglio di opportunità per sperimentare una nuova logica della comunanza.
L’ampliamento del sapere sarà appannaggio delle macchine. La lotta è impari. La verità diventa difficile. Ai viventi consapevoli, divenuti nel frattempo dei novelli potatori della bellezza, toccherà allora la deduzione dell’essenziale e l’affinamento di una critica che sappia incarnarsi in una com-unicità finalmente avulsa dagli accaparramenti egoistici del senso.

La ricombinazione delle forme, propugnata dal Ducasse/Lautréamont plagiarista e passata attraverso i tentativi di détournement dei situazionisti, è stata poi capitalizzata paradossalmente dalle macchine e dagli algoritmi del capitale, garantendo sì una continua fluidità dei discorsi e delle espressioni, ma non necessariamente uno sviluppo, un miglioramento delle condizioni generali dei viventi.
Si deve avere il coraggio di giungere a una conclusione scandalosa: l’intelligenza non basta, non è sufficiente a costruire un saper vivere.
La critica deve impregnarsi d’insensato e ricominciare a fare esperimenti con l’irrazionale, con l’emotivo. Il surrealismo stesso si è fermato al di qua, si è limitato ad aderire alle forme «sognanti» dell’irrazionale, ha avuto paura ad affrontare i propri microfascismi.
Il punto è che non si può restare isolati con ciò che si ama. L’amore va criticato. La critica deve farsi amorosa. Solo così si sviluppa un mondo reale, vivibile in comune e non soltanto a parole.
L’anima dell’Occidente ha smangiato i corpi divenendo un software. Proprio per questo, sormontando ogni risibile ebbrezza della distruzione, i corpi dovranno concepire e partorire una nuova intelligenza, una nuova autonomia, una nuova ανάστασις.
Ristabilire dunque una voluttà del creare. Associare voluttà e potenza. D’altronde, a chi non piacerebbe un’esperienza del mondo il cui germe fosse come un primo bacio?

Laureana Cilento, luglio 2025.

I nomi dell’amore non possono più tradirmi

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Malgrado la provvisorietà di ogni desiderio, il tuo esserci continua a scrivere in me ciò che la morte ancora non riesce a leggere.

Tra le pieghe del possibile, cerco una donna che mi conduca fino alla morte di tutte le parole: un amore che non si chiami più amore; una trasparenza che tenga in scacco ogni perversione della luce.

Il tuo pensiero più nudo mi fa sentire come un querceto che invochi il fulmine al cospetto dell’alba.

Se la dimora è l’abito, la soglia non può che essere il denudamento di ogni pensiero.

Volevo una donna che mi dicesse: «Hai pensato abbastanza. I nomi dell’amore non possono più tradirti. Sei finalmente libero».

Inutile il libro quando la parola è priva di sesso.

L’idea del silenzio è solo un modo per credere alla pace di tutte le parole, ma il corpo, almeno allo stato di veglia, non fa che rigettare senza posa ogni piega metafisica che occupi la mente.
Le radici dell’olivo non hanno mai avuto bisogno di una nostra idea della radicalità.

La terra culla i semi e continua ad amarli anche nell’eventuale sbandamento della germinazione. Tu sei la terra. Noi siamo il seme.

 

Laureana Cilento, 12-15 marzo 2026. Foto (dall’alto) di Ton Dirven e Aaron Knight.