Io secerno entusiasmi, non sentimenti

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Un sorriso inestirpabile e una vita senza progetto, libera come l’aria.
Posso accontentarmi? No, non posso. Riesco comunque a essere il me stesso che vorrei? Sì, immensamente.
In guerra verso le mie contraddizioni e in pace con le mie soddisfazioni, respiro tutto il possibile.

Che la vita possa amarvi come la volpe furtiva dell’altra sera che ha sostenuto il mio sguardo senza scappare.

Mettetevi la bile in pace. Solo la morte ucciderà i miei entusiasmi.

Ciò che non capiscono le donne disattente che m’incrociano, è che io ormai sono al di là del bene e della fica. Ho scopato davvero abbastanza nella vita per essere uno che vuole perdersi nell’alienazione delle pretese altrui. Io secerno entusiasmi, non sentimenti.

Voglio scoparmi tutta la poesia del mondo.

[a L.] I tuoi occhi, per me, sono senza rimedio. Rendono affatto inutile la parola redenzione. Proprio per questo, dovrò assumere la fermezza degli ulivi, la cautela feroce della faina. Non voglio ritrovarmi a vomitar stelle fra le pieghe dei sogni. Sarebbe disdicevole fallire la poesia.

Un improvviso vuoto nella gravità del corpo: stare a contare le mancanze del destino come se fossero formiche in processione, con la voglia di schiacciarle tutte, con la tentazione di mettere una pietra al collo di ogni desiderio.
Poi passa. Passa tutto. Anche il mio desiderio d’uccidere il desiderio: stronzata puerile, lo so, di chi prova a nascondersi inutilmente dietro il suo sesso eretto.

 

Sedici-diciannove luglio duemiladiciotto. Fotografia: Atta Kim.

 

 

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Romina Capo, “Quattro atti senza luna”

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.atto primo.

Mi sveglio alle 9 di mattina
con un desiderio tra le gambe
che a confronto il tuo di stanotte era poca cosa
e l’alito sa di vino bianco e bestie macellate
a mille chilometri e ad altrettanti digeriti
Si è contato (stanotte) stelle baci lucciole gatti
su quattro mani le donne della tua vita
io su due gli uomini della mia
compreso un padre e m’è venuto da applaudire
Uno spettacolo di strage stanotte
Qui c’è brandelli ovunque e non si capisce
persino sperma fra i capelli e sugli occhi
la luce delle lenzuola che hai appena steso ad asciugare.

.atto secondo.

Ora è il comandamento dello stomaco che chiama
con la puntualità dei battagli
promemoria del dove appiccare i fuochi
Tu hai quel lenzuolo di luce che apparecchi dei miei fianchi
strizzati come ghiandole salivari ad ammorbidirti il pane
Ce lo strusci addosso forte
Parliamo quindi di attrito dinamico senza parlarne affatto
e quel forte è un modo di dire che non diciamo
Forse anche strusciare era buttato lì
un carpiato della lingua un po’ per caso
E se nulla ha ragione d’essere buon per noi
che di questa gioia invece sragioniamo
Io un po’ più bagnata
tu di quel poco sfamato.

.atto terzo.

Il terzo fremito della giugulare
è di un muezzin che s’anticipa al tramonto
Dunque a ruota la retorica dell’abluzione
delle acque indivise e dei piedi da lavare
Le nostre parole sono forme ingombranti
le tue ad accarezzarmi il bianco dei denti
su e giù quasi ad emarginarmi il fiato
Le mie come una bava di lumaca
ad insegnare alle tue dita la mia fica
A farti scrivere di getto una rima antica
sulle lenzuola di un letto quasi sfatto
E di nuovo a contare stelle baci lucciole e gatti
ma gli applausi stavolta alle madri
E a noi partoriti e salvi per errore.

.atto quarto.

E per ultimo il riordino di rito che reinchioda
le lingue come quadri alle pareti
Restituisco con altri nomi le tue carni
ad altre vite che emuleranno il far di conto
Uno sciacquettio rapido avrai attorno
o i margini perturbabili di tutte le acque
Io il leggìo svuotato tra le scapole
di ogni metrica che mi hai sparso fra i capelli
Di mille chilometri è un ritorno lento al giorno
con le apologie di un lenzuolo macchiato
che sventola come una bestemmia
su uno stenditoio di bucato immacolato.

ROMINA CAPO

 


 

C’è chi resta dalla parte della morte e chi, come me, rimane ottusamente dalla parte della vita – e la vita è feroce, sa essere più feroce della morte.
Inutile cautelarsi. Non funziona. La morte invaderebbe comunque ogni cosa, anche la distanza che crediamo di mettere tra noi e lei, e la distanza finirebbe solo per chiuderci in gabbia, una gabbia forse più confortevole, ma pur sempre una cazzo di gabbia.
Certo, c’è chi ama stare in gabbia e chi, alla pari degli animali più belli, vuole azzannare l’unicità della vita, brucare la freschezza della terra e godere di ogni spazio che vada aprendosi dinanzi alla propria fame.
Siamo interi mondi brulicanti di possibile. E chi dice che siamo soli con noi stessi, che moriamo soli e così via, non si rende conto di ciò che in noi parla costantemente, dell’Altro che ci prende per mano ogni volta che usiamo le parole, né dell’intero universo che si riversa in ogni nostro tocco, in ogni nostra più semplice capacità a solcare un movimento, un arco di mondo.

Se diciamo la furia del desiderio, tradiamo forse una parte di quel possibile? Se manifestiamo la veemenza poetica (quel fare che ci apre, quel dire che usiamo come un sesso), rendiamo forse vulnerabili le nostre convinzioni?
La poesia non può essere eroticamente corretta. Non può risolversi in un rintuzzar voglie, trasalimenti. Non può esaurirsi in una maniera di tentennare, in un’antologia di scrupoli.
Chi non capisce un assunto del genere, si condanna ad essere circuìto dal proprio intelletto e a ridurre la propria ricerca dentro uno schema, dentro una circolazione di parole senza potenza, senza vera pregnanza. Il rigore si perverte allora in rigidità e lo stile finisce per ritmare solo una bellezza sterile, priva ormai di battito.

Che cosa fa la differenza? Come facciamo a sottrarci alla maniera o, peggio, al pressapochismo dei poeti ignavi, vili, cacaversi da un tanto al chilo? Cosa ci libera da quella piattezza che imprigiona la gioia dei corpi facendone strame letterario, poetico, buono solo per le vacche grasse dell’insignificanza generalizzata?
È l’ironia, signori e signore. L’ironia dei sessi beanti che si afferma con gusto e discernimento in faccia alle convenzioni, ai luoghi comuni della contemporaneità pornografica che colleziona onanismi: la capacità, in altre parole, di eccitare il possibile senza farsene possedere, di dire poeticamente il godimento creando un rilancio dello stesso, e non un mero catalogo di sconcezze. Essere, insomma, gentilmente osceni mirando alla compiutezza dell’esperienza, al godimento critico della nostra amicizia verso il mondo, senza smarrirsi in una banale padronanza dei dettagli che ne narrano il movimento.
L’ironia erotica è il rovesciamento gaudente della pornografia. Laddove quest’ultima promuove lo smembramento del piacere per venderne al dettaglio gli elementi divenuti intercambiabili, l’ironia afferma invece la compiutezza dello spazio amoroso e ne alleggerisce l’arredo culturale, minando alla base il superfluo, la serializzazione dei gesti, la ruffianeria delle parole amorose.

Romina Capo è riuscita in questo: a scrivere con leggerezza la volontà che si afferma a fior di pelle. Parlo qui di volontà, badate, non di desiderio. È la volontà a giocare la partita. È la volontà che decide se farsi scopare e da chi. Infatti, in mancanza della volontà, l’umana congerie si fa stuprare invariabilmente dal potere, dalle stronzate inessenziali, dal cazzo di un qualsiasi dio improvvisato. Certo, io qui già risulto greve e bassamente provocatorio (le chiese vanno incendiate), mentre Romina procede con una leggerezza e un’ironia invidiabili: blandisce il lettore, gli sorride amabilmente, ma solo per lasciarlo nudo, di fronte a se stesso e al suo desiderio ciondolante, patetico. Mi fa quest’effetto, insomma. Prima me lo fa tirare – il pensiero – e poi me lo lascia lì, a interrogarsi sulla sua arroganza, sulle sue menate itifalliche, sulla sua dialettica che si autocompiace lungo il bordo dell’abisso. Una dote rara, quella di Romina: spalancare la propria poesia senza darla al primo venuto; costruire una tenerezza che non preveda armistizi; lanciare il lettore tra le pieghe di questo lenzuolo sporco (e imprescindibile) che è la vita acerrima.

Carmine Mangone, 16-17 luglio 2018. [ La fotografia è di Lina Scheynius ]