L’anarchia, gli anarchismi e Max Stirner

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Le prime ottomila battute del capitolo conclusivo del mio L’insurrezione che è qui. Max Stirner e l’unione dei godimenti (Gwynplaine, 2017). Prossimamente pubblicherò anche degli estratti dalla restante parte del medesimo capitolo, i quali includeranno riferimenti a Camus, Duchamp, Novatore e Armand. L’opera col monello di Chaplin (Unfollow) è di Panos Antonopoulos.

Si può supporre che, dacché l’uomo abbia usato un potere per asservire i propri simili e trarre profitto dalle loro attività, da quel momento ci sono stati degli oppressi che hanno cercato, in modo più o meno coerente, di sottrarsi all’asservimento lottando tendenzialmente contro ogni forma di potere, autorità e divisione del lavoro. 

L’idea di anarchia (dal greco ἀναρχία, “assenza di governo”), come pure la prassi conseguente che vi è connessa, nasce quindi storicamente dentro i rapporti conflittuali che oppongono il potere (e l’autorità che lo esercita) a coloro che si vogliono liberi subito e senza condizioni. Una tale idea ha acquisito un senso positivo solo con l’avvento del proletariato rivoluzionario e la nascita dell’anarchismo storico nel corso del XIX secolo. Prima dell’Ottocento, si usava da secoli quasi unicamente l’accezione negativa del termine. Il nobile francese Pierre d’Avity, nella prima metà del XVII sec., considerava l’anarchia «la peggiore delle Tirannie, la causa e l’effetto delle sedizioni, in cui il popolo diventa una bestia crudele»1. Sempre nello stesso periodo, del tutto analogo è l’uso che ne fa Hobbes nel Leviatano (1651): «(…) coloro che sono scontenti sotto la monarchia, chiamano questa tirannia; coloro cui dispiace l’aristocrazia, chiamano questa oligarchia; così pure coloro che sono afflitti sotto una democrazia, chiamano questa anarchia (che significa mancanza di governo); e tuttavia penso che nessuno creda che la mancanza di governo sia un nuovo genere di governo, e per la stessa ragione non si deve credere che il governo è di un genere quando è gradito e di un altro quando è sgradito, o si è oppressi dai governanti» (cap. XIX). Per Hobbes, l’anarchia è quindi associata alla «condizione di mera natura, vale a dire, di libertà assoluta, qual è quella di coloro che non sono né sovrani né sudditi» ed è invariabilmente una condizione di guerra (cap. XXXI).

Sovvertendo la prospettiva hobbesiana, sarà D.A.F. de Sade, col suo feroce illuminismo amorale, a sdoganare la tanto esecrata “libertà assoluta” e ad usare l’idea di anarchia in senso positivo. D’altronde, il Divin Marchese aveva già fatto sua la lezione del barone d’Holbach, il cui Le Christianisme dévoilé si era attirato addirittura le ire di uno stizzito Voltaire: «L’autore sembra troppo nemico delle potenze. Gli uomini che la pensassero come lui non formerebbero che un’anarchia; e vedo fin troppo bene (…) quanto l’anarchia sia da temere»2.

In Juliette (1801), Sade scrive un passaggio emblematico: «L’abuso della legge è ciò che conduce al dispotismo; il despota è colui che crea la legge… che la fa parlare, o che se ne serve per i propri interessi. Togliete al despota questo mezzo d’abuso, e non si avrà più alcun tiranno. Non esiste un solo tiranno che non venga sostenuto dalle leggi nell’esercizio delle sue crudeltà; là dove i diritti dell’uomo saranno ripartiti equamente, in modo che ciascuno possa vendicarsi da sé delle ingiurie ricevute, non si leverà sicuramente nessun despota, perché egli verrebbe rovesciato alla prima vittima che avesse intenzione d’immolare. Non è mai nell’anarchia che nascono i tiranni: voi li vedete sorgere solo all’ombra delle leggi o trarre autorità da esse. Il regno delle leggi è dunque vizioso; è quindi inferiore a quello dell’anarchia (…). Gli uomini sono puri solo nello stato di natura; dal momento in cui se ne allontanano, si degradano. Rinunciate, vi dico, rinunciate all’idea di rendere migliore l’uomo attraverso le leggi: voi lo rendete, con esse, solo più furbo e malvagio… mai più virtuoso»3.

Se ogni pensiero anarchico non contiene di certo tutta l’anarchia, quest’ultima rimane pur sempre quella tensione radicale verso una compiutezza del vivente che caratterizza invariabilmente ogni anarchismo. Un vivente può dirsi compiuto quando riesce a godere della propria unicità, di concerto con altri viventi, nella più ampia autonomia possibile rispetto alle strutture autoritarie della società.

Mentre l’anarchismo attiene al pensare e al saper vivere il movimento verso uno spazio senza padroni e senza tempo, l’anarchia è la pratica possibile di questo stesso movimento nell’immediato.

Al di là delle specificità storiche dei diversi anarchismi, l’anarchia è una sorta di invarianza, di “verità pratica” dell’unicità. Se l’unico nega ogni idea universale e ogni mistificazione ideologica, sottraendosi a tutti gli autoritarismi sociali, la sua démarche non può che svilupparsi nel territorio di un’immanenza tendenzialmente anarchica. La forza e il fascino di un simile “territorio” vengono tratteggiate efficacemente da Victor Serge nelle sue Memorie: «L’anarchismo ci prendeva interamente perché ci chiedeva tutto, ci offriva tutto: non c’era un solo angolo della vita che non rischiarasse, almeno così ci pareva. Si poteva essere cattolici, protestanti, liberali, radicali, socialisti, oppure sindacalisti senza cambiare niente nella propria vita, e per conseguenza della vita (…). Intessuto di contraddizioni, dilaniato da tendenze e sottotendenze, l’anarchismo esige anzitutto l’accordo tra gli atti e le parole (…). Non attendere la rivoluzione. Chi promette la rivoluzione è un buffone come un altro. Compiere da sé la propria rivoluzione. Essere uomini liberi, vivere da compagni»4.

L’anarchismo non nasce o si modifica in àmbito culturale, bensì negli addensamenti teorici prodotti dalle lotte contro ogni mediazione autoritaria. Esso non si sviluppa ordinatamente tra le pagine dei libri, ma nell’incessante verifica “operativa” dei metodi, delle tattiche, dei rapporti di forza. L’idea dell’anarchia indica lo scopo ultimo degli anarchici, ma l’insieme costituito dal loro pensiero e dalle loro azioni si vuole contemporaneamente come progetto, contenuto e risultato dell’anarchia. In una prospettiva anarchica, i processi di conoscenza, le forme organizzative e la trasformazione dell’esistente costituiscono infatti un unico, inscindibile concatenamento di esperienze.

Detto questo, va sottolineato il fatto che Max Stirner, nei suoi vari scritti, non si definisce mai anarchico. Tra le pagine dell’Unico, il filosofo tedesco usa due volte la parola Anarchie e una volta sola il termine anarchisch5, e lo fa senza sganciarsi più di tanto dai loro significati “gergali”.

Non possiamo certo sapere se Stirner avrebbe accettato per sé l’attributo di stirneriano. Magari gli sarebbe parso troppo ovvio, quasi tautologico. È però assai probabile che la sua ironia si sarebbe abbattuta pure sugli individualisti stirneriani, per i quali l’Unico è diventanto una sorta di Bibbia a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento. Stirneriano è il pensiero di Stirner, non il processo singolare dell’unicità di chi lo legge; in quest’ultima troviamo semmai il pensiero di Stirner insieme a tante altre cose. Possiamo invece supporre che l’autore del Der Einzige, sviluppando in modo conseguente la propria critica, e visto soprattutto il giudizio che riserva ai socialisti e ai comunisti del suo tempo (Proudhon, Weitling, il giovane Marx), avrebbe attaccato quasi sicuramente anche il comunismo libertario e l’anarchismo “organizzatore”.

L’anarchismo storico, per come si sviluppa soprattutto con Proudhon e Bakunin, ha un impianto teorico essenzialmente socialista e collettivista. Il suo obiettivo principe è una trasformazione rivoluzionaria delle strutture sociali. I suoi principî di base sono chiari, netti. Antiautoritarismo in tutte le sue forme, con conseguente lotta contro ogni potere e autorità. Ricerca di un equilibrio tra libertà ed uguaglianza attraverso strutture di solidarietà e mutuo appoggio. Coerenza tra mezzi e fini, che si concretizza nel rifiuto della delega e nella pratica dell’azione diretta. Autogestione della produzione e delle lotte, o, per meglio dire: autoproduzione dell’individualità e della comunità, con lo sviluppo di una loro autonomia rispetto a Stato e capitale. Forme organizzative antiverticistiche, orizzontali, all’insegna dell’affinità e della reciprocità tra i singoli membri.

L’anarchismo individualista si smarca invece dalla visione “sociale” e dalle organizzazioni di sintesi del movimento anarchico storico ponendo l’individuo concreto al centro del proprio pensiero e della propria azione. Per gli anarco-individualisti, la tutela dell’individualità e lo sviluppo di libere associazioni (che mai devono formalizzarsi a scapito dei propri membri) restano il fondamento e il fine dell’agire.

Malgrado le loro diversificazioni teoriche e storico-geografiche, tutte le correnti dell’individualismo anarchico hanno un qualche debito nei confronti del pensiero stirneriano. D’altronde, tutti gli anarchici, o quasi tutti, non hanno difficoltà a considerare Stirner, almeno in parte, un teorico dell’anarchismo. (…)

– – – – – – –

NOTE

Pierre d’Avity, Le Monde, ou La description générale de ses quatre parties, 1643, p. 300.

Voltaire, lettera a Madame de Saint-Julien, 15 dicembre 1766.

D.A.F. de Sade, Histoire de Juliette, ou les Prospérités du vice, 1801, parte IV.

Victor Serge, Mémoires d’un révolutionnaire 1901-1941, Seuil, Paris, 1978, p. 24-25.

5 Cfr. Der Einzige, Reclam, pp. 115, 158, 263.

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Carmine Mangone, “Esercizi di accanimento”, Serpent Kiss Digital, 2017

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Carmine Mangone, Esercizi di accanimento, Serpent Kiss Digital, 2017, pp. 82.


Potete acquistare il cartaceo su:
< Lulu >  < Amazon >


La scheda sul sito dell’editrice:

< Serpent Kiss Digital >


 

Nota in quarta di copertina:

Per circa una dozzina d’anni, l’autore ha cesellato o buttato giù in modo inconsulto le scritture brevi che formano Esercizi di accanimento. Questo piccolo libro, con ogni evidenza, è formato infatti da aforismi, minute riflessioni e rasoiate poetiche che si pongono però meno come tentativi di sintesi e più come inciampi, incidenti del pensiero. I temi trattati variano molto: erotismo, scrittura, anarchia, punk, calcio, ma il tutto è attraversato da una corrente ironica, da un filo rosso che vuole innescare entusiasmi, disgusti, permettendo al lettore di piantare le tende lungo il bordo di quell’abisso che si chiama divenire. Ogni frammento di testo, qui, è sempre un grimaldello per insidiare i corpi, il mondo. Schierandosi contro i luoghi comuni dell’esistente, e ibridandoli senza pena, l’autore si dà un compito immane, sproporzionato: contribuire criticamente ai movimenti comuni dei viventi. Solo così, a suo avviso, può manifestarsi degnamente quell’accanimento che ancora si mette nel voler amare.


Nota dell’autore (9 ottobre 2017):

I tanti amici che hanno letto e amato Così perdutamente umani, il libricino uscito per Nautilus nel 2010, non potranno che apprezzare anche Esercizi di accanimento. Quest’ultimo volumetto, infatti, come il primo, si compone di massime, sentenze e scritture brevi che si leggono tutte d’un fiato, pur non concedendo quasi nulla, beninteso, alla facilità e al mainstream.
C’è però una differenza essenziale tra le due pubblicazioni: mentre Così perdutamente umani aveva per tema principe (e quasi esclusivo) quello dell’amore carnale, gli Esercizi spaziano invece tra svariati argomenti, tra i quali: l’erotismo, l’anarchia, il punk, i libri, la poesia, il calcio…
Invitandovi a leggerlo (lo reperite per il momento unicamente sul web e solo su carta), mi auguro che esso trovi la stessa diffusione e la medesima benevolenza che ha finito per avere, sorprendentemente, la piccola pubblicazione del 2010.
Ultima cosa: per farvi cosa gradita, ho accluso in appendice una nuova versione di Come per un tentato amore, testo che fu in origine la sezione conclusiva del mio Mai troppo tardi per le fragole (libro edito nel 2009 e ormai introvabile da diversi anni).


Estratti del libro su Pochi amici Molto amore:  <1>   <2>   <3>   <4>   <5>

Carmine Mangone, “Maldoror e la verità pratica”, Ab imis, 2017

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Carmine Mangone, Maldoror e la verità pratica, Ab imis, Laureana Cilento (SA), 2017, pp. 92, ISBN 9780244022273.

Isidore Ducasse (1846-1870), meglio noto con lo pseudonimo conte di Lautréamont, è stato l’autore più amato da surrealisti e situazionisti, preannunciando con la sua opera – I canti di Maldoror (1868-69) e Poesie (1870) – le invenzioni stilistiche e le istanze di rivolta delle avanguardie artistiche del Novecento. Il saggio di Mangone ne traccia la parabola biografica e ne sottolinea altresì le particolarità letterarie e teoretiche. Non solo. Usando Ducasse come pre-testo, l’autore inanella una serie di riflessioni su letteratura, scrittura, società, rivoluzione, verità, ecc., suggerendo al lettore una prospettiva insurrezionale dell’atto creativo, nonché un preciso approccio nei confronti della poesia, intesa qui soprattutto come raffinamento del saper vivere.

Acquista il cartaceo su:  < Amazon >  < Lulu >

 

Download gratuito della versione digitale: < Pochi amici Molto amore > < Internet Archive > < (un’anteprima su:) Google Books >

 

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Materiali di approfondimento:

— [pdf] Estratti in italiano delle Poésies di Isidore Ducasse:   < I >   < II >;

— [pdf] Scansione dei due fascicoli originari di Poésies (1870);

— [pdf] Una splendida edizione di Les Chants de Maldoror (1868-69), illustrata sontuosamente di L.L. de Mars;

— [epub] Edizione italiana contenente I Canti di Maldoror – Poesie – Lettere (N.B.: manca la settima lettera nota di I. Ducasse, la pubblicherò prossimamente su questo blog)

— [pdf] edizione digitale di Maldoror (testo originale in francese);

— [pdf] un numero della rivista Il vaso di Pandora (vol. XVIII, n. 1, 2010). Vi è contenuto il breve saggio Genio e follia: il caso Lautréamont” di Federico Pastore, il quale si rifà ampiamente ai miei lavori su Ducasse/Lautréamont.

 

Usando Stirner

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Il seguente testo è apparso sul n. 29 del dicembre 2017 di Seme Anarchico, testata storica del movimento anarchico italiano, fondata nel lontano 1951.
Per informazioni sulla pubblicazione, scrivere a: Antonietta Catale – Guido Durante, Casella Postale n. 49, 15121 Alessandria (oppure: semeanarchico@libero.it), tel. 3335088303. Prezzo di una singola copia: 2 euro. Abbonamento annuo: 14 euro. Per sottoscrizioni o abbonamenti: ricariche sulla Postepay n. 5333 1710 2771 9158 intestata a Antonietta Catale.
Ringrazio di cuore i compagni del giornale per avermi chiesto uno scritto di presentazione della mia opera dedicata a Stirner.

 

Vi sono libri la cui lettura si fa esperienza, rilancio della migliore umanità possibile, e ve ne sono altri – i più – che restano invece un modo banale per passare il tempo senz’ammazzarlo, senza sormontarlo in una nuova compiutezza del vivere.
In altre parole: da una parte, abbiamo libri che trasmettono dei saperi contro la servitù, i servilismi, l’asservimento dei viventi; dall’altra, all’opposto, vi sono libri che si ‘limitano’ a servire il sapere dominante, ad asservire i saperi, nonché a mantenere ruoli e gerarchie nella gestione sociale delle conoscenze.
Il Der Einzige di Max Stirner appartiene senz’altro alla categoria delle opere che aprono mondi, che spalancano menti, e che i chierici non sono ancora riusciti a disinnescare (non del tutto, almeno).
Eppure, la lettura dell’opera maggiore di Stirner non è affatto facile, né tanto meno sollazzevole. Richiede applicazione, protervia e, soprattutto, una buona dose di cattiveria nei confronti dei luoghi comuni del pensiero. Dimenticate quindi tutte le stronzate dei filosofi, dei politici, dei preti, dei moralisti! Stirner spazza via ogni ‘idea fissa’, cioè ogni idea che subordini socialmente l’individualità, il singolo, e lo fa senza mezzi termini, imbastendo una critica che sarà valida finché esisteranno dei saperi servili, subordinati, e finché avremo a che fare con un apparato di potere che li genera e li impiega.
Io lessi per la prima volta L’unico e la sua proprietà più di trent’anni fa. All’epoca, ero un giovane teppistello di provincia, affascinato dall’anarchia, dalla rivolta, e che amava i libri dirompenti, ‘unici’ (proprio nello stesso periodo, non a caso, andavo scoprendo Maldoror e i surrealisti francesi…).
Stirner mi fece l’effetto di un cataclisma. Era il mio libro. In quelle pagine, ritrovavo la mia ricerca di autonomia, di unicità. Era tutta lì. Questo bastardo d’un tedesco aveva detto tutte le cose che mi turbinavano in testa e le aveva dette in un modo che non si riusciva a contraddire ‘materialmente’. In altre parole, ritenevo – e ritengo tuttora – che si possa e si debba criticare il suo pressapochismo storiografico, la sua noiosa pedanteria, il nominalismo che trabocca da alcuni suoi passi, le sue conoscenze dozzinali in tema di economia, ma di una cosa resto assolutamente certo: anche grazie a lui, nessuno potrà mai confutare il fatto che ogni vivente ha una sua unicità fisica e riflessiva e che, proprio per questo, ogni vivente dovrebbe darsi la potenza per difendere e sviluppare le proprie specificità, la propria integrità.
Ecco. Stirner, a modo suo, ci dice che dobbiamo aprire gli occhi, essere ‘egoisti’ e liberarci di tutta la zavorra sociale e culturale che ci va frenando nel nostro voler godere compiutamente della vita ‘unica’ che abbiamo.
Ora, a distanza di trent’anni, e dopo periodiche riletture, ho ripreso nuovamente Stirner e mi sono concesso la possibilità di affrontare, di pari passo, questioni che ritengo quanto mai essenziali: insurrezione, rivoluzione, individualità, comunità, godimento, diritto, tempo, denaro, ecc. ecc.
Ne è venuto fuori un libro che esce nel novembre 2017 per le edizioni marchigiane Gwynplaine: L’insurrezione che è qui. Max Stirner e l’unione dei godimenti. Il volume avrà un minimo di distribuzione commerciale, ma non è soggetto ad alcun copyright. Gli amici della Gwynplaine, pur provenendo da un milieu comunista, si son dimostrati entusiasti all’idea di un libro su Stirner e mi hanno permesso di ‘confezionarlo’ a modo mio, dandomi completa fiducia. Attraverso le 230 pagine che lo compongono e le 150 note che lo costellano, ci troverete spiegato per sommi capi il pensiero di Stirner, ma anche ampie digressioni atte a contestualizzarlo, a scandagliarne le possibilità, le potenzialità (la postfazione di Filippo Pretolani sfocia addirittura nella fisica quantistica!…). Beninteso, non è un testo ‘stirneriano’. Per me lo stirnerismo è un controsenso. Solo Stirner poteva essere autenticamente stirneriano. Il mio libro, semmai, è il tentativo ‘mangoniano’ di creare un nuovo sentiero, un percorso lungo il quale ritrovare un’armonia, una consonanza tra individualità e comunità (v’introduco, non a caso, il concetto di com-unicità).
Perché questo tentativo? Provo ad abbozzare qui di seguito una risposta sommaria.
La società contemporanea vive ormai un paradosso costitutivo: da una parte, ha indotto ed esaltato su scala globale un individualismo esacerbato, funzionale; dall’altra, nel contempo, l’individuo rimane annichilito dietro le sue rappresentazioni sociali, pubblicitarie. L’individualismo – ogni individualismo – si rivela quindi un’esaltazione spettacolare e una riduzione reale dell’individuo. Stato e capitale vogliono d’altronde un singolo debole, isolato, facilmente controllabile, il quale può al limite fare numero, massa, senza però mai imporre uno scarto qualitativo e criticamente consapevole alla propria (eventuale) volontà di comunanza. Usando Stirner, il paradosso di un individualismo eretto contro gli individui può essere rovesciato: l’unico, infatti, rompe coi meccanismi alienanti e gerarchici della società, attua una secessione rispetto al sistema di valori dominante – anche rispetto ai valori individualisti del ‘liberalismo’ – e fa sì che l’individuale torni ad essere personale.
Se vi pare poco, non posso far altro che lasciarvi al beato usufrutto della vostra pochezza.

Laureana Cilento, 7 novembre 2017