Un’evidenza piena d’ali

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Nella-Tarantino02

Abbracciando un’entità
esteriore, la mia presenza
fuoriesce dai limiti con cui
s’identificava, in cui era
coinvolta, e reagisce contro
di essi finché non le appare
la determinazione essenziale
dell’affetto.
L’attività del Tutto non
ostacola la carne dell’attimo.
La tua pelle
rimane la soglia del
mio cuore meno mortale.

Non ho mai succhiato il latte della vita, neanche da mia madre, che già ne aveva poco pure per sé. Ho dovuto quindi intagliare la corteccia del mio stesso essere e farne sprizzare il succo decisivo per affermare la mia volontà, la mia poesia. Il resto è stato un lento scivolare lungo una bellezza gioiosamente traviata e che ho finito per impiegare come uno strumento di richiamo, una sorta di piumaggio iridescente del pensiero.

Quando tu crei per me uno spazio dentro i tuoi giorni, sento che anche le pietre vivono, pulsano e mi parlano: non vi è alcuna separazione fra le cose dei nostri mondi, né tanto meno si pone un obbligo o una cautela fra le nostre rispettive premure. La materia canta, il vento ride, il cielo offre al corruccio del rapace un’evidenza piena d’ali.
In qualche modo, è come se io fossi già stato in quel tuo spazio – all’epoca d’un mondo anteriore, chissà – e credo anche che tornerò a starci, insieme a un’altra te stessa, non appena i nostri respiri avranno esaurito la prima materia e diverranno una nuova, ampia e comune trama di energie.

La tenerezza non distrugge la morte, non distrugge nulla. È uno spodestamento della vita tetra, una gioia del tatto, un ordine effimero dei nervi. Ordine, e non ordinamento, col quale ci rendiamo indifferenti alla necessità d’affermare l’Io o i perimetri sociali della disponibilità.
Senza essere neutrale, la tenerezza è il neutro. Sospensione dello scetticismo, sospensione dello stesso linguaggio che tenta di dirla, essa è la fiducia che non chiede controprove o contropartite: affidamento all’altro del proprio possibile; interruzione morbida del tempo; elusione affettuosa (e sempre fuggevole) del conflitto che mette a nudo l’inorganicità del pensiero e del potere.

[ I versi iniziali sono stati scritti il 3 gennaio 2022. Il resto risale ai due anni precedenti. Le fotografie sono di Nella Tarantino. ]

Nella-Tarantino01

Intervista al Mangone a cura di Davide Galipò sul Vol. IX della rivista “Neutopia”

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È disponibile il Vol. IX della rivista Neutopia, che ha per tema Il corpo utopico.

Per acquisti: sito della rivista.

Autori: Carla Francesca Catanese, Chiara De Cillis, Cetty Di Forti, Carmine Mangone, Collettivo Montag, Ángelo Néstore, Giulio Pitroso, Valentina Scelsa, Nadeesha Uyangoda, Somma Zero

Illustratori: Kayan Kwok, Cristiano Caggiula, Sang Delan, Nat Gisberger, Christine Kisler, Cybørpunk, Gustavo Amaral, Mìlés, Paolo Alù, Munachi Osegbu, Simona Caprioli, Giannino Dari

Copertina: Simone Biondo

100 pagine, colori, brossura, 14 € (spedizione inclusa)

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Contiene una lunga intervista al sottoscritto a cura di Davide Galipò. I temi affrontati, tra gli altri, sono il vivente evacuante ed evacuato nel contemporaneo, la violenza e le sua macchina mitologica, Antonin Artaud, il “corpo senza organi”, ecc. Di seguito, un breve frammento.

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Innanzi tutto, Carmine, partiamo dall’incontro: che cosa accade quando ci troviamo di fronte a quello che Rimbaud avrebbe definito l’Altro?

Accade che ci si ponga delle questioni; questioni che riguardano eminentemente le relazioni che abbiamo col mondo. Esistendo, e dando un qualche senso alla nostra presenza, noi ci poniamo domande, non facciamo che pórci domande, e finiamo così per invitare, per indurre l’Altro a darci, a suggerirci delle risposte, quando non addirittura a infittire le nostre stesse domande. È una dinamica costitutiva – e oserei quasi definire post naturale – del nostro incontro/scontro col mondo.
In una tale dinamica, io mi chiedo, io finisco per chiedermi: se la mia massa di carne, ossa e pensiero, muovendosi nello spazio, urta contro di te, in modo deliberato o casuale, che cosa accade alla nostra materia e alla materia dei nostri pensieri? Quale reazione deve innescarsi per far sì che dal nostro cozzo abbia a prodursi un’intelligenza carnale comune? In che modo trasformiamo i nostri movimenti in un luogo di appartenenza? Con la semplice intenzione? E cosa succede quando lo scontro non genera un vero incontro? Quali sarebbero, in ultima istanza, gli elementi e le dinamiche che rendono “vero” un incontro?
Certo, la verità di una relazione non nasce banalmente dalla qualità dell’evento, ma già dall’esperienza dell’evento stesso. Io incontro l’Altro quando si riesce a sottrarre verità al nostro eventuale scontro. E ciò avviene cercando un’intesa a partire dalle nostre rispettive “verità”, procedendo a braccetto verso di esse, oppure restando, più o meno consapevolmente, in un comune disaccordo, tale però da consentirci la costruzione di un luogo (fisico e mentale) abitabile da entrambi. La formula rimbaudiana Je est un autre, a mio avviso, è proprio lo spazio in cui ci facciamo attraversare sia da una comune riduzione della distanza, sia da un’offerta reciproca (e anche tumultuosa) delle proprie contraddizioni, in modo così da stabilire un territorio comune, abitabile, nonché attraversabile autonomamente da tutti i nostri affetti, da tutte le nostre affezioni. (…)

L’ingenua poesia delle cicatrici

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SandrisJaudzems03

Lungo il sentiero,
accanto al sole che scivola via,
un desiderio di pace dai denti rotti,
un animale chiamato attesa
e l’ombra di un noi senza più nome.
Credevo di aver fregato il destino
dando una mano di poesia ai miei giorni,
ma mi sbagliavo.
Non ho perso, non ho vanto,
ma non sono mai stato neanche il manto che volevi.
Il pane dell’amore si nega al lievito e mi
lascia un sapore acido sul bordo del giorno.

Lancio di sassi. Sipario. Il vecchio Narciso piscia
nell’acqua che lo riflette e se ne va.

1°-5 novembre 2021

*

Io ho voluto vivere al di sotto delle
vostre idee e al di qua dei
miei stessi sogni.
Il vento spalancava ogni pensiero,
la carne si rompeva in sorrisi
ad ogni spina del giorno.
L’indecenza di vivere,
lo stallo della morte,
l’ingenua poesia delle cicatrici.

20 dicembre 2021

SandrisJaudzems01

*

Avrei potuto darti fuoco,
mondo incompleto dei miei stupori,
e sentire il tuo calore mentre ti amavo.
Avrei potuto accettare un destino
e sentirmi tutt’uno con una qualche stupida poesia.
Ma niente può ridarmi la nascita,
niente può calpestare la materia acerrima che
prende per mano la morte e si trasforma in germoglio.

22 dicembre 2021

*

Un piccolo animale urla al cielo che avremo.
Un piccolo animale evita le strade dei maestri e
ricomincia ogni giorno a guardare con gioia le cose che non ci diremo.
Nessuna parola può toglierci la libertà di uccidere Adamo,
nessun nome può calpestare il rumore del nostro sangue più ingenuo.

22 dicembre 2021

*

Quando senti freddo alle gambe,
accarezza il gatto randagio che si nasconde tra
le rughe del tuo rancore e
lascialo libero di graffiarti.
Renditi leggero come il fuoco.
Accompagna ogni vento nemico.
Prepara la benzina.
Non abbiamo ancora perso.
Non vinceremo mai.
Trasforma dunque la rabbia in
amicizia verso l’attimo e versami da bere.

22 dicembre 2021

[ Illustrazioni: Sandris Jaudzems ]

SandrisJaudzems02