Solo l’egoismo del corpo

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Attardarsi a vivere. – È sempre e solo questo ciò che ci ostiniamo a fare, a volere. Sapersi dentro un movimento che non ci perderà, e che ci rende spensierati, accorti, essendo noi stessi la ricerca, volendoci noi stessi come linea di fuga fatale, comune, la quale può benissimo trascurare il proprio scopo (la salvezza? La convenienza? La familiarità?), ma non se stessa, non il proprio andamento.

Ti ho voluta. Ho voluto fortemente che la mia vita fosse invasa dalla tua intelligenza, dalle tue visioni, dal tuo desiderio. Ti ho fatto spazio perché tu venissi a parlarmi dei tuoi mondi. Mi sono aperto senza limiti per darti modo di regalarmi le tue voglie. Ho atteso il tuo orgasmo. Ho cercato di farti capire che non ho alcun bisogno di capire tutto questo. Ho fatto l’amore con te per fermare la tracotanza del tempo; e il tempo si è fermato, sulle mie labbra, nei tuoi sguardi, fra le tue gambe.
Ancora non ho ben capito di che colore siano i tuoi occhi – perdonami, è che voglio continuare a credere all’ottusità del mio desiderio –, ma ho compreso fin da subito che dovevo disarmare il mio pensiero, la durezza del mio sangue, e consegnarti ogni cosa: il pensiero, la durezza, il sangue.
In tutto questo, un solo rammarico: dovermi accontentare, fino al tuo ritorno, di questa mia stronza poesia che mai riuscirà a scoparti come vorrei fare adesso.

 

 

 

Solo l’egoismo del corpo – questa salute che si chiama amore, poesia – può giungere a riconoscere l’altro, a ritrovarsi negli elementi del mondo e a volersi cocciuto, compiuto, irresponsabile di fronte all’eternità.

Mettendomi nelle tue mani, rimescolo ogni cosa e la faccio nuova. In altre parole – letteralmente in altre parole – ho necessità di abbattere ogni precedente necessità costruendo un’originale consistenza, una particolare consonanza, una poesia tellurica da estendere a tutto il corpo, a tutte le parole. Il che significa: sperimentare in un’assoluta mancanza di subordinazione; volermi sfrenato senza prendere partito per il disordine; non essere me, ma violare ogni essere in me, insieme a te, attraverso te.
Rubo allora e mi porto alle labbra una tua formula: “il mio tu”: questa sovrana scostumatezza che ci spoglia consegnandoci all’autonomia dell’altro e all’anarchica mancanza di neutralità di ogni tumescenza erotica.
Un azzardo unico e bello per affermare il noi che viene.

Da sola, hai fatto calare gli Unni, il dadaismo e la propaganda col fatto dentro il mio sangue. E ora, come dirtelo?, me sto qui che bestemmio col cazzo duro perché ho la bocca piena di stelle e non riesco più a raccapezzarmi con tutte ‘ste costellazioni di sperma e saliva che tengo in serbo in te.

Una supernova. Il tuo orgasmo mi ha portato in bocca una supernova. Ondate di possibile, di vita definitiva, che ho sentito venire dal più nudo dei tuoi destini.

Se mi dico che senza di te sto sprecando il mio tempo, mi viene rabbia, perché così do ancora importanza al tempo, allo scorrere del tempo, anziché soffermarmi criticamente su quanto sia bello, in noi, questo intersecarsi di mondi.
Tu mi dirai: ma perché criticamente? La risposta è semplice, benché non abbia niente a che fare con la facilità.
Per me, l’amore è il movimento, il transito che critica lo spazio facendolo convergere in un’esperienza comune, in una concezione affettuosa del mondo.
In altri termini, l’amore costituisce il luogo comune dell’entusiasmo, dentro il quale, ogni giorno, scelgo o ribadisco il destino (l’unicità) che voglio vivere insieme a te.
Ora, il destino è fatto di tempo? No, il destino è l’esperienza del nostro possibile, la carne stessa del possibile, il volume di ogni esperienza che non ci riduce ai limiti mortali del nostro corpo.

 

[ Giugno 2018. Frammenti confluiti in Il saper amore. Fotografie di Christophe Pok. ]

 

 

Ogni desiderio potrà tornare a casa, come saprà, quando vorrà

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Alcuni testi inclusi nel mio Se questo si chiama amore, io non mi chiamo in alcun modo  (Ab imis, 2018). Il volume è acquistabile su <Amazon> <Lulu> e (in digitale) su <Kindle Store>. Le foto sono di Anita Dadà.

 

 

Creo uno spazio,
qui,
con quattro parole,
come se parlassi a una bimba.
Lo spazio non si vede,
perché all’inizio lo spazio sei tu.
Poi questo spazio si allarga, si allarga,
e diventa più grande di tutte le parole del mondo.
Ma tu non avere paura.
Anche quando non sapremo dirlo,
noi saremo ovunque:
sulla luna,
ai confini della Terra,
nel ventre della balena.
Le parole ci metteranno la mappa,
noi ci metteremo il tesoro,
e ogni desiderio potrà tornare a casa,
come saprà,
quando vorrà.

 

 

*

Sei l’interrogazione muta che
mi prende
anche quando non ho più niente da chiederti;
il ritorno del compimento, della
frugalità senza sconti,
lo spalancamento del pensiero ai confini della necessità.

Ti accarezzo i seni e
si fa strada un sollievo che ignora il deserto.
Ti mordo i capezzoli e mi esplode una
stella dentro il cervello.

Assolata, la carne delle parole.
Intrepido, il patto con la materia.

Solo così
correggo il mio sangue e
spazzo via quel corpo inclemente
in cui
declinai invano la bassezza del giudizio.

*

Infilarti la lingua nel culo,
infilarci dentro ogni aggettivo,
ogni verbo,
trovare una poesia che sia degna della galassia di Andromeda
e sprofondare in te,
nell’idea che ho di te,
in ogni idea possibile che avrò di te.

*

Fare in modo che ogni parola
annusi il culo di quella successiva
comportandosi ferocemente verso la
mia pretesa di durare dentro la poesia.

 

Compagno ulivo, compagna volpe

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Alzo gli occhi e vedo Orione sopra la mia casa. Annuso l’aria, sento l’anima del freddo che non mi avrà.

Costruire una Sparta anarchica: un’unione di egoisti allargata, rigorosa, giocosa, senz’alcuna concessione alla tetraggine e al compromesso economico. Imparare a morire con stile e a vivere con leggerezza ogni poetica mancanza di parsimonia. Non si omaggiano i morti parlando di morte.

Compagno ulivo,
compagna volpe,
possedete la verità di ciò che tocco
e che non saprò mai dire del tutto.

Io non ho paura di morire. Ho paura semmai di non morire a modo mio e di lasciar traccia della peggiore umanità che ci perverte.

Prendimi per mano,
abbracciami,
uccidi la mia rabbia,
consegnami alla terra bagnata,
bacia le tue paure,
accarezza i gatti che attraversano la nostra vita,
brucia i libri di merda,
ascolta il rumore delle stelle,
scòpati la mia intelligenza,
scòpati il sapere inutile che ti disconosce
e lascialo alla polvere,
abbracciami,
abbracciami perdìo,
la bocca del mondo parla, ma noi non sentiamo freddo,
non sentiremo freddo mai più,
le cose rotolano in fondo alla mente,
le parole muoiono insieme al dubbio,
gli alberi ci chiamano.

Dimmi: che senso ha tendere alla perfezione quand’anche Dio si vergogna per la levigatezza dei propri errori?
Lascio che la pioggia batta contro la mente e spalanco gli occhi al rinnovato sodalizio col mondo. Non ha più senso pensare la punta della freccia quando l’arciere piange di gioia in un angolo.

 

Laureana Cilento, 22-23 febbraio MMXX. Fotografia: Ganesh H. Shankar.