Angela Falchi, “Su disizu nostru chi che brincat finas su mare”

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Alcune brevi poesie in sardo logudorese di Angela Falchi (Pattada, 1985). La nota introduttiva è tratta da un mio scritto inedito che dovrebbe comparire in un progetto curato da Angela e che concernerà appunto la limba sarda. Le versioni in italiano poste in appendice, meramente indicative, sono dell’autrice stessa (il titolo del post può esser reso con: “Il desiderio nostro che scavalca finanche il mare”). Le opere pittoriche a corredo dell’articolo sono invece della pittrice surrealista statunitense Dorothea Tanning.

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Sulla superficie di ogni lingua, soffia il vento del senso, della ricerca.
Una tale evidenza metterebbe a nudo, se solo ci sganciassimo da valutazioni quantitative e statistiche, il falso problema di una gerarchia tra lingue dominanti e cosiddette “minori”.
Soltanto nell’ambito del potere può restare valida una gerarchia tra le lingue. Soltanto per chi cerca di governare l’andamento della vita sociale limitando l’impatto di tutti quei desideri atti a comunizzare (a mettere cioè in comune) le nostre presenze e le nostre contraddizioni migliori, può esser legittimo un ordinamento e un appiattimento dei linguaggi.
Ogni lingua, se contribuisce a creare un territorio comune, da attraversare mano nella mano, spalla a spalla, non è mai minore. Tutt’al più può essere locale, localizzata, e attenere al senso condiviso di un affetto particolare, territoriale, benché nient’affatto relegabile all’interno di un canone nazionale o etnico, se non nella prospettiva di una sua riduzione autoritaria, politicamente funzionale.
Chi riduce una lingua a un insieme di parole d’ordine, a una tradizione invalicabile, all’ottusità di una padronanza vigilata, la costringe a una sentenza di morte, a un senso bassamente didascalico.
Come scrivono Deleuze e Guattari in Mille plateaux (1980): «“Maggiore” o “minore” non qualificano due lingue, ma due usi o funzioni della lingua. (…) Il problema non è mai di conquistare la maggioranza, fosse pure instaurando una nuova costante. Non vi è divenire maggioritario, maggioranza non è mai un divenire. Non vi è divenire se non minoritario. (…) Non è certo utilizzando una lingua minore come dialetto, facendo del regionalismo o ghettizzandosi, che si diviene rivoluzionari; è utilizzando molti elementi di minoranza, connettendoli, coniugandoli, che s’inventa un divenire specifico, imprevedibile» [Carmine Mangone].

 

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ANGELA FALCHI

T’intendo.
Chentu caddos de fogu attraessant sa carre
Puddhedros rudes, chi mi pienant sa entre abbelta
Ismaniosos de arrivire a cuss’annigrada chi iscanzat sa ‘ucca
Inue naschet sa vida.
Est comente torrare a naschere.

*

Fumaiamus sezidos
A onzi iscanzada ‘e risu fit unu asu chena appellu.
Si connosco su coro meu chena pasu
Est ca so istada in unu ausentu inue sas frascas si mujaiant pro mi venerare
In unu nidu chi no m’at mai connota furistera.

*

No rezo nesciune
Chi m’iscobiet su coro,
Trainu aundadu de abbas alluttas.
Chin tegus,
Forsis m’apo ilmentigadu calchi balcone abbeltu,
Una janna iscanzada…
Est istadu unu fraigu ‘e paraulas,
Una piantalza tenta contu,
Un abbuconizu de aera limpia.
No ses pro a mie su babbu,
No ses pro a mie sa mama.
T’assemizo a un’Aquilegia nuragica
Chi mi ojat su caminu a daghi so chena alenu.

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*

Ti sento.
Cento cavalli di fuoco trapassano la carne
Puledri indomiti, che riempiono il ventre mio aperto
Smaniosi di giungere a quel nitrito che spalanca la bocca
Dove nasce la vita.
Ed è come tornare a nascere.

*

Fumavamo seduti
Ogni sprazzo di riso richiedeva un bacio senza appello.
Se conosco il mio cuore senza pace
È perché son stata in una dimora dove le fronde degli alberi si prostravano per venerarmi
All’interno di un nido che non mi ha mai considerata straniera.

*

Non ricevo nessuno
Che mi sorprenda il cuore,
Piccolo corso d’acqua agitato da acque incandescenti.
Con te,
Forse ho dimenticato qualche finestra spalancata,
Una porta socchiusa…
È stato un cantiere di parole,
Una semina coccolata,
Un boccone d’aria pura.
Per me non sei il padre,
Non sei la madre.
Somigli più a un’Aquilegia nuragica
Che accoglie il mio passo quando resto senza fiato.