Aggiornamenti: 1) nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026; 2) approfondimento di Viviana Leveghi sul blog LLM, 19 maggio 2026.
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Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.
Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]
Prendere la rincorsa per provare a effettuare un nuovo balzo verso il sole, verso la bellezza condivisa. I tempi sono difficili, certo, ma quando mai sono stati davvero facili? Occorre staccarsi dalla convenienza delle abitudini e tentare una nuova ricomposizione umana del giusto, del bello, dell’intemperanza più gioiosa. L’alternativa, d’altronde, è solo un lento e disgraziato spegnersi dentro una vita differita, surrogata.
Conosco Marco da quasi quarant’anni. Lo contattai – quando ancora si usava scrivere delle lettere a mano – per avere una copia della prima edizione della sua monografia sui Crass.
La risposta fu gentilissima. Ebbi quindi il libretto, che conservo ancora gelosamente, e da lì cominciò un rapporto d’amicizia che ci ha condotti, tra le altre cose, anche a co-produrre insieme qualcosa di bello (e magari prima o poi si bissa, chissà).
Nelle scorse settimane gli avevo chiesto un testo sul punk e sulla situazione odierna di una certa “scena”, di una certa “attitudine”… Lo scritto seguente è il risultato di alcune sue riflessioni, il resoconto accorato della sua esperienza, di cui apprezzo enormemente l’ottimismo indefettibile, nonché un’inclinazione pratica e sincera volta a negare senza indugi sia l’attendismo, sia quel tipico crogiolarsi da boomer sui “bei tempi andati” (e Marco, in fin dei conti, se lo potrebbe anche permettere, visto il suo excursus di giornalista/recensore/critico affettuoso per periodici come “Rockerilla”, “A-Rivista anarchica”, e, soprattutto, per le sue decine e decine di autoproduzioni discografiche ed editoriali con Catfood Press o, da diversi anni, con stella*nera).
Il punk sarà anche morto, ma certe sue propaggini non cessano di versare sabbia negli ingranaggi di un mondo ridotto ormai a mercato globale della banalità e del disincanto. La Storia non è finita, le macchine non hanno ancora vinto, e la vita continua a essere un meraviglioso conflitto. Ognuno di noi, anche suo malgrado, si ritrova pur sempre una particola d’infinito negli occhi.
P.S.: l’opera che accompagna il presente post è di Gee Vaucher, autrice delle copertine e di gran parte della grafica dei Crass.
[Carmine Mangone]
Nel cuore della bestia
«…La musica è un messaggero, poiché il cambiamento si può scolpire più velocemente nel rumore di quanto non riesca a trasformare la società. Ascoltare la musica è ascoltare tutto il rumore, e rendersi conto che la sua appropriazione e controllo sono un riflesso del potere, che è essenzialmente politico…» (Jacques Attali, Noise, 1977).
Nel corso di un’intervista pubblicata qualche mese fa sulla fanzine sarda In Your Face!, Andrea “Ics” Ferraris mi aveva chiesto un commento su ciò che è rimasto oggi del punk di quaranta/cinquant’anni fa. Le sue domande precedenti erano più incentrate sulla memoria critica di allora, sul voler capire cosa spingeva noi ragazze e ragazzi ad aggregarci intorno a quella musica liberata. Stavamo provando a costruirci addosso una cultura a nostra misura e a condividerla, stavamo annusando e assaggiando, stavamo sperimentando – gli avevo detto. Non riuscivamo a trovare il nostro posto nel mondo, e il punk poteva essere la nostra buona occasione.
Già trent’anni fa avevo provato a trasmutare quell’aria così agitata in forma scritta: era la primavera del 1996 e per la prima volta nel nostro paese qualcuno si prendeva la briga di raccontare, in un libro, di punk e anarchia insieme. Quel libro si intitolava Nel cuore della bestia: Stefano Giaccone, uno dei co-fondatori del collettivo hardcore-folk Franti, ed io avevamo riportato ciascuno la propria esperienza – lui nato in California e arrivato da piccolo in quella grossa città industriale che è Torino, io nato e cresciuto nei piccoli paesi del Nord-Est che si stavano velocemente trasformando in una brutta città metropolitana a forza di cemento ed asfalto. Eravamo entrambi figli di operai e già da adolescenti eravamo andati a ficcarci dentro a cose di musica e stampa alternative: lui sassofonista e cantante, io deejay nelle primissime radio libere e fanzinaro. Leggendo sono evidenti le nostre differenze di carattere e la maniera di raccontarci, tanto distanti sono state le opportunità e le occasioni che ci ha offerto la vita, ma sorprendono le nostre somiglianze nell’approccio al perché e al come fare musica, le affinità, i legami, le intuizioni, le complicità. Oltre alle nostre storie personali avevamo raccolto una serie di ritagli da volantini, fanzine, libri, cassette e copertine di dischi: era tutta roba che in qualche modo anche noi avevamo contribuito a mantenere in vita e a far circolare. Abituati da sempre all’autoproduzione e a frequentazioni extraparlamentari e libertarie, avevamo avuto un aiuto importante da Zero in Condotta, la casa editrice gestita dalla Federazione anarchica milanese che si è offerta di stampare i nostri sforzi.
Al tempo in cui è uscito Nel cuore della bestia il punk come lo avevamo vissuto noi era roba vecchia, subcultura vampirizzata e spolpata in fretta dall’industria dell’intrattenimento e musica già sorpassata da altre musiche ritenute più adatte a fare da colonna sonora alla rivoluzione che i media annunciavano come imminente. Stefano ed io ci eravamo accorti che la favola dei tempi che stavano cambiando era già stata raccontata dai palchi dei concerti e dalle canzoni dentro ai dischi agli hippies innocenti, ai neri in cerca di emancipazione, ai pacifisti e agli oppositori della guerra del Vietnam, alle femministe e agli omosessuali in lotta per il diritto ad esistere, agli attivisti del Sessantotto, al popolo delle discoteche in cerca d’amore appena prima dell’AIDS. Stavano raccontando la stessa favola anche a noi punk: sembrava fosse cambiato tutto, ma non era cambiato niente.
Con quella sua domanda dal tono così amaro, Andrea mi aveva spiazzato: fino a qualche attimo prima era come se stesse parlando con lui una versione di me più giovane, diciamo un Marco con cinquant’anni di meno addosso. Un Marco inesperto, pressapochista e incasinato che si innamorava di letture che la gente intorno riteneva più adatte a discariche e fogne, che amava musiche pensate ed eseguite male, tutte storte e sbagliate; un ventenne per nulla rassegnato al “non futuro” dei Sex Pistols, che dentro la testa si immaginava vere e proprie assurdità e si impelagava in progetti improbabili – tutte cose che nel tempo però prima o poi anche grazie ad alcuni meravigliosi compagni di strada sono riuscito a realizzare, condividere e diffondere. In una manciata di secondi Andrea mi aveva fatto compiere un balzo cosmico da quella versione lontana di me stesso fino al qui ed ora. Dopo gli anni Ottanta ci sono stati gli anni Novanta, poi il millennio nuovo e ancora altri venticinque anni – gli ho detto. E mentre gli dicevo così mi sono passati tutti questi anni davanti agli occhi, velocissimamente.
«…Questi anni stan correndo via come macchine impazzite / li senti arrivare, ti volti e son già lontani / Ti chiedi cosa è successo…» (Kina, Questi anni, 1989).
Non sono uno di quelli che si accontentano dei ricordi, non mi piace consolarmi restando aggrappato con le unghie e i denti al passato. E anche: non mi piacerebbe affatto tornare indietro, non mi piacerebbe rivivere tutto di nuovo. Non credo al mito dei cosiddetti bei tempi andati: essere qui adesso è una cosa che mi fa stare complessivamente bene. Certo molte cose col tempo sono cambiate – non in meglio o in peggio, sono cambiate e basta. Un cambiamento importante da allora secondo me è un miglioramento generalizzato della qualità della vita: sono anni che non incontro qualcuno i cui figli fino ai sedici/diciott’anni si ritrovino con le tasche vuote, come invece succedeva abitualmente a me e ai miei amici. Immagino talvolta possa accadere oggi nelle case dei nuovi poveri – quelli che hanno un lavoro precario, quelli che sono costretti ad accontentarsi di uno stipendio basso, gli immigrati, ma non ne sarei così sicuro. Forse si salterà qualche merenda ma non conosco un solo nucleo familiare, per quanto in difficoltà, che sia senza televisione o personal computer, senza telefonino, senza internet e senza accesso ai social media – perché è su parametri come questi che, per quanto discutibilmente, viene misurata oggi la ricchezza. Come buona parte dei miei compagni di allora, sono riuscito a ritagliare per me una vita nel complesso meno difficile: rispetto ai nostri genitori, che alla nostra età stavano cercando di sopravvivere attraverso la seconda guerra mondiale, grazie alle lotte del Sessantotto abbiamo avuto qualche possibilità in più di studiare ed emanciparci, e trovare posti di lavoro più stabili e meglio retribuiti. Ma allora i poveri eravamo noi, tutti cresciuti in famiglie dove ci si arrangiava ogni giorno a combinare un pranzo e una cena e si faceva fatica ad arrivare alla fine del mese – frase questa che a me sembra normale ma che, lo ammetto, sembra presa di peso da certi vecchi libri che raccontano di mondi e società ormai perdute.
Dove le aule di scuola non riuscivano ad arrivare e sedimentare, è riuscita la strada. Noi non avevamo un televisore, né potevamo permetterci l’acquisto di libri dischi e giornali. Eravamo degli sfigati, e lo sapevamo molto bene. Per riempirci la testa e il cuore ci si arrangiava con la radio di casa, con dischi usati oppure presi in prestito o a noleggio e cassette registrate e ri-registrate, aggregandoci spavaldamente ai compagni più grandi che protestavano per il costo dei biglietti dei concerti, a rubacchiare in edicola in libreria e nei negozi ogni quando possibile. Sono convinto che sia stata proprio la nostra miseria a farci spingere così forsennatamente sul pedale della fantasia: immaginare cose, sognare cose, inventarci cose per noi era la migliore fuga dalla mediocrità e dal grigiore della realtà che ci ritrovavamo intorno, e non comportava costi né grossi rischi. Mi viene da pensare anche che questa profonda consapevolezza della nostra condizione sociale possa aver contribuito ad avvicinarci, a spingerci gli uni verso gli altri, a costruire solidarietà singole e a tesserle in reti imprevedibili ed elastiche, a incuriosirci, a dare senza chiedere e condividere anche le briciole, ad avere sete e fame e rispetto e voglia e nostalgia l’uno dell’altro. Ricordo certi nostri concerti collettivi così improbabili e raccogliticci, dove il palco veniva condiviso anche da ragazze e ragazzi di scarso talento ma armati anche loro come noi di una rispettabilissima cartucciera di sogni: avevamo tutti il diritto di immaginare un futuro. Certo, ad ognuno era stata distribuita una diversa dose di creatività e talento e non tutti eravamo capaci di immaginare e costruire progetti sufficientemente stabili: nei momenti di crisi abbiamo preso ispirazione, quando non saccheggiato a piene mani, dalle idee e dai ragionamenti di altri. Tutte e tutti cercavamo di portare il nostro contributo alla costruzione della scena, e lo abbiamo fatto come ne siamo stati capaci. Ci abbiamo provato, ecco, mettendoci tutto l’amore che pensavamo possibile.
In questi ultimi anni, da quando sono andato in pensione, invece che aspettare la morte stravaccato sul divano davanti alla televisione ho cominciato a girare raccontando di me e della scena di allora. Sono andato a parlare da nord a sud in vari circoli anarchici e anche non anarchici, sedi dell’Anpi e dell’Arci o di altre associazioni culturali e benefiche, piccole librerie indipendenti e qualche centro sociale non ancora sgomberato. Le ragazze e i ragazzi che mi chiamano sono venuti a sapere di me nelle maniere più diverse: il suggerimento di un professore a scuola o all’università, una ricerca in internet dove il mouse è andato a finire sul mio nome, una riga su qualche giornale dove si dice qualcosa di strano a proposito di me o di qualcosa che ho scritto. Ho collaborato per tanto tempo, dal 1984 sino alla tragica chiusura nel 2020, con la redazione di A/Rivista Anarchica: in quelle pagine ho cercato di raccontare il mio punto di vista su quel nostro mondo fatto di musiche, fanzine, gruppi indipendenti e controcorrente. Più verosimilmente, ho cercato di raccontare le storie dei miei amici e compagni: tutta gente incontrata per strada, in viaggio, ai concerti, alle manifestazioni e ai raduni, sui treni e in autostop. Inoltre, a partire dalla metà degli anni Ottanta ho mandato avanti una piccola casa editrice clandestina di libri e dischi: da allora ho curato e realizzato un centinaio di progetti. Fare queste cose per così tanto tempo pare mi abbia reso una specie di punto di riferimento – vi lascio immaginare il mio imbarazzo quando qualche ragazza e ragazzo mi tratta come una specie di figura paterna fuori dagli schemi oppure come quell’insegnante strano che a scuola gli ha fatto germogliare dentro qualcosa. Ma d’altra parte anch’io facevo pressapoco lo stesso quando avevo la loro età nel rapportarmi a certi miei “cattivi” maestri anarchici…
Una delle prime cose che mi viene da dire è che i punk di oggi somigliano parecchio ai punk di una volta, segno che il dissenso sa trovare ramificazioni sempre nuove e germi sempre più difficili da sterminare. Spero sia ovvio che non mi riferisco al look – buona parte di noi non poteva permettersi l’acquisto di chiodo e anfibi d’ordinanza, i tatuaggi si potevano fare solo ad Amsterdam, Londra, negli Stati Uniti, e costavano un’occhio della testa. Mi riferisco al carattere: anche le ragazze e i ragazzi della scena di oggi, come noi e senz’altro meglio di noi, non solo hanno resistito orgogliosamente al fascino delle sirene dell’industria dello spettacolo ma sono stati capaci di creare relazioni sane e multidimensionali, una rete vitale e complessivamente molto poco disposta ai compromessi in campo e artistico e creativo e politico. Certo, è ancora una scena sotterranea: i musicisti e i gruppi indipendenti non chiedono né ricevono sostegni istituzionali di sorta, non vanno sui palchi che contano, mica li invitano ad aprire i concerti delle superstar! È tutta gente che non si accoda al carrozzone, gli strumenti se li comprano e li studiano da soli, i dischi e i libri se li procurano come e dove capita. Eppure vivono, fanno cose e le sanno fare pure bene: si autoproducono a costo di enormi sacrifici dischi libri fanzine cassette e CD e spesso si sostengono concretamente l’un l’altro ed usano internet, computer, telefonini, Bandcamp, social media – tutte strategie e tecniche che una volta non avevamo a disposizione e che non sono peggiori o migliori di quelle di allora – ma, mi ripeto, solo diverse. Ecco, mi viene da dire che grazie alle nuove tecnologie il punk di oggi è molto più consapevole, sveglio, informato, politicizzato e determinato. Manca del tutto quell’ingenuità di allora, quella che ci esponeva al rischio di seguire i gruppi sbagliati e indossare le spillette sbagliate così da perdere irrimediabilmente punti sulla patente – al tempo alcuni punk che si definivano anarchici ritenevano che altri punk non fossero sufficientemente punk o sufficientemente anarchici… Ma noi allora non sapevamo praticamente niente di quello che succedeva nel nostro mondo-a-parte, o lo sapevamo tardi, o in maniera distorta perché le informazioni giravano, si fa per dire, tramite passaparola ai concerti e ai raduni, tramite le fanzine e qualche piccolo spazio messo a disposizione dalle ultime radio rimaste libere. A pensarci, molto meglio così. Molto meglio oggi. Che le ragazze e i ragazzi continuino a pensare con la loro testa. Che protestino, che alzino la voce, che non abbiano paura. Che ascoltino metal, rap, punk, elettronica e musica barocca insieme e disordinatamente e ne traggano tutta la felicità possibile. Auguro loro tutto il meglio: che quei piccoli fuochi disperati e appassionati appiccati una volta nelle cantine continuino a bruciare e a moltiplicarsi fino a costituire, ancora, una minaccia per il padrone. Una minaccia seria per chi ci vuole tutti rassegnati, zitti ed obbedienti.