Il gatto, Stirner, la preistoria e Bartleby lo scrivano

In evidenza

Tag

, , , , ,

 

Alcuni passi dal mio Il gatto e la sua proprietà (Gwynplaine, 2016), dai quali, tra le altre cose, si comprende agevolmente il perché del titolo. Buona lettura.

 

wanda-wulzthecat1932alinariarchive-florence

 

Si dice sovente che il gatto sia un animale “anarchico”. Il che sembrerebbe assai facile da comprovare vista la sua indole. Io sarei però più preciso, più ironicamente circostanziato, se proprio vogliamo affibbiargli un’etichetta.
A mio avviso, il gatto è uno stirneriano, un essere che incentra invariabilmente la propria vita quotidiana intorno a se stesso, ai suoi ritmi e alla sua «unione degli egoisti». Non s’interessa alle nostre cause. Non ama la socialità che proviamo ad imporgli acchiappandolo a tradimento o chiamandolo invano quando lui non vuole o non sa come usarci per il suo giovamento.
Plagiando il verso goethiano* citato da Max Stirner in esergo al suo Der Einzige und sein Eigentum (L’unico e la sua proprietà, 1844), potremmo dire che il gatto rende infondata ogni nostra causa che lo riguardi (compreso questo libro), perché la sua causa è solo se stesso, soltanto la propria permanenza in un dato territorio e in precise dinamiche relazionali. (…)

La presunta “domesticità” del gatto (o di altri animali) passa attraverso una nostra costitutiva dipendenza nei confronti dell’idea stessa che ci facciamo della domesticazione. Anzi, le nostre convinzioni a proposito di quest’ultima, soprattutto quando essa riguarda gli altri esseri viventi, ci servono per sentirci più sicuri all’interno del grado di “ammaestramento” di cui è capace la nostra mente, anche nei confronti di se stessa.

Per domesticazione, si deve intendere la capacità di condurre un vivente verso scopi che originariamente non sono i suoi. Domesticare significa quindi determinare l’altro da sé, indirizzarlo, costringerlo in una subordinazione e affinarne gli elementi che si rivelino funzionali al raggiungimento dei nostri fini. (…)

Analizzando in modo assai empirico la parabola evolutiva del gatto negli ultimi 10.000 anni – da quando cioè si hanno documenti storici significativi sulla sua interazione con l’uomo –, mi pare evidente una sua tendenza a “socializzare”, a mettere in comune con altre specie (in particolare con l’uomo) alcuni dei suoi processi vitali.
Fino al 2004, si riteneva che la domesticazione del gatto fosse iniziata nell’antico Egitto intorno al 2000 a.C.; in quell’anno, venne invece scoperta a Cipro, nel sito neolitico di Shillourokambos, una sepoltura risalente al 7500-7000 a.C., in cui, accanto ai resti di un essere umano, fu rinvenuto lo scheletro intero di un gatto di circa otto mesi; il che implicherebbe, già a partire dall’ottavo millennio a.C., un legame “sociale” e spirituale assai forte tra l’uomo e il gatto. In proposito, c’è anche da dire un’altra cosa: all’epoca del Neolitico, vista la separazione geografica di Cipro dal continente, nonché l’assenza di una specie autoctona di felino, era stato senz’altro l’uomo a introdurre volontariamente il gatto sull’isola (cfr.: J.-D. Vigne, J. Guilaine, K. Debue, L. Haye e P. Gérard, Early taming of the cat in Cyprus, “Science”, 9 aprile 2004).
L’uomo sceglie il gatto e il gatto sceglie l’uomo. Ma le tendenze evolutive delle due specie sembrano divaricarsi in modo paradossale proprio dal Neolitico in poi: da animale solitario quand’è allo stato selvatico, il gatto inizia progressivamente a formare “comunità” intraspecifiche e interspecifiche (con altri gatti, con uomini, cani, ecc.); l’uomo, viceversa, soprattutto a datare dall’evo moderno, si individualizza sempre più, costruendosi una sfera “privata” e ponendo una fitta trama di mediazioni sociali tra sé e il mondo.
In altre parole, il gatto sembra aver migliorato le proprie condizioni vitali formando delle “associazioni di egoisti” con membri di altre specie, mentre l’uomo si è impigliato negli stessi miglioramenti della propria condizione, finendo per subordinarsi pesantemente (e subordinando con sé tutta la natura) alle strutture sociali nate proprio per mettere in atto e conservare tali miglioramenti.
Insomma, l’uomo e il gatto hanno adottato entrambi dei meccanismi “sociali” per staccarsi dalla loro originaria alienazione naturale e migliorare così la propria condizione. Sembrano però andati in direzioni molto diverse: l’uomo si è lasciato alle spalle i piccoli gruppi nomadi di raccoglitori-cacciatori della Preistoria per formare nuclei sociali sempre più vasti e stabili, a discapito però del controllo diretto su di essi (delegato a strutture gerarchiche e normative sempre più pervasive); il gatto, al contrario, ha accettato egoisticamente di entrare in strutture comunitarie allargate, a partire beninteso dal contatto con l’uomo, in modo da procacciarsi con molto più agio il necessario per vivere, ma non si è mai lasciato addomesticare fino in fondo, ha sempre conservato in sé una tendenziale riottosità verso tutte quelle dinamiche relazionali che non sono favorevoli al suo benessere.

L’uomo civilizzato vive le sue più belle esperienze come se fossero una sorta di destino straniero, di sciopero poetico contro la propria quotidianità. Rari sono i momenti in cui il reale viene proiettato oltre il possibile. La pratica della poesia resta un’eccezione. Ci si inclina al razionale, al buonsenso, e si preferisce concedere una continuità (una durata) alla propria alienazione, ormai identificata sempre più con la propria integrità sociale. In una simile prospettiva, gli squarci attraverso i quali balugina l’impossibile sono vissuti con timore e vengono bonificati nel dominio dell’estetica, del divertimento. Ci facciamo colonizzare dalle disillusioni senza battere ciglio e troviamo potenzialmente infido ogni vivente che non partecipi alle nostre subordinazioni. Il cielo notturno è stato cancellato dalle luci artificiali della città. Non riusciamo più a individuare la Stella Polare e preferiamo allora essere diretti a discapito del nostro andamento. Siamo smarriti, costretti in un ufficio per guadagnarci un posto al sole. Fuori è il disordine. Si fa un gran parlare del nulla. Vita e morte si trasformano in patetiche mediocrità ontologiche. Un solo destino non sa più essere sufficiente.

Bartleby lo scrivano, protagonista dell’omonimo racconto di Melville, preferisce non affrontare alcuna scelta. La formula con cui egli attraversa e taglia in due la letteratura (e non solo la letteratura), è un condizionale che non lo subordina ad alcunché: I would prefer not to – “avrei preferenza di no”, come traduce mirabilmente Gianni Celati rendendo la tendenziale agrammaticità della frase.
Davanti alla richiesta di un compito (di qualsiasi compito), Bartleby sospende sia l’assenso, sia il diniego. Messo sotto condizione, rinuncia a condizionarsi e disinnesca ogni soggezione con una risposta che elude ogni ordine, ogni comandamento possibile. Nella sua inusitata formulazione – “preferirei di no” non è come dire “preferirei il no”–, la risposta di Bartebly lo svincola da ogni scelta e cortocircuita l’aspettativa che in lui ripone l’Altro.
Lo scrivano di Melville non è un anarchico, eppure la sua manifestazione è quanto di più inconciliabile possa esistere rispetto ad un potere. Di fronte all’autorità, colui che decide di sospendere la scelta, stabilendosi in una continua, indefinita presenza (e non in una mera inazione, non in una qualsivoglia attesa), rimane ingiudicabile e mette in crisi ogni impianto normativo.

Il gatto mi appare come un ponte lanciato tra Bartleby e l’unico di Max Stirner. Giocando con le pretese di domesticazione dell’uomo, e tenendosi sulla soglia del consenso, il piccolo felino entra ed esce dalle nostre case quando vuole. Decide o sospende la decisione a suo piacimento, eppure non viene mai meno al vigilare sul mondo circostante. Anzi, la sua continua vigilanza è forse la vera cifra della sua unicità. Il gatto ti osserva, ti squadra, e poi decide in base alla sua ricerca di soddisfazione, oppure “avrebbe preferenza di no” e, in tal caso, resta sempre ai confini della domesticità, in una specie di sorniona atarassia, senza che l’uomo possa mai ridurlo a una incondizionata obbedienza.

* «Ich hab’ Mein Sach’ auf Nichts gestellt [Io ho fondato la mia causa su nulla]». È il verso iniziale del poesia di Goethe Vanitas! Vanitatum vanitas! (1806).


[ Illustrazione: Wanda Wulz, Io+gatto, 1932, fotomontaggio. ]

 

 

Punk Anarchia Rumore – estratti [1]

In evidenza

Tag

, , , , , , , , , , ,

cover-PunkAnarchiaRumore-CarmineMangonePubblico qui di seguito alcuni estratti dal mio: Punk Anarchia Rumore, Crac edizioni, Falconara Marittima [AN], giugno 2016, pp. 118, illustrato, euro 13.
Ne seguiranno altri nelle prossime settimane su Joy DivisionGG Allin, Crass, punk italiano, ecc.

Il presente collage di frammenti testuali prova a rendere il “rumore di fondo” che agita il libro, ossia i cardini essenziali del mio essere punk da quasi trent’anni. Spero di rendere l’idea, l’attitudine.

Il libro può essere richiesto ed acquistato in ogni libreria, oppure sul web: <sito dell’editore>   <Amazon>   <IBS>

Pagina su Facebook dedicata a < Punk Anarchia Rumore >

*   *   *

Recensione di Loris Gualdi su < Music on Tnt > (18/09/2016)

Recensione di Marco Pandin su < A-Rivista Anarchica > (ottobre 2016, n. 410)

[Foto, dall’alto in basso: 1) Darby Crash, cantante dei Germs; 2) tavola tratta dal numero di dicembre 1976 della fanzine Side Burns; 3) la copertina del n. 6 del magazine Punk; 4) Discharge.]

 

Darby Crash, cantante dei Germs 1

 

 

«Il borghese è l’amico dell’ordine, nel senso che ha paura del rumore, dell’agitazione, delle manifestazioni, degli omnibus ribaltati, del pavé divelto, del brusio dell’illuminazione stradale.», Pierre-Joseph Proudhon.

L’etimo del vocabolo italiano rumore deriva da una radice indoeuropea di natura probabilmente onomatopeica: RU-, da cui anche “ruggire”, “ruttare”.
La radice in questione reca in sé una cesura, una soluzione di continuità. Indica sempre una crepa nell’equilibrio (presunto) della natura: deformazione intensiva di un ritornello, di un motivo, oppure urlo, esplosione che rompe la stasi del giorno.
Interessante anche l’etimologia del termine inglese noise, il quale deriva dall’antico francese noise (si scrive allo stesso modo, ma si pronuncia ‹nwaz›). I transalpini lo usano ancora oggi nella locuzione chercher noise, ossia “attaccar briga”. La cosa più interessante è però un’altra: il lemma francese (così come il provenzale medievale nauza) deriva dal latino nausea, con tutto un ovvio retroterra semantico fatto di disgusto, fastidio, malessere. Meno accreditata è invece l’ipotesi che lo stesso lemma discenda dal latino noxia, vale a dire “danno”, “misfatto”.

(…)

Le sette note musicali, i sette giorni della creazione, i sette peccati capitali.
Gli dèi espropriano il ritmo dei viventi e lo trasformano in composizioni cerimoniali, in litanie funzionali. Il sacerdote – il druido, il bardo – assume il controllo delle esecuzioni.
Nel ritmo, entra la misura, la “matematica”, e la tensione tra immediatezza e moderazione della gioia viene regolamentata dall’estetica, dalla politica del bello. Laddove c’era un andamento legato ai ritmi naturali – una libertà di cadenza, una libertà di cadere senza peccato –, lì nasce e s’impone la musica.

La religione introduce la musica nella Storia e asserve il ritmo dei viventi. Con la nascita della civiltà, lo stupore per la vita diventa un mistero da risolvere in Dio. La musica acquisisce così fin da subito delle finalità “misteriche”: prende in carico l’enigma della vita e del mondo organizzando il mistero dei suoni; li asserve quindi alla manifestazione liturgica del sacro e rivela ogni volta l’impossibile scioglimento del mistero – impossibilità di soluzione che subordina gli uomini a chi gestisce socialmente la profittabilità del mistero stesso.

Il musico, il cantore, l’aedo, è sempre un servo o un antagonista degli dèi. Non si sfugge a tale destino. Nell’ambito della musica, c’è sempre una dialettica (un conflitto) tra la passione di chi suona e la tendenziale o conclamata astrattezza delle teorie musicali.
Ogni volta che s’imbraccia una lira, si scende agli inferi (non solo metaforicamente) per riportare sulla terra un pezzo della propria carne, del proprio desiderio. Chi non ha consapevolezza di questa battaglia contro se stessi (e contro gli dèi) è un coglione o uno schiavo delle dinamiche sociali di valorizzazione.
Guardarsi indietro e perdere Euridice non è nichilismo, bensì desiderio irriducibile e ingenuamente refrattario ad ogni possibile morte.
Orfeo è un Sid Vicious senza lo spettacolo dell’anarchia, un Darby Crash o un Luca “Abort” Bortolusso senza l’overdose di eroina.

(…)

Il presente libro non ha alcuna necessità. In altre parole, non è stato scritto con un fine preciso, come ad esempio avallare una teoria, una storiografia, o magari per compiacere chi lo legge andando a soddisfare una sua eventuale domanda di rassicurazioni e conferme.
Il libro che hai tra le mani, caro lettore, intende creare, in maniera rozza e forse ingenua, un piano di concatenamenti teorici ed affettivi dentro l’impossibilità stessa di dire per sempre il rumore. Proprio per questo, presenta meno un insieme strutturato di riflessioni e più un “rumoreggiare” di sensazioni, illazioni. Vuole restare aperto, ottuso, beffardo. Non ha lezioni da impartire e possiede un’eventuale verità solo nel movimento che ne supererebbe la lettura producendo criticamente una nuova amicizia tra uomo e rumore.

(…)

Side BurnsSul numero di dicembre 1976 della fanzine Side Burns (poi ribattezzata Strangled), comparve un prospetto con gli schemi grafici di tre accordi per chitarra accompagnati dalla seguente didascalia: «Playin’ in the band… First and last in a series… / This is a chord – A / This in another – E / This is a third – G / Now form a band [Per suonare in un gruppo… In sequenza dal primo all’ultimo… / Questo è un accordo – La / Questo ne è un altro – Mi / Eccone un terzo – Sol / Ora forma una band]».
Il diagramma in questione può essere considerato l’archetipo visuale del Do It Yourself (DIY), ossia di una delle maggiori rotture apportate dal punk rispetto al rock iper-tecnico degli anni Settanta. Della serie: ti piace il rock’n’roll? Vuoi suonare? Allora imbraccia una chitarra, impara tre-accordi-tre e metti in piedi un gruppo! Fregatene dello stile, della pulizia formale, delle registrazioni impeccabili! Suona a modo tuo, divèrtiti col rumore, urla la tua rabbia in un microfono! Non devi essere per forza come Jimmy Page per suonare una cazzo di chitarra! Anzi, vaffanculo Jimmy Page!
Il “fai da te” – che dovrebbe sempre implicare, a mio avviso, anche un “fallo per te stesso” – introduce l’anarchia all’interno del sistema culturale. Anzi, oserei dire che si tratta addirittura di uno scarto in avanti rispetto alle posizioni delle avanguardie artistiche del Novecento. Dadaisti e surrealisti non escono infatti dal cerchio magico dell’intellettualismo e dei ruoli culturali. La loro rottura con l’Accademia e con le forme borghesi mette in discussione solo teoricamente gli elementi fondamentali della cultura. D’altronde, non mi pare che ci siano stati proletari o malavitosi o analfabeti tra i compagni di strada di Tristan Tzara o André Breton; gli scrittori e gli artisti delle avanguardie storiche eran tutti figli di borghesi o piccolo borghesi, e ciò ha inciso non poco sulla loro incapacità ad aprirsi realmente all’ignoto. La paura d’infangare il proprio percorso “iniziatico” verso il sapere (foss’anche rivoluzionario) e la malriposta speranza di detenere una qualche verità, finiscono sempre per creare ostacoli alla reale e ingovernabile diffusione delle idee. (…)

punk ‹pPunk magazine, n. 6 - coverḁṅk› s. ingl. (pl. punks ‹pḁṅks›), usato in ital. al masch. e al femm. (e pronunciato comunem. ‹pank›).
Voce gergale di origine incerta, la parola “punk” è sempre stata utilizzata in senso dispregiativo, indicando, di volta in volta: una prostituta; il giovane partner sessuale di un uomo più vecchio (specialmente in carcere); un pivello; oppure, in generale, qualcosa di marcio, di corrotto.

Il termine “punk” fu reso popolare negli States dalla fanzine omonima fondata nel 1975 da John Homlstrom, Legs McNeil e Ged Dunn. Il nome della rivista, scelto da McNeil, derivava da un modo di dire utilizzato spesso in alcuni telefilm polizieschi dell’epoca, come Kojak o Beretta, per etichettare in modo infamante i criminali (“You, lousy punk!”). In realtà, era già stato usato dai redattori della rivista Creem (in particolare da Lester Bangs, collaboratore ed editore della pubblicazione stessa) per indicare gruppi come Stooges e MC5 o il garage rock degli anni Sessanta. (…)

(…)

Il punk non è un mero genere musicale; anzi, sostanzialmente, ha ben poco a che fare con la musica. È semmai un’attitudine rumorosa, una concretizzazione scalmanata delle corporeità che si negano all’astrazione che governa il mondo (o che almeno tentano di annientare l’alienazione sociale, negandola o esasperandola fino all’estremo in determinate situazioni costruite); punk come rumore che non vuole cedere alla merce, come amalgama rissoso di tutti i rumori che si chiamano fuori, pur richiamando costantemente il dentro dell’alienazione per dileggiarlo, per sputargli addosso.

(…)

Un groviglio di corpi che ondeggia festoso. Sudore, caldo. La sala è strapiena di gente. Ho lasciato alcune mie cose (occhiali, portafoglio) ad un’amica rimasta sul fondo. Arrivo faticosamente sotto il palco. Il pogo è gioioso, straripante. E ti rendi conto che c’è sempre stato qualcosa di spensierato nel vivere il rumore. Voglio dire, in senso letterale: ritrovarsi senza più pensiero, sradicando da se stessi per alcuni lunghi momenti ogni superflua congettura sull’esistente, sugli altri. Eppure, ancora e sempre, con ogni pensiero possibile. La libertà, forse. Questa “cosa” indefinibile, ingovernabile. Apertura assoluta verso tutto il possibile di un desiderio comune. Vivendo l’unicità del momento, del movimento; la consapevolezza paradossale che ne hai attraverso l’urto con una massa indistinta di corpi. Attimi in cui senti il divertimento degli altri a fior di pelle e ne gioisci. Gli altri diventano allora un amico molteplice, collettivo, benché anonimo. Anzi, no. Il loro sorriso diventa il tuo. Il tuo sudore si mischia al loro. La polvere si alza sotto gli stessi salti, la stessa esultanza. Anonimo è solo il mondo che vuole zittire la tua gioia.

 

 

Discharge

Carmine Mangone, “Il gatto e la sua proprietà”, Gwynplaine edizioni, 2016

Tag

, , ,

mangone-gatto-gwynplaine

 

Carmine Mangone, Il gatto e la sua proprietà, Gwynplaine edizioni, Camerano (AN) 2016, pp. 96, brossura, euro 10 (ISBN 978-88-95574-59-2).

 

Chi volesse acquistare il volume direttamente da me, può contattarmi via mail: mangone.carmine@gmail.com (pagamenti anticipati con bonifico su IBAN, ricarica Postepay, ecc., e con un contributo fisso per le spese postali di due euro. Nel caso di più copie, applicherò volentieri uno sconto e/o un abbuono delle spese postali).

 

Per leggere alcuni estratti:    < 1 >    < 2 >    < 3 >

 

Nota in quarta di copertina:

Non fatevi ingannare dal titolo: questo libro non è rivolto soltanto ai gattofili. L’autore, ibridando frammenti letterari, filosofici e autobiografici, crea infatti un percorso di lettura che fa del gatto il punto di partenza per riflessioni di carattere generale sulla vita e sul mondo. Nel tessere l’elogio del piccolo felino, Mangone riesce a passare dal poeta Lorca al filosofo Stirner, dalla dea egizia Bastet al sabotaggio rivoluzionario, dal concetto di territorio ad una critica della domesticazione, portando a spasso il lettore (e gli amanti del gatto) attraverso annotazioni curiose, accorate, sorprendenti. Un libro prezioso, dunque, che cala il gatto in una prospettiva inconsueta, lontana sia da facili implicazioni animaliste, sia dal più trito e banale antropocentrismo.