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André Breton e Guy Debord, tra gli altri, consideravano imprescindibili i due smilzi fascicoli pubblicati da Isidore Ducasse nel 1870 col titolo di Poésies I & II. Il fondatore del surrealismo si era impegnato a ripubblicarne i testi dopo mezzo secolo di oblio. Il teorico situazionista ne aveva invece amplificato gli abbozzi teorici plagiaristi tentando di farli diventare addirittura un metodo rivoluzionario. Basterebbe anche solo questo per sottolineare l’importanza di un’opera sentenziosa, sarcastica e anti-romantica come Poésies; un’opera che ha tentato di fondare una poetica efficace, «assolutamente moderna» (per dirla con Rimbaud), nonché radicalmente contraria a ogni omologazione critico-letteraria.
Isidore Ducasse, figlio di un diplomatico francese di stanza in Uruguay, nasce a Montevideo nel 1846. Mandato a studiare in Francia, cerca (invano) di farsi largo nel mondo della letteratura con due tra le opere più estreme della modernità: I Canti di Maldoror, firmati col celeberrimo pseudonimo Conte di Lautréamont, e Poesie. Morto in circostanze misteriose, e del tutto sconosciuto, a soli ventiquattro anni, diverrà uno dei numi tutelari delle successive avanguardie.
Carmine Mangone, nato a Salerno nel 1967, è agitatore poetico, aforista e critico dei processi sovversivi otto-novecenteschi. In questa medesima collana, ha già tradotto e curato nel 2021: Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno.
La mia scrittura non è difesa, non è letteratura. È solo un continuo frangermi contro i corpi.
Buongiorno a te, cielo. Dammi oggi le mie nuvole quotidiane e non pretendere da me alcun volo bastardo. Amen.
I corpi che si amano sono l’errore più bello dell’universo. Gusci di noci in balia di una burrasca, che ridono e non affondano, ridono e non affondano.
Ho sempre scritto al di sopra dei miei mezzi.
Tra i corpi abbracciati non tira mai vento.
Se penso alla mia morte, giungo a ridere di tutto, anche della morte degli altri, ma senza disgusto, senza disprezzo, calandomi in ogni morte come se mi spogliassi nudo di fronte alla più grande eventualità di vita.
Liberare un corpo o un testo o un amore dalla sua voglia di salvezza.
La campana di una chiesa lontana. Uno scroscio di pioggia contro la finestra della camera. E tu, che ti spogli in un angolo del mio inverno.
Tazzine sporche. Granelli di zucchero sulla tavola. La mia voglia. Il tuo sorriso. L’aria tiepida del mattino. Prima che tutto diventasse bacio nelle nostre bocche.
Sganciarsi dalla Storia. Buttare nel cesso le fissità dei monoteismi. Finire a sprangate lo zoon politikon. Smettere di leggere Derrida, Chomsky e roba simile. Pulirsi il culo coi libri di Lacan. Contare le luci ancora accese nelle case alle 3 di notte. Camminare sul bordo del marciapiede come si faceva da bambini. Cadere sempre con la bestemmia più bella sulle labbra. Sputare tutto il veleno che ci hanno passato il Padre e la Madre.
Ogni tanto è bello mollare le parole, i pensieri e aderire alla semplicità di un accordo. Non avere niente da dire, sentirsi accadere nell’abbraccio e voler bene a tutte le superfici dell’altro.
– Un giorno, quando l’odore della mia fica sarà solo un vago ricordo, non dovrai perdonarti per avermi amata.
Mia carne sorella, mia stonatura della morte, dammi la protervia del filo d’erba che spunta fra gli interstizi del marciapiede e concedimi al corpo dell’intemperanza che vuole possedere ogni cosa.
Mentre guido nel traffico cittadino, lei comincia a toccarmi fra le gambe. Sorrido. – Aspetta almeno che siamo usciti dal centro. – Ma no, chi se ne frega. In pochi istanti mi tira giù la lampo e infila una mano nei jeans. – Uh, ti è venuto già grosso, che bello! Ora gli do una leccatina. Detto fatto: lo tira fuori velocemente con non poca perizia e comincia a succhiarlo. Io intanto cerco di non distogliere troppo l’attenzione dalla strada. A un semaforo rosso ci passa accanto una ragazza che deve attraversare sulle strisce. Butta un occhio in macchina e si rende conto della situazione. A quel punto si ferma, indugia. Ho la netta sensazione che stia arrossendo, il suo volto cambia radicalmente espressione, sembra quasi che faccia uno sforzo per non mordersi le labbra. – Hai fatto colpo su qualcuno, dico alla mia donna. Lei alza la testa, vede la ragazza che ci osserva di sottecchi e scoppia a ridere. Le fa ciao ciao con la mano e poi si rimette a succhiarmi. Il semaforo diventa verde.
La formula linguistica “ti amo” è certamente tra le più abusate, le più logore, eppure: non saremmo forse capaci di dare indietro tutte le altre parole pur di poterla affermare con autenticità sperando di vederla accolta? Non cercheremmo, ancora una volta, di renderla il punto di partenza per un’esplorazione accorata, comune, entusiasmante? Non andremmo forse avanti per la nostra strada, reiterando la ricerca, anche quando l’amore che proviamo non venisse soddisfatto o non ci realizzasse compiutamente? Solo i nichilisti piccolo-borghesi, morti a ogni affetto verso se stessi e gli altri, possono schernire l’amore e non tentare nessuna sortita per uscire dalla loro patetica impasse; solo la loro incapacità ad amare, li spinge a rifiutare il mondo anche quando quest’ultimo, in verità, se ne frega altamente dell’avversione di cui vien fatto segno.
Malgrado la provvisorietà di ogni desiderio, il tuo esserci continua a scrivere in me ciò che la morte ancora non riesce a leggere.
Tra le pieghe del possibile, cerco una donna che mi conduca fino alla morte di tutte le parole: un amore che non si chiami più amore; una trasparenza che tenga in scacco ogni perversione della luce.
Il tuo pensiero più nudo mi fa sentire come un querceto che invochi il fulmine al cospetto dell’alba.
Se la dimora è l’abito, la soglia non può che essere il denudamento di ogni pensiero.
Volevo una donna che mi dicesse: «Hai pensato abbastanza. I nomi dell’amore non possono più tradirti. Sei finalmente libero».
Inutile il libro quando la parola è priva di sesso.
L’idea del silenzio è solo un modo per credere alla pace di tutte le parole, ma il corpo, almeno allo stato di veglia, non fa che rigettare senza posa ogni piega metafisica che occupi la mente. Le radici dell’olivo non hanno mai avuto bisogno di una nostra idea della radicalità.
La terra culla i semi e continua ad amarli anche nell’eventuale sbandamento della germinazione. Tu sei la terra. Noi siamo il seme.
Laureana Cilento, 12-15 marzo 2026. Foto (dall’alto) di Ton Dirven e Aaron Knight.
Mi chiedo da tempo se sia mai possibile costruire un dispositivo linguistico senza dislocazioni simboliche, senza metafore, asciutto, sedimentato, pregno …