La tua presenza mette in discussione ogni riformismo poetico

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Una piccola e ghiotta anticipazione della mia prossima raccolta di versi e aforismi (Se questo si chiama amore, io non mi chiamo in alcun modo). Le immagini sono prese dal web.

 

 

*

Si fa l’amore invece di lavorare.
Si scopa invece di fare l’amore.
Si dorme teneramente abbracciati anziché scopare.
Si segna direttamente la pelle anziché scrivere libri sull’amore.
Se poi si scrive un libro, lo si brucia,
oppure lo si gioca a morra con la vita acerrima.

(Quando morirò,
moriranno con me tutti i libri.
La mia parola è solo l’annuncio di
questa scomparsa e dei milioni di stelle che
vi ricadono senza posa).

 

 

*

Non trovo niente
di più erotico e bello che saperti al mondo.

La tua presenza mette in discussione
ogni riformismo poetico.

 

*

L’erba folle di uno sguardo,
la prossimità che invoca il germoglio,
la coscienza minata,
i sogni in calore,
la Via Lattea che ti cola dalle labbra,
un nido di costernazioni,
l’aria ruffiana del tuo culo.

Nel cuore della notte,
tutto ha un fragore gentile.
La mente si struscia contro la vita,
l’opacità dei corpi svanisce
e la chiarezza del divenire
si porta via ogni parola.

 

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Fino a farti strepitare il nome delle stelle

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Frammento confluito in Quest’amante che si chiama verità  (2014) e antologizzato successivamente in Infilare una mano tra le gambe del destino (2015). Illustraz. di Pierre Molinier (1900-1976), artista transgender surrealista.




Un corpo vive, respira, ansima e si contorce all’interno di un’intelligenza che non ha bisogno di prove, a condizione però di non voler provare nulla, neanche questa condizione.
Cercare il tuo gesto che dice sì; continuamente, ottusamente. Perché il dire di no vincolerebbe la fiducia al riconoscimento di facili sicurezze.
Porre in questione ogni cosa è pressoché inessenziale per costruire l’amore, dato che l’amore è la questione che ci sfuggirà sempre. Il che non implica una necessità della poesia. La violenza del bello è semmai assimilabile ad una freccia scoccata da un arco senza padrone, dove l’arciere e la tensione dell’arco sono già la meta del destino che vi si afferma. Tutto il resto è riconciliazione col movimento, assunzione d’un ritornello.

– Voglio scoparti. A lungo. Fino a farti strepitare il nome delle stelle.

Facevamo sempre la stessa strada per tornare a casa, finché un giorno non ci perdemmo del tutto. Fu una di quelle particolari occasioni in cui la vita si mette a brillare come un fatto. Tu sorridevi. Indossavi il sorriso che hanno i papaveri al cospetto della falce. Eri tutta la filosofia che non muore in un libro, e anche la storia da fare, che si va facendo, qui, mentre ti silenzio le ansie del giorno con l’eccetera che seguirà.
Tutto questo non può bastare, ne convengo, ma ciò che s’impone non è un basto, né una questua. Fornicare con le nuvole, s’era detto. Sarai la burrasca, la cascata, il sogno, ecc.

22, 26 novembre 2012



Benjamin Péret, 3 poesie tratte da “Je sublime” (1936)

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Le tre poesie di Péret sono estratte da Je sublime, una raccolta del 1936 (ma la loro stesura risale all’anno precedente). In italiano compaiono, insieme ad altri suoi testi, in: Il sesso senza fine va a letto con la lingua ortodossa. Poesie di Joyce Mansour e Benjamin Péret, a cura di C. Mangone, edizioni [dia*foria/Cinquemarzo, 2017.

Nella seconda foto, Benjamin Péret è insieme alla sua seconda moglie, la pittrice Remedios Varo. Il testo del brano del progetto cagliaritano Machina Amniotica linkato in fondo, è la mia versione di Allo (“Pronto”).

 

Pronto

 

Mio aereo in fiamme mio castello inondato dal vino del Reno
mio ghetto d’iris nere mio orecchio di cristallo
mia roccia che scende la scogliera per schiacciare la guardia campestre
mia lumaca d’opale mia zanzara d’aria
mio piumino d’uccello del paradiso mia capigliatura di schiuma nera
mia tomba esplosa mia pioggia di cavallette rosse
mia isola volante mia uva di turchese
mia collisione d’auto folli e prudenti mia aiuola selvaggia
mio pistillo di soffione proiettato nel mio occhio
mio bulbo di tulipano nel cervello
mia gazzella smarrita in un cinema dei boulevard
mia cassetta di sole mio frutto di vulcano
mio riso di stagno nascosto dove vanno ad annegarsi i profeti distratti
mia inondazione di sciroppo di ribes mia farfalla di spugnolo
mia cascata azzurra come un’onda che fa primavera
mio revolver di corallo la cui bocca m’attira come l’occhio di un pozzo
scintillante
ghiacciato come lo specchio in cui contempli la fuga degli uccelli-mosca del tuo sguardo
perduto in un’esposizione di bianco incorniciato di mummie
io ti amo

 

Parlami

Il nerofumo il nero animale il nero nero
si sono dati appuntamento tra due monumenti ai caduti
che possono sembrare i miei orecchi
dove l’eco della tua voce di fantasma di mica marina
ripete senza fine il tuo nome
che somiglia tanto al contrario di un’eclissi di sole
da credermi quando mi guardi
una speronella in una ghiacciaia di cui aprirai lo sportello
nella speranza di vederne fuggire una rondine di petrolio in fiamme
ma dalla speronella sprizzerà un getto di petrolio fiammeggiante
se tu lo vuoi
come una rondine
vuole l’ora d’estate per suonare la musica delle tempeste
e ne fabbrica alla maniera di una mosca
che sogna una ragnatela di zucchero
in una lente
a volte blu come una stella filante riflessa da un uovo
a volte verde come una sorgente che trasudi da un orologio

 

Il quadrato dell’ipotenusa

Primo fiore dell’ippocastano che s’innalza come un uovo
nella testa degli uomini di metallo
duro come un molo
quando
nella pioggia d’inchiostro che mi trafigge di specchi
i tuoi occhi magici come un albero sgozzato
gridano in tutti i modi possibili
Io sono Rosa
ti amo come la felce d’altri tempi ama la pietra che l’ha resa equazione
ti amo con tutte le mie forze
ti amo come una padella rossa in una caverna
Che il tuo vestito di filo spinato
mi laceri in un gran rumore di piatti che cadono dalle scale
ti amo come un orecchio trasportato dal vento
che sussurra Aspetta
Aspetta che il ferro da stiro abbia bruciato la camicia di rugiada
per farvi fiorire il riflesso del cristallo nascosto in un cassetto
aspetta che la bolla di sapone
dopo essere scoppiata come uno zar delle talpe
che non copriranno mai le spalle amate
rinasca nella polvere assassinata dal sole diventato azzurro
e che io spio dal buco della serratura
velata
gelata
della prigione di licheni polari dove m’hai rinchiuso
aspetta figlio del sale
aspetta vino di falesia che arriva a schiacciare un oratorio
aspetta viscere di fosforo che sognano negli incendi delle foreste
aspetta

Io aspetto