Carmine Mangone, “L’insurrezione che è qui. Max Stirner e l’unione dei godimenti”, Gwynplaine, 2017

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[ Letture propedeutiche:
— Max Stirner, L’unico è la sua proprietà (traduz. it., con testo originale a fronte, in formato PDF) > download
— Max Stirner, Scritti minori (PDF) > download ]

* * *

Carmine Mangone, L’insurrezione che è qui. Max Stirner e l’unione dei godimenti, Gwynplaine edizioni, Camerano (AN), 2017, no copyright, 236 pp., euro 15, ISBN 978-88-95574-63-9.

Per acquistare on-line la versione cartacea del libro:   < Amazon >  < Ibs >

Indice

[N.B.: seguendo i link presenti accanto ai titoli dei capitoli, si possono leggere alcuni estratti dell’opera]

1 Uno, due, molti < * >
2. “Ego, Joannes Casparus Schmidt” < * >
3. L’insurrezione che è qui
4. Il “nulla creatore” < * >
5. Volontà contro volontà < * >
6. Il divenir proprio dell’unico
7. Associare i godimenti
8. La com-unicità, il comunismo < * >
9. Stirner messo a nudo dagli anarchici, anche < * >
Postfazione di Filippo Pretolani: Zero fratto unico
Appendice di C. Mangone: Farsi fiume, darsi mare

Illustrazione di copertina: Roberto Phc Ferrari e Alfredo Zaniolo

Nota in quarta di copertina

Pubblicato nell’ottobre 1844, L’unico e la sua proprietà di Max Stirner è uno di quei libri che recano uno scompiglio duraturo: testo al confine di ogni filosofia e che resta continuamente sulla soglia tra critica e spudoratezza. Stirner, infatti, specula contro ogni speculazione e non prende con filosofia il pensiero. Anzi, la sua opera estenua la filosofia speculativa dell’Occidente estenuando il lettore e ponendo in cattiva luce, a partire dalla sua comparsa, ogni sacralizzazione del pensiero. Se il giovane Hegel si proponeva di «pensare la pura vita» in un discorso unificante e razionale, Stirner mette al centro del pensiero l’unico, l’unicità, ossia la specificità irriducibile di ogni vivente. In una tale ottica, il pensatore tedesco sgancia il singolo individuo dalle pretese universali, assolute, e lo oppone radicalmente alla società, allo Stato, all’umanità astratta dei filosofi, operando una rottura essenziale rispetto alle strutture dominanti. Senza esaurirsi in una esegesi stirneriana, il saggio di Mangone propone un percorso originale, incentrato sul concetto di com-unicità, con cui si vara un’ipotesi “insurrezionale” per sanare la frattura storica tra individualità e comunità. Lo fa però in un modo inusuale, accattivante, ibridando elementi filosofici e letterari, in un sarabanda “unica” di note critiche e digressioni. Il volume è arricchito inoltre da una postfazione di Filippo Pretolani.

L’intelligenza della materia, cortecce, un clistere d’infinito (poesie per la potatura n. 1)

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ad Angela

 

1

Il volto delle cose non
ama la trasformazione. La
superficie vi nasconde la
morte.

2

Si trae forma da ogni
indugio della materia.
Il sapere è l’ultimo passante,
l’ultimo grido della soglia.

3

Giorni in cui mi scopro a pensare, ottusamente, il
nucleo semplice dei vostri corpi.
Bisogno di una nuova pelle,
di un nuovo candore.
All’angolo del giorno, un pettirosso mi
ricorda gli impegni presi con la notte madre e
i suoi molti nemici.
Il sapere è solo la corteccia della mia protervia.

 

 

4

La luna s’accampa nel querceto e
benedice la scure del futuro.
Nel mentre, io mi verso da bere e regalo un
sorriso alla sera.
La radice pura del disincanto non aprirà le
mie porte alla stagione fredda.

5

Il folto e muto dissenso degli ulivi
che si accasa nella mente;
la solletica,
la blandisce,
le sottrae quel barlume di disprezzo che
nasce con la minima certezza.

6

Ogni tanto mi faccio un
clistere d’infinito e
taccheggio la poesia che
arde sotto le gonne
di Dio.

 

 

7

Varcare il giorno.
‘Asare su pensamentu tou menzus.
Ammirare la vanagloria dell’erba che
non costruisce concetti.
Sulla soglia di una decisione,
tu hai il colore degli eventi.

8

Le ferite e le città che non ho voluto,
i libri che mi son rifiutato di scrivere,
gli animali e le cortecce che ho accarezzato,
l’amore protervo che porto alla nostra redenzione più dura.

9

Non sono mai stanco di vivere,
di morire,
di corteggiare i rami più esili.
Lupo ascendente Sisifo,
sorrido in faccia al destino e
regalo le mie pietruzze più belle
al sentiero che ci porta in cima.

10

A questo vuoto che la mia opera evita d’esaltare e
che denuncio – naturalmente
non è un’opera che si convenga – ,
io sottraggo ciò che arrivo a
saper d’importuno.
I tuoi occhi si discostano dal
mio dover soffrire,
mentre il corpo, che è un’intelligenza della
materia, arriva a distrarre la sofferenza linfatica
dal mondo arbitrario e sconcio.
Lo stesso accade forse nell’eternità delle cose
o nel computo del reversibile tuo fango.

 

 

11

Brandelli di cazzo attaccati alla poesia,
urgenza d’un corpo,
benedizione sagace d’ogni nostro inciampo.
Era questo che volevamo?
Era questo il cruccio del saperci gentili
e poco accorti?

12

Quando decisi che ero tuo,
il cielo si colmò fino alla più calma
eclisse del dubbio e
mi piovve in seno una carne ingenuamente stellata.

13

L’intelligenza, in quanto possesso poetico del mondo,
si appropria dei nostri limiti e si ritrova sempre nella
proprietà dell’ultima negazione.
Il tuo corpo, in quanto concetto anarchico, è
libero anche secondo il contenuto del mondo che
facciamo nostro e che non ci limita dentro il
desiderio mortale della nostra fame di compiutezza.
Voglia di morderti,
voglia di farti un mondo di carne dentro la
valanga del mio corpo irredento.

14

Amore
è questo corpo che ringiovanisce nell’attesa,
pur dannandosi,
pur assediando il giorno.
Riabbracciarti
renderà inutile ogni poesia,
ogni ricordo,
ogni stronzata.

 

Laureana Cilento, 22-28 dicembre 2020. Foto (dall’alto in basso): Sherrin Lim; James Drury; Jordan Parks; Konstantinos Kousis.