Solo l’egoismo del corpo

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a Paola

 

Attardarsi a vivere. – È sempre e solo questo ciò che ci ostiniamo a fare, a volere. Sapersi dentro un movimento che non ci perderà, e che ci rende spensierati, accorti, essendo noi stessi la ricerca, volendoci noi stessi come linea di fuga fatale, comune, la quale può benissimo trascurare il proprio scopo (la salvezza? La convenienza? La familiarità?), ma non se stessa, non il proprio andamento.

Ti ho voluta. Ho voluto fortemente che la mia vita fosse invasa dalla tua intelligenza, dalle tue visioni, dal tuo desiderio. Ti ho fatto spazio perché tu venissi a parlarmi dei tuoi mondi. Mi sono aperto senza limiti per darti modo di regalarmi le tue voglie. Ho atteso il tuo orgasmo. Ho cercato di farti capire che non ho alcun bisogno di capire tutto questo. Ho fatto l’amore con te per fermare la tracotanza del tempo; e il tempo si è fermato, sulle mie labbra, nei tuoi sguardi, fra le tue gambe.
Ancora non ho ben capito di che colore siano i tuoi occhi – perdonami, è che voglio continuare a credere all’ottusità del mio desiderio –, ma ho compreso fin da subito che dovevo disarmare il mio pensiero, la durezza del mio sangue, e consegnarti ogni cosa: il pensiero, la durezza, il sangue.
In tutto questo, un solo rammarico: dovermi accontentare, fino al tuo ritorno, di questa mia stronza poesia che mai riuscirà a scoparti come vorrei fare adesso.

 

 

Solo l’egoismo del corpo – questa salute che si chiama amore, poesia – può giungere a riconoscere l’altro, a ritrovarsi negli elementi del mondo e a volersi cocciuto, compiuto, irresponsabile di fronte all’eternità.

Mettendomi nelle tue mani, rimescolo ogni cosa e la faccio nuova. In altre parole – letteralmente in altre parole – ho necessità di abbattere ogni precedente necessità costruendo un’originale consistenza, una particolare consonanza, una poesia tellurica da estendere a tutto il corpo, a tutte le parole. Il che significa: sperimentare in un’assoluta mancanza di subordinazione; volermi sfrenato senza prendere partito per il disordine; non essere me, ma violare ogni essere in me, insieme a te, attraverso te.
Rubo allora e mi porto alle labbra una tua formula: “il mio tu”: questa sovrana scostumatezza che ci spoglia consegnandoci all’autonomia dell’altro e all’anarchica mancanza di neutralità di ogni tumescenza erotica.
Un azzardo unico e bello per affermare il noi che viene.

Da sola, hai fatto calare gli Unni, il dadaismo e la propaganda col fatto dentro il mio sangue. E ora, come dirtelo?, me sto qui che bestemmio col cazzo duro perché ho la bocca piena di stelle e non riesco più a raccapezzarmi con tutte ‘ste costellazioni di sperma e saliva che tengo in serbo in te.

Una supernova. Il tuo orgasmo mi ha portato in bocca una supernova. Ondate di possibile, di vita definitiva, che ho sentito venire dal più nudo dei tuoi destini.

Se mi dico che senza di te sto sprecando il mio tempo, mi viene rabbia, perché così do ancora importanza al tempo, allo scorrere del tempo, anziché soffermarmi criticamente su quanto sia bello, in noi, questo intersecarsi di mondi.
Tu mi dirai: ma perché criticamente? La risposta è semplice, benché non abbia niente a che fare con la facilità.
Per me, l’amore è il movimento, il transito che critica lo spazio facendolo convergere in un’esperienza comune, in una concezione affettuosa del mondo.
In altri termini, l’amore costituisce il luogo comune dell’entusiasmo, dentro il quale, ogni giorno, scelgo o ribadisco il destino (l’unicità) che voglio vivere insieme a te.
Ora, il destino è fatto di tempo? No, il destino è l’esperienza del nostro possibile, la carne stessa del possibile, il volume di ogni esperienza che non ci riduce ai limiti mortali del nostro corpo.

 

[ Giugno 2018. Fotografie di Christophe Pok. ]

 

 

Ogni desiderio potrà tornare a casa, come saprà, quando vorrà

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Alcuni testi inclusi nel mio Se questo si chiama amore, io non mi chiamo in alcun modo  (Ab imis, 2018). Il volume è acquistabile su <Amazon> <Lulu> e (in digitale) su <Kindle Store>. Le foto sono di Anita Dadà.

 

 

Creo uno spazio,
qui,
con quattro parole,
come se parlassi a una bimba.
Lo spazio non si vede,
perché all’inizio lo spazio sei tu.
Poi questo spazio si allarga, si allarga,
e diventa più grande di tutte le parole del mondo.
Ma tu non avere paura.
Anche quando non sapremo dirlo,
noi saremo ovunque:
sulla luna,
ai confini della Terra,
nel ventre della balena.
Le parole ci metteranno la mappa,
noi ci metteremo il tesoro,
e ogni desiderio potrà tornare a casa,
come saprà,
quando vorrà.

 

 

*

Sei l’interrogazione muta che
mi prende
anche quando non ho più niente da chiederti;
il ritorno del compimento, della
frugalità senza sconti,
lo spalancamento del pensiero ai confini della necessità.

Ti accarezzo i seni e
si fa strada un sollievo che ignora il deserto.
Ti mordo i capezzoli e mi esplode una
stella dentro il cervello.

Assolata, la carne delle parole.
Intrepido, il patto con la materia.

Solo così
correggo il mio sangue e
spazzo via quel corpo inclemente
in cui
declinai invano la bassezza del giudizio.

*

Infilarti la lingua nel culo,
infilarci dentro ogni aggettivo,
ogni verbo,
trovare una poesia che sia degna della galassia di Andromeda
e sprofondare in te,
nell’idea che ho di te,
in ogni idea possibile che avrò di te.

*

Fare in modo che ogni parola
annusi il culo di quella successiva
comportandosi ferocemente verso la
mia pretesa di durare dentro la poesia.

 

Carmine Mangone, “Infilare una mano tra le gambe del destino”, Asinamali edizioni, 2015

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Infilare-una-mano-Mangone-Asinamali-2015

“La poesia deve ridiventare randagia. Il Libro non può rinchiuderla. Andate per il mondo, costruite decisioni, perdete le definizioni del potere. La vostra unicità sarà un seme per le terre ulteriori. Non preoccupatevi di chi l’innaffierà, occupatevi dell’aratura.”

Carmine Mangone, Infilare una mano tra le gambe del destino, a cura di Luigi Balice, Asinamali Edizioni/Éditions, Parigi, settembre 2015, 92 pp., copertina di Marco Castagnetto, euro 10, ISBN 978-2-9553822-0-2.

Libro pubblicato anche in francese nel novembre 2015. Traduzione di Virginie Ebongué. Vedi la relativa scheda

Estratti dal libro: < 1 >   < 2 >   < 3 >   < 4 >

Recensione e intervista a Luigi Balice di Gloria Liccioli su Parigi Grossomodo.
Recensione di Alessio Badelli su Impatto Sonoro.
Recensione di Massimo Argo su In Your Eyes ezine.

Chi volesse acquistare il volume direttamente da me, può contattarmi compilando il form in fondo alla pagina Bookshop, oppure via mail al seguente indirizzo: mangone.carmine@gmail.com (pagamenti anticipati su PayPal, con bonifico su IBAN o ricarica Postepay. Aggiungete sempre un contributo fisso per le spese postali di due euro. Nel caso di più copie, applicherò volentieri uno sconto e/o un abbuono delle spese postali).

Alcuni dei testi inclusi nel volume sono tratti dalle seguenti opere di Carmine Mangone:
Anche ieri ho dimenticato di morire, TraccEdizioni, 1993;
La qualità dell’ingovernabile, Gwynplaine, 2011;
Sabotaggio mon amour, Gwynplaine, 2013;
Quest’amante che si chiama verità, Gwynplaine, 2014;
Fuoco sui ragazzi del coro, Nautilus, 2014.

*

[ Testo dell’editore in quarta di copertina ]

“Un sacco di gente s’insedia confortabilmente in una supposta unità linguistica e una prematura sclerotizzazione del carattere. Si monta un sistema di principi mai legalizzati intimamente, e che non sono altro che un cedimento alla parola, alla nozione verbale di forze, spinte e controspinte servilmente dislocate. E così il dovere, la morale, l’immoralità, e l’amoralità, la giustizia, la carità, il giorno e la notte, le mogli, le fidanzate e le amiche, l’esercito e la banca, la bandiera e l’oro statunitense o moscovita, diventano come denti o capelli, qualcosa di accettabile e fatalmente incorporato, qualcosa che non si vive né si analizza perché è così e ci integra e completa e irrobustisce”.
(Julio Cortazar)

L’opera di Carmine invece contende continuamente territori alla banalità dei luoghi comuni e delle definizioni, sottrae l’oscenità al dominio incontrastato della pornografia e traccia un percorso poetico sovversivo, in cui tenerezza senza contropartita e violenza dell’amore totale ci conducono ad afferrare l’unità in piena pluralità.
Questo libro ha il potere di non ridursi alla facilità di una rotta, preferisce il pensiero randagio alle zelanti risposte da impiegato perfetto, smonta le pratiche che ci rendono assuefatti alla ginnastica dell’obbedienza, e lo fa con sensualità, infilando la mano tra le gambe del destino.

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Tutto questo biondo improvviso

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a Paola

Tutto questo biondo improvviso. Tutta questa carne sbigottita di fronte all’incanto. Invasi dal mondo, candidamente, con le parole che si smarriscono lungo la pelle.
Queste parole bambine, inesauste, che si ritrovano sotto il dominio della voglia, del noi nascente, a tu per tu con lo stupore di toccarti, d’infilarti il mio amore ovunque, come se non esistesse più la morte, come se ogni respiro fosse ormai senza rischio, senza domande.

Dobbiamo mettere in chiaro una cosa: la poesia non ha nessun compito e deve fallire tutti i compiti che le infliggiamo. Non è al servizio di niente. Nondimeno, resta la compagna – talvolta infedele – di chi se la trascina dietro attraverso i giorni tenendola per mano come una bambina riottosa, capricciosa, pronta a mollarti un calcio negli stinchi.
La poetica, in una simile prospettiva, è l’insieme delle idee che danno ritmo a questa passeggiata, a quest’andirivieni nella bellezza ingovernabile e sempre possibile del proprio divenire.

Io credo che il genere umano possa solo fallire, se non prova a rincorrere con gioia anche l’impossibile.
Il punto, è che l’idea di umanità si rivela ormai un relitto che galleggia criticamente su un mare inquinato dalle disillusioni, in preda alle correnti tumultuose del potere, della crisi, della decadenza. La massa e i numeri cercano di fare diga, ma con risultati assai scarsi.
Ragione in più – o mancanza di ragione in meno – per fare l’amore con te fino allo sfinimento, sapendo che quest’ultimo non sarà mai un fine, né tanto meno lo si potrà subordinare a una qualche fine.

 

 

Lo svelamento della carne amorosa. Il tuo protenderti verso di me, vogliosa, aperta. È sempre una vertigine, una sintesi paradossale dell’eterno.
Comprendere un tale movimento è impossibile. Includerlo nel pensiero è impresa vana, sempre da ricominciare (e difatti ricomincio, non posso che ricominciare).
Vengo dunque a prenderti dentro questa comprensione dozzinale, instabile, e ti uso come paradiso mobile per penetrare l’esistenza del tutto, non facendo alcuno sconto alle nostre contraddizioni.
Ricomincio, non posso che ricominciare, perché so che nessun amore trattiene la vita e che nessuna vita potrà mai contenere tutte le stelle che ci assediano.

Dentro il mio cuore emerge un’evidenza: la continuità e la presenza del saper vivere appartengono ormai solo a quegli individui che sanno essere forti, amorosi, combattenti.
La civiltà dell’uomo sta morendo? Poco male. Noi moriremo da un’altra parte: la nostra.

Testi scritti il 10-11 giugno 2018. Le fotografie sono di Paola Rebusso.

 

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