Vorrei che la mia poesia potesse tacere in tuo nome

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AmandaCharchian1

 

[ Ad Angela. Buon compleanno, tesoro. ]

 

Vorrei che la mia poesia potesse tacere in tuo nome.
Amare non è inter-dire. E nemmeno ordinare. L’affetto non è un ordine. Anzi, amare è un tentativo (una tentazione) per uscire da quest’ordine, dall’ordine della parola, foss’anche liberandosi da ogni pretesa di definizione.
Amare: questa prescrizione di un destino comune che la parola ha sempre tallonato, perseguito – o semplicemente accolto con tutti i riguardi, pur non potendolo contenere.

Eppure si scrive. E la scrittura vuol rendere conto (ottusamente, teneramente) delle speranze più impervie.

Dentro ogni mia frase, c’è anche la tua bocca.

(Sono mai stato padrone delle mie parole d’amore? Ho mai padroneggiato realmente la loro invadenza, il loro tentativo di mettersi avanti con la vita?
In quanto costruttore di testi, sono un insorto mancato).

Amore, è non pretendere che l’altro si conformi in tutto e per tutto al nostro desiderio. La conquista più difficile, la meno poetica, la più vera: lasciargli un respiro in cui poter accogliere le nostri correnti d’aria.

Il tuo corpo non è una cosa o una sostanza data, ma una creazione, una distruzione continua.

Vincere la paura significa amare senza scopo e morire lontano dai morti.

Ero certo che da qualche parte ci fosse un corpo che avrebbe risposto a tutte le carezze che non avevo ancora dato.

Che cos’è la poesia? La poesia è la carriola con cui ti porto la sabbia per dare un lido alle nostre barchette di carta.

L’affetto trova rifugio nel volto assunto inopinatamente dall’impossibile. Lungo lo snodarsi della ricerca, tu sei la stazione che mi sottrae alle stronzate compiacenti.

Leggo i sentieri come se fossero i sorrisi della terra. Sentieri dove il mio passo dialoga con le stagioni che ti porti in grembo.

 

[ Dall’alto, foto di Amanda Charchian e Sára Saudková. ]

 

SáraSaudková3

Antonin Artaud, frammenti dai “Cahiers de Rodez” – 2

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AntoninArtaud

 

Lei mi ha aiutato a morire di vera vita,
lei ha bloccato la merda,
perché il dolore viene dalla carne che si condanna a vivere dall’origine in un vizio di forma, e a perdere il senso, il fango della materia che respira.
Nessuno che prenda il largo,
non un solo essere oggi ad essere padrone della propria fanghiglia d’ossa. Insetto, crosta, lava. Voglio pensare vergognosamente il mio spirito. Un puro concetto non è niente. Io solo sono il padrone.
Gli spiriti non sono altro che un verminaio generato dall’essere che mangia i corpi in quanto l’essere è un puro spirito che precede l’uomo, come il sesso dell’uomo precede il soffio dell’om.

Masturbata la cervice del mondo
sono retto dalla mia fierezza.

kaunundo peptala stakri

La sofferenza poi il mondo,
il cammino poi la gioia,
sempre la gioia negata, rinnegata,
che io raccolgo fra le braccia di chi si è agglutinato in una fervida idea della materia.
Io non finirò nel mio abisso,
né tanto meno nel vostro inferno.

*

Non comprendo più,
a dire il vero non ho mai compreso,
chi arrangia svogliatamente la parola e la serve agli spiriti della massa nel crampo hitleriano nel pensiero,
non comprendo gli esseri malvagi che dormono nella cattiva volontà, dal pieno d’essere al culmine del vuoto, e che non ammetto, in misura sempre crescente, per non morire sulla carta.
Per questo ho scavato,
e ho trovato la radice del mio corpo tuberoso, fra la mia natica sinistra e la stufa a legna,
e ho cercato, non volendo mangiare torba e schifo d’anima, di alzarmi fino a raggiungere il punto più alto e sempre più lontano dal culo, dove sono arrivato,
e ho tracciato un SEGNO.
– Perché i letterati sono avvezzi a mangiare le loro scritture fossili e m’impongono una legge interna, mentre io ho già guadagnato l’uscita, e proprio nel punto in cui la voce è un’illusione, ero caduto l’ultima volta.

Il mondo intero ha ucciso il conte assoluto di Lautréamont.
E lui non è riuscito a rifarsi, ed ogni volta deve morire, per mano di alcuni falliti e svergognati dall’assoluto amore.

Artaud_coverNella poesia non c’è un corpo ma qualcosa d’imbecille,
una cacca ricoperta dall’essere e il cui scoprimento,
nel mio corpo è così, fissato dalla mineralizzazione dello spirito,
nessuno sa, nessuno ha la volontà di sapere.
– Perché ci sono esseri che per insorgere devono cacare,
e se non cacano, portano con sé la rivolta ma non la digeriscono.
Niente di strano,
se chiudo la ragione in un tino,
la ragione fermenta,
e viene smangiata dai rimorsi dell’essere,
sotto forma di merda, e la merda si sa,
vuole venire alla luce, e se non arriva all’esterno,
fa marcire le radici e tutto quello che si è sempre pensato e detto e sempre si dirà per affrancare il corpo.

 

Antonin Artaud, Cahiers de Rodez, Maldoror Press, 2011, ebook gratuito (traduz.: Carmine Mangone).

 

AntoninArtaud2

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