Marguerite Duras, estratti da “Écrire” (1993)

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Passi estratti da: Marguerite Duras, Écrire, Folio Gallimard, 1993.
Traduzione di Carmine Mangone.
Illustrazioni (dall’alto in basso): Ikenaga Yasunari, Kiyoshi Saito e Takato Yamamoto.

 

 

Trovarsi in un buco, in fondo a un buco, in una solitudine quasi totale, e scoprire che soltanto la scrittura vi salverà. Essere senza alcun soggetto per un libro, senza nessuna idea per un libro, è trovarsi, è ritrovarsi davanti a un libro. Un’immensità vuota. Un libro eventuale. Davanti a niente. Come di fronte a una scrittura viva e nuda, e anche terribile, terribile da sormontare. Io credo che chi scrive è senza idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota, e conosce di quest’avventura del libro solo la scrittura secca e nuda, senz’avvenire, senza eco, lontana, con le sue regole d’oro, elementari: l’ortografia, il senso. [p. 20]

Quando andavo a letto, mi nascondevo il viso. Avevo paura di me. Non so come, né perché. E perciò bevevo dell’alcool prima di dormire. Per dimenticarmi di me. Passa subito nel sangue, e dopo si dorme. È angosciante la solitudine alcolica. Il cuore, sì. Batte improvvisamente veloce.
In casa, ogni cosa scriveva quando io scrivevo. La scrittura era ovunque. E quando vedevo degli amici, a volte li riconoscevo a stento. Ci sono stati diversi anni simili, per me difficili, sì, forse dieci anni, tanto è durato. E anche quando dei cari amici passavano a trovarmi, era terribile. Non sapevano niente di me, gli amici: mi volevano bene e venivano per cortesia credendo di far bene. E la cosa più strana, era che non ne pensavo niente.
Ciò rende selvaggia la scrittura. Si raggiunge una selvatichezza anteriore alla vita. E la si riconosce sempre, è quella delle foreste, quella antica come il tempo. Quella della paura di tutto, distinta e inseparabile dalla vita stessa. Ci si accanisce. Non si può scrivere senza la forza del corpo. Occorre essere più forti di sé per affrontare la scrittura, bisogna essere più forti di ciò che si scrive. È una cosa strana, sì. Non è soltanto la scrittura, lo scritto, ma anche le grida delle bestie notturne, quelle di tutti, le vostre, le mie, quelle dei cani. È la volgarità enorme, disperante, della società. Il dolore, Cristo e anche Mosè e i faraoni e tutti gli ebrei, e tutti i bambini ebrei, ed è anche la più violenta felicità. Sempre, io credo. [pp. 23-24]

 

 

Quando c’era qualcuno, mi sentivo, allo stesso tempo, meno sola e più abbandonata. [p. 26]

È curioso uno scrittore. È una contraddizione e anche un non-senso. Scrivere è anche un non parlare. È tacere. È urlare senza far rumore. È rilassante uno scrittore, spesso ascolta molto gli altri. Non parla troppo perché è impossibile parlare a qualcuno di un libro che si è scritto e soprattutto di un libro che si sta scrivendo. È impossibile. È all’opposto del cinema, del teatro e di altri spettacoli. È all’opposto di tutte le letture. È la cosa più difficile. La peggiore. Perché un libro è l’ignoto, la notte, è chiuso, è così. Il libro avanza, cresce, avanza nelle direzioni che si credeva di aver esplorato, avanza verso il proprio destino e quello del suo autore, poi annientato dalla sua pubblicazione: la sua separazione da lui, il libro sognato, come il figlio ultimogenito, sempre il più amato. [p. 28]

Scrivere comunque, malgrado la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione? Non ne conosco il nome. Scrivere accanto a ciò che precede lo scritto, è portarlo alla rovina, sempre. E tuttavia occorre farsene una ragione: rovinare il fallimento è tornare verso un altro libro, verso un altro possibile dello stesso libro. [p. 29]

Esser soli con il libro non ancora scritto, è essere ancora al primo sonno dell’umanità. È così. Significa anche esser soli con la scrittura ancora incolta. È provare a non morirne. È esser soli in un rifugio durante la guerra. Ma senza preghiera, senza Dio, senza alcun pensiero salvo il folle desiderio di uccidere la Nazione tedesca fino all’ultimo nazista. [p. 31]

 

 

 

Carmine Mangone, “L’ingovernabile”, Ab imis, 2018

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Carmine Mangone, L’ingovernabile, Ab imis, 2018, 130 pp., 10 euro.

In copertina: Zbigniew Łagocki, fotografia appartenente al ciclo “Dotknięcia” (2001).

Acquista il libro > cartaceo su: Amazon (prossimamente) | Lulu (fino al 22 novembre sconto del 50% sulla spedizione standard usando il codice di acquisto ONESHIP) <> digitale su: Kindle Store

IMPORTANTE! > ne ho delle copie anch’io, per cui, se volete acquistarlo direttamente da me, potete usare il modulo di contatto sulla pagina Bookshop, oppure lasciare un commento sotto il presente post. Grazie mille!

 

 

Il presente scritto è la versione rivista e ag­giornata di un testo pubblicato originaria­mente nel 2011 dalle edizioni marchigiane Gwynplaine. All’epoca, ebbe però un titolo diverso: La qualità dell’ingovernabile.

Si tratta di uno scritto cui tengo moltissimo, perché tratteggia in modo incisivo, netto, e senza troppi fronzoli, tutti i temi che hanno continuato a stregarmi in questi anni.

Per poter continuare a essere la mia “casset­ta degli attrezzi” teorica (e intrigare i miei pochi, eccellenti lettori), aveva però biso­gno di una messa a punto formale; cosa che ho provveduto a fare senza modificare qua­si in niente la sostanza delle mie idee e dei miei affetti.

 

*   *   *

[ Alcuni estratti dall’opera: ]

Chi non sa dove andare, possiede ancora tutte le direzioni. Chi ha paura del freddo, può sempre lasciarsi bruciare godendo del proprio fuoco. Chi affronta il vuoto, deve convincersi di non avere niente da perdere e che le difficoltà nel conoscere il mondo rendono quest’ultimo solo più avvincente.

Voglio sempre sperare che chi scriva lo faccia solo quando non ha di meglio da fare, perché avrei tristezza e paura di coloro che preferiscono armeggiare con le parole invece di fare l’amore, giocare, ribellarsi, andare a camminare sui monti, bighellonare senza meta per la città, bere o parlare amabilmente con gli amici.
La scrittura, e la poesia scritta in particolare, rimane in relazione con il senso solo quando questo stesso senso si mantiene in relazione con il nostro mondo e con i viventi che vi partecipano attivamente; oppure quando si fa ponte gettato verso l’impossibile, verso la gioia che sarà, e che vorremmo per noi, per la nostra comunità amorosa.
Le parole che restano, quelle cioè che diventano testo, libro, voce fissata in un’opera, non vanno vissute o veicolate come se fossero residui, scorie di ciò che è stato o di ciò che si è solo vagheggiato, ma devono farsi scintille, connessioni col mondo, nuova carne poetica.
Solo così possono ancora significare quella rigorosa ingenuità di cuore che rimane alla base di ogni bel movimento di ciò che vive.

L’anarchia è la potenza che non assume forma – movimento della negazione che delegittima la padronanza dei limiti senza limitarsi a padroneggiare la negazione.
Amore furente, creazione finanche per mezzo della distruzione: l’esistenza dell’anarchia testimonia l’impossibilità reale del potere e l’impossibilità stessa di stabilire la potenza dentro un’idea. Ogni anarchismo politico ha perso e perde in partenza, non tanto contro il potere, bensì contro il movimento stesso dell’anarchia, che non ha bisogno di vincere per affermarsi. Nessun potere vincerà l’anarchia. Nessuna struttura anarchica sopravvivrà al proprio movimento.

Mi dovrò intagliare una fica dentro la mente, aprire una vagina nella sostanza più dura del mio pensiero. I concetti non sono cazzi da brandire come manganelli. Occorre trovare il giusto accoppiamento tra i pensieri (ci sono pensieri maschi, pensieri femmine, pensieri senza genere) evitando però di prostituirli alle necessità di una logica. Bisogna fare in modo che anche le idee riecheggino i godimenti passati o futuri.

«L’insorto fece cenno ad alcuni compagni, che immediatamente circondarono il prete. – Compagni, gridò ai contadini, voi affermate tutti che quest’uomo, controrivoluzionario autentico, ha compilato e consegnato alle autorità bianche una lista di “sospetti” e che, in seguito a questa denuncia, parecchi contadini sono stati arrestati e condannati a morte. È vero questo? – Sì, sì, è vero!, gridava la folla. Ha fatto assassinare una quarantina dei nostri. Tutto il villaggio lo sa. E nuovamente, si citavano i nomi delle vittime, si ricevevano testimonianze precise, si accumulavano le prove… Alcuni parenti delle vittime confermarono i fatti. Le autorità stesse avevano parlato loro della lista presentata dal prete, spiegando così il loro atto. Il prete non parlava più. – Vi sono contadini che difendono quest’uomo? domandò l’insorto. Qualcuno ha dubiti sulla sua colpevolezza? Nessuno si mosse. Allora l’insorto afferrò il prete. Brutalmente gli tolse la sottana. – Che bella stoffa! disse. Ne faremo una bella bandiera nera. La nostra è già abbastanza sciupata. Poi, rivolto al prete che, in camicia e mutande, appariva sufficientemente ridicolo. – Mettiti in ginocchio, ora! E recita le tue preghiere senza voltarti. Il condannato obbedì. Si inginocchiò e, con le mani giunte, si mise a mormorare un padrenostro. Due insorti si piazzarono dietro di lui. Estrassero due pistole, mirarono e spararono. I colpi esplosero, secchi, implacabili. Il corpo si accasciò. Era finito. La folla si disperse lentamente commentando l’avvenimento.», Voline, La révolution inconnue, 1947. [Gli insorti erano membri della Machnovščina, le milizie anarchiche ucraine guidate da Nestor Machno nel 1918-‘21].

Spogliare il corpo di ogni spettacolo. Spogliare il mio e il tuo, di corpi, insieme ai loro pensieri, alle cose, alla parola che li limita.
Svestire il destino, toccare, amarsi, mentre l’idea del corpo continua a parlare senza di noi.

L’amore è stato già detto ampiamente in modo poetico, ora si tratta di usarlo per trasformare in meglio il proprio mondo.

Carmine Mangone, “Il saper amore”, Ab imis, 2018

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Carmine Mangone, Il saper amore, con una nota introduttiva di Lisa Orlando, Ab imis, 2018, 76 pp., 8 euro.

In copertina: Dana de Luca, Tulipani, 2016.

Acquista il libro > cartaceo su: Amazon (prossimamente) | Lulu (fino al 22 novembre sconto del 50% sulla spedizione standard usando il codice di acquisto ONESHIP) <> digitale su: Kindle Store

IMPORTANTE! > ne ho delle copie anch’io, per cui, se volete acquistarlo direttamente da me, potete usare il modulo di contatto sulla pagina Bookshop, oppure lasciare un commento sotto il presente post. Grazie mille!

 

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«Quando ne’ Il saper amore si parla di: sesso, corpo, poesia, amore, potenza, possibilità, vita, morte, continuità, non bisogna accontentarsi di vedervi solo delle immagini letterarie o delle formule destinate ad esprimere certe esperienze esistenziali, quanto piuttosto i segni di una ricerca autentica che vuole tentare tutto, finanche l’impossibile» (dalla nota introduttiva di Lisa Orlando). Un testo composto da scritture brevi, aforismi e versi sparsi, suggellato da una sorta di poemetto violentemente erotico. Un percorso attraverso i territori della passione. Un viaggio alla ricerca di una conoscenza estetica e carnale della migliore umanità possibile.

 

*   *   *

[Ritengo che sia difficile sintetizzare un libro come questo. Voglio darvi comunque una vaga idea di ciò che potete trovare tra le sue pagine. Eccone quindi alcuni estratti:]

 

Ho molto amato, molto letto, molto bevuto e molto battagliato. Sono contento? Sì, sono contento. Resto soddisfatto? No, non resto soddisfatto.

Se tu oggi mi chiedessi cos’è l’amore, io ti direi che è il corpo in cui tutte le storie sono verità, ma anche l’interrogazione in cui tutti i nostri corpi faranno storia.

Ogni sogno deve avere il suo corpo. Ogni corpo deve scopare il proprio sogno in tutti i buchi.

Una poiana esegue i suoi larghi giri da predatrice alata nel cielo opalescente della mattina. L’aria ferma mi avvolge col suo tepore. Ed io mi sento poiana, destino d’ali, porzione sporca di cielo e molto altro ancora.

Dovevo capire che non sarebbe stato facile. Tu ami il mare, io il cielo sporco d’ali.

Fa’ conto che la poesia sia una sorta di detonatore. Ecco: se hai sotto mano soltanto delle polveri bagnate, della poesia non te ne fai un cazzo.

Noi umani siamo diventati degli animali alacri, inconsolabili. Veniamo al mondo e annaspiamo fin da subito intorno alla certezza di una volontà. E quando non sappiamo come fare ad averne una, ci accontentiamo di essere dei servi, oppure ci consoliamo con l’Essere, che è già di per sé una forma di servilismo nei confronti dell’ipotetico. Non potendo volere tutto, vogliamo almeno poter essere. Ci facciamo dunque un’idea di noi stessi e la mettiamo accanto al nostro corpo. Anzi, la rendiamo il centro delle nostre azioni, dei nostri pensieri, e perdiamo in essa i migliori propositi di agitazione. Ci zavorriamo con l’Io, con l’amore, con le vaccate sulla poesia, e perdiamo di vista la brama, il possesso dei mondi. Non accettiamo di lasciarci andare all’incessante distruzione dei giorni. Dobbiamo farne una qualche bellezza, una qualche fissità intellettuale. Solo così riusciamo a morire senza sentirci dei poveri stronzi.
Rimaniamo però ostaggi di un pensiero condizionato. Accettiamo un lato del mondo – e ne costruiamo una narrazione funzionale – mentre tutti gli altri lati continuano a sfuggirci. Ci limitiamo a dare una rappresentazione anestetica di questi ultimi ipostatizzando la sussistenza di un loro modo reciprocamente necessario, conciliabile, e non ci accorgiamo di quanto il movimento reale dell’esistente si porti dietro un’impossibile misura.

Spalancare la propria poesia senza darla al primo venuto. Costruire una tenerezza che non preveda armistizi. Lanciare il lettore tra le pieghe di questo lenzuolo sporco (e imprescindibile) che è la vita acerrima.

*

Voglio entrare nei tuoi pensieri più arditi.
Voglio starmene col cazzo ritto dentro la tua testa.
Voglio essere la burrasca improvvisa che
ti trova tenera e selvaggia.
Mi possiedi da sempre e non lo sapevo.
Sei la traccia di ogni desiderio,
la lupa intenerita dal pianto del bosco,
la valanga bionda che spazza via l’indecisione dell’inverno.

Non ti negherò mai.

*

Restare al di qua del tuo desiderio.
Smaniare alle porte della poesia.
Santificare la pelle che ricopre l’ardore delle nostre parole.
Accettare la mancanza di vergogna dell’universo.
Portare acqua al tuo sesso.
Calpestare le formiche della speranza.
Intristire la morte fra le grandi labbra dell’impossibile.

 

Nei limiti commoventi del sorriso

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Taiwan Dance

 

Sottraendo poesia alla necessità, mi apro alla morte dell’impossibile, alla compiutezza, all’innocenza senza limiti di un ordine folgorante e senza padroni.
(Non dovrei mai dimenticare che il corpo da cui emerge la mia presenza – questo coacervo di tensioni, addensamenti e pretese della materia – è una manifestazione del cosmo assolutamente irriducibile e senz’alcuna necessità).
L’amore non è uno scopo. L’amore è l’attraversamento comune di un territorio, vale a dire: un accordare corpi, un creare adiacenze tra di essi, un andare insieme per appassionare i luoghi, e tutto questo con tenerezza, con discernimento, perché senza tenerezza resteremmo schiavi dei rapporti di forza, mentre privi di discernimento finiremmo per appassionarci solo ai romanticismi deleteri o alle loro negazioni idealistiche.
Il discernimento, a sua volta, si pone come flusso di scelte, di determinazioni, in una concordanza delle nostre rispettive prese di posizione, dove ogni scelta – ogni nostra risolutezza – può essere vista come un picco di quel particolare movimento critico che ci rende l’un l’altro amorosi riducendo al minimo possibile le separazioni naturali e sociali tra i viventi.
(Mai provare vergogna a rapportarsi coi limiti che gli altri ci manifestano quando s’imbattono nelle nostre contraddizioni. Dobbiamo sempre un grande rispetto alle mancanze della morte e al nostro saperle assumere con gioia).
Mettere in comune le solitudini e ucciderle. Uscire dalle righe. Fare cerchio, fare branco. Inseminare la morte per raccogliere ogni possibile. Nei limiti commoventi del sorriso: intere supernovae.

 

6-7 novembre 2018. Foto: Legend Lin Dance Theatre (Taiwan).

 

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