Al di qua della soglia, divento gli ulivi, le pietre, il volo della civetta

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È una sera fredda e limpida dei primi di dicembre. Poco dopo il tramonto, verso sud-ovest, una falce di Luna e il pianeta Venere si stagliano contro un bel cielo blu. Respiro l’aria a pieni polmoni sorseggiando un po’ di brandy, e ogni tanto, dalla valle, mi arrivano i rumori delle auto in transito. Tutto pare immerso nella volontà di un mondo che si addormenta.
Allora smetto di pensarmi, di pensare al mio corpo come cosa distinta, distante. Avverto l’energia, sento l’addensamento in me e intorno a me di ciò che costituisce questo scenario che sono io stesso immerso nel mio mondo. Al di qua della soglia, divento gli ulivi, le pietre, il volo della civetta, le falene, il pianeta Venere, l’aria fredda. A loro volta, tutti gli elementi che mi circondano diventano una parte di me. Io sono tutto e il tutto è composto da altrettante unicità che si riverberano in me. Il pensiero stesso di questa attinenza tra me e i molti elementi che mi attorniano diventa parte della consonanza, della vibrazione. Anche le parole che dicono tutto ciò molto imprecisamente, mettendoci però la maggiore compassione possibile, contengono un quid ineliminabile di materia che pulsa all’unisono. L’orbita della Luna entra nell’imprecisione accorata che vuole dire la relazione tra le unicità. Il grido della civetta fa da virgola improvvisa tra il battito del mio cuore e i ritornelli di un mondo che imbandisce il buio. In tutto questo, la mia voce manchevole parla attraverso la corteccia degli alberi e i nidi ancora caldi, mentre tra le foglie degli ulivi fa irruzione, atteso come l’amata lontana, d’improvviso, un refolo di vento che scompagina i pensieri e li riconduce a casa.
Nell’aria della sera, dico a me stesso che non mi basta avere un solo cuore. Mi vado allora scoprendo in quel mondo che creo ed uccido senza posa, creando e uccidendo in me quella sua parte di mio e quella mia parte di suo che fanno l’affetto e l’appartenenza, le ritrosie e i disgusti. Solo così, mi dico, posso unire il mio battito ai mille altri che mi attorniano e mi pretendono.

Laureana Cilento, 4 dicembre 2016. Foto di Ragnar Axelsson.

 

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