Incitamenti all’affetto e all’anarchia

In evidenza

Tag

, , , , ,

 


In alcuni periodi della mia vita sono stato povero – mi sono scoperto socialmente ed economicamente povero dentro un movimento comune con altri viventi – e ho ritenuto opportuno praticare un feroce odio contro i ricchi. Oggi, dopo aver superato il mezzo secolo di vita, e non sentendomi affatto povero (le cose cambiano, il destino va azzannato, l’essenzialità rafforza il cuore), continuo pur sempre a tenermi alla larga dai ricchi e dai loro servi.
Non m’importa però definire la giustezza di queste mie prese di posizione. Ho un’idea della giustizia molto fluida e che dipende grandemente dalle situazioni, dalla volontà, dalle aree d’inconsistenza del potere. D’altronde, non ho mai lottato abbracciando idealisticamente la difesa di una qualche categoria sociale. Riconosco le classi e non me ne ritengo avulso, certo, ma preferisco dedicarmi alla mia com-unicità, al mio “branco”. So come funziona il capitale, e so anche in quali meandri della mia presenza (del mio spirito) si incistano i poteri della civiltà, ma le mie priorità restano la costruzione di un affetto condiviso e l’affermazione di una gratuità che si riveli il più irriducibile possibile agli schemi di valorizzazione sociali.
Nel mondo dei cosiddetti umani, vi è una miseria economica e una miseria del cuore. La prima è un gioco di forze, sulle quali possiamo sempre intervenire (la Legge è un limite solo per i poveri di spirito). La seconda, invece, è molto più perniciosa, perché diminuisce la nostra potenza facendoci accettare gli affetti minori, le contraddizioni convenienti e gli irrigidimenti banalizzanti delle nostre emozioni.
Ma qual è il segreto per affrontare degnamente l’esperienza d’esser nati su questo pianeta? Per quanto mi riguarda, consiste primariamente nel non nutrire alcun senso d’inferiorità verso la vita, né verso la morte. Affermare la propria unicità senza dilazioni sentimentali, storiche, culturali. Non fare quindi dell’esperienza affettuosa una transizione, una terapeutica. Smettere di ricomporre i vari frammenti del mondo, se il disegno che ne affiora non è il nostro, e vivere la compiutezza possibile di ogni frammento nell’emergenza dell’affetto. Qui la vita, qui gioisci. Quanto al resto, si tratta sempre e solo di una tenera resa all’indifferenza del cosmo, ma la nostra è comunque una resa tattica, indisponente, ironica, che ci sottrae alle morti comuni dell’intelligenza creando spazi inusitati per il possibile delle nostre unicità al di qua dell’ovvio.
(Esautora ciò che resta di Dio e sventa la sua ombra. Osteggia la morte senza maledirla. Lacera ogni bandiera. Abbandona la casa del padre. Osanna l’amico. Glorifica la carne. Riprenditi la vita. Diventa la verità dei tuoi affetti. Condividi la tenerezza. Spartisci la fame d’assoluto. Crea com-unicità affettuose. Ritorna a casa senza fare alcuno sconto al tuo sangue).

 

Appunti del 25 settembre 2020, confluiti in un grosso saggio che sto scrivendo dal 2017. Illustrazione: Skyzocat.

 

 

Heiner Müller, “Die Hamletmaschine / La macchina Amleto” (frammenti)

Tag

, , , , ,

 

1
Album di famiglia

Io ero Amleto. Me stavo sulla costa a parlare alle onde BLA BLA, dando le spalle alle rovine d’Europa. Le campane suona­vano per i funerali di Stato, assassino e vedova erano una bella coppia, i cortigiani, al passo dell’oca, piangevano il lutto per pochi soldi dietro il feretro dell’illustre defunto CHI È IL CADAVERE NEL CARRO FUNEBRE / A CHI VANNO TANTI STREPITI E LA­MENTI / IL MORTO ERA UN GRANDE / ELEMOSINIERE. Il consenso del popolo, frutto della sua arte di governo. ERA UN UOMO VERO E PRENDEVA TUTTO A TUTTI. Io fermo il corteo funebre, forzo la cassa con la spada, rompo la lama ma sollevo il coper­chio con il troncone. Così feci a pezzi il morto genitore LA CARNE SI ACCOPPIA VOLENTIERI CON LA CARNE distribuendolo ai pove­racci che stavano attorno. Il funerale si tramutò in giubilo, il giubilo in un gran masticare. L’assassino irrumò la vedova sulla bara vuota DEVO AIUTARTI A SALIRE ZIO? MAMMA APRI LE GAM­BE. Mi sdraiai per terra e ascoltai la terra girare al ritmo costan­te della putrefazione.

(…)

A questo punto entra lo spettro che mi ha generato, con l’ascia ancora nel cranio. Puoi tenerti il cappello in testa, lo so, lo so che hai un buco di troppo. Io invece avrei voluto che mia madre ne avesse uno di meno, quan­do tu eri ancora ben in carne, così sarei stato risparmiato a me stes­so. Bisognerebbe cucire le donne, un mondo senza madri. Po­tremmo macellarci a vicenda in santa pace e con buone probabilità, qualora la vita ci risultasse troppo lunga e la gola troppo stretta per urlare. Cosa vuoi da me? Non ti basta un funerale di Stato? Vecchio parassita. Non hai forse del sangue sulle scarpe? Che m’importa del tuo cadavere. Dovresti essere contento che almeno il manico sia rimasto fuori. Forse te ne andrai in cielo. Che cosa aspetti? I galli sono stati sgozzati. Non ci sarà un domani.

(…)

Entra Orazio. Complice dei miei pensieri, che son pieni di san­gue da quando il mattino è stato velato dal cielo vuoto. È TROPPO TARDI AMICO MIO PER ACCORDARCI SUI QUATTRINI / NON C’È POSTO PER TE NELLA MIA TRAGEDIA. Orazio, tu mi conosci. Mi sei amico, Orazio. Se mi cono­sci, come puoi essermi amico? Vuoi giocare a fare Polonio, che desidera dormire con sua figlia, la splendida Ofelia; lei risponde doci­le al proprio nome, come la voce di un dizionario. Guarda come fa on­deggiare il didietro, un ruolo tragico. Orazio/Polonio. Lo sapevo che eri un attore. Lo sono anch’io, recito Amleto. La Danimarca è una prigione, tra di noi cresce un muro. Guarda cosa spunta dal muro. Polonio esce. Mia madre è la sposa. I suoi seni sono un letto di rose, il grembo la fossa dei serpenti. Hai dimenticato il tuo testo, mamma. Ti faccio io da suggeritore. LAVA VIA IL DELITTO DALLA TUA FACCIA Ô MIO PRINCIPE / E FA’ BUON VISO ALLA NUOVA DANIMARCA. Ti farò tornare vergine, madre, perché il re possa godersi una notte nuziale al sangue. IL GREMBO MATERNO NON È UNA VIA A SENSO UNICO. Ora ti lego le mani dietro la schiena, perché mi disgusta il tuo abbraccio col velo da sposa. Ora strappo il tuo abito nuziale. Ora devi urlare. Ora spalmo sugli stracci del tuo abito nuziale la fanghiglia in cui è ridotto mio padre, e ti spiaccico gli stracci sulla faccia, sul ventre, sui seni. Ora ti prendo, madre mia, ripercorrendo la traccia invisibile di mio padre. Soffoco il tuo grido con le mie labbra. Riconosci il frutto del tuo seno. Ora va’ alle tue nozze, puttana, sotto il sole danese che splende sui vivi e sui morti. Voglio otturare il cesso con il cadavere, affinché il palaz­zo affoghi nella merda regale. E poi lasciami mangiare il tuo cuo­re, Ofelia, che piangi le mie lacrime.

2
L’Europa delle donne

Enormous room. Ofelia. Il suo cuore è un orologio.

OFELIA [CORO/AMLETO]
Io sono Ofelia. Quella che il fiume non ha voluto. La donna con la corda al collo La donna con le vene tagliate La donna con l’overdose SULLE LABBRA NEVE La don­na con la testa nel forno a gas. Ieri ho smesso di uccidermi. Sono sola con i miei seni le mie cosce il mio grembo. Faccio a pezzi gli strumenti della mia prigionia la sedia il letto il tavolo. Distruggo il campo di battaglia che era la mia dimora. Strappo le porte perché possa entrare il vento e il grido del mondo. Man­do in frantumi la finestra. Con le mani insanguinate strappo le fotografie degli uomini che ho amato e che mi hanno usata a let­to a tavola sulla sedia per terra. Do fuoco al mio carcere. Get­to i vestiti nel fuoco. Mi strappo l’orologio dal petto che era il mio cuore. Esco in strada, vestita del mio sangue.

(…)

4
Pest(e) a Buda Battaglia per la Groenlandia

(…)

Io non sono Amleto. Non recito più alcu­n ruolo. Le mie parole non dicono più niente. I miei pensieri suc­chiano sangue alle immagini. Il mio dramma non si terrà più. Dietro di me viene approntato lo scenario. Da gente cui il mio dramma non interessa, per gente cui non ha niente da dire. Neanche a me interessa più. Non sto più al gioco. Senza essere notati da Amleto, degli operai di scena introducono un frigorifero e tre te­levisori. Rumore del frigo. Tre programmi a volume nullo. Il fondale è una statua. Rappresenta, ingrandito cento volte, un uomo che ha fatto la Storia. Pietrificazione d’una speranza. Il nome può variare. La speranza non si è realizza­ta. Il monumento giace per terra, abbattuto tre anni dopo il funerale di Stato dell’uomo di potere, odiato e venerato dai suoi successori. La pietra è abitata. Nelle narici ampie, nelle orec­chie, tra le pieghe della pelle e dell’uniforme della statua in frantumi si è stabilita la popolazione più povera della metropoli. All’abbattimento della statua, dopo un ragionevole lasso di tempo, tenne dietro la rivolta. Il mio dramma, se ancora dovesse aver luogo, si terrebbe nel periodo della ribellione. La rivolta ebbe inizio come una passeggiata. Contro la regolamentazione del traffico duran­te l’orario di lavoro. La strada appartiene ai pedoni. Qua e là viene rovesciata un’auto. Incubo di un lanciatore di coltelli: lento viaggio, in una strada a senso unico, verso un ineluttabile parcheggio circondato da pedoni armati. I poliziotti che si trovano sul percorso sono respinti ai margini della strada. Quando il corteo si avvicina al quartiere ministeriale, viene fronteggiato da un cordone di polizia. Si formano grup­pi dai quali spuntano oratori. Sul balcone di un edificio governa­tivo appare un uomo vestito con un frac di cattiva foggia e comincia a parlare anch’egli. Quando viene colpito dalla prima pietra, si ripara dietro il vetro blindato di una finestra. Le urla che chiedono più libertà si trasformano in urla che chiedono la caduta del governo. La gente comincia a disarmare i poliziotti, vengono assaliti due o tre edifici una prigione una stazione di polizia un ufficio della polizia segreta, una dozzina di sgherri del potere vengo­no appesi per i piedi, il governo invia truppe e carri armati. Il mio posto, se questo dramma avesse ancora luogo, sarebbe su entrambi i fronti, sulla linea tra i due fronti. Me ne sto nel puzzo di sudore della folla e getto pietre contro poliziotti, soldati, carri armati, vetri blindati. Guardo attraverso la finestra col vetro blindato la folla che avanza e sento il sudore della mia paura. Soffocando i conati di vomito, scuoto il pugno contro di me che sto dietro la porta a vetri. Sento la morsa della paura, del disprezzo, e nella massa che avanza vedo me stesso, con la bava alla bocca, scuotere il pugno contro di me. Appendo per i piedi l’uniforme della mia carne. Sono il soldato nella torretta del carro armato, la mia testa è vuota sot­to l’elmetto, l’urlo coperto dal rumore dei cingoli. Io sono la macchina da scri­vere. Stringo il nodo scorsoio quando i caporioni vengono impicca­ti, tiro via lo sgabello, mi rompo l’osso del collo. Sono il mio prigio­niero. Riempio i computer coi miei dati. I miei ruoli sono quelli della saliva e della sputacchiera, del coltello e della ferita, del morso e della gola, della corda e del collo. Io sono la banca dati. Sanguinante tra la folla. Con il fiato sospeso dietro la porta col vetro blindato. A secernere muco di parole nell’isolamento della mia bolla insonorizzata sopra la mischia. Il mio dram­ma non è andato in scena. Il copione è andato perduto. Gli attori han­no appeso i loro volti ad un attaccapanni del guardaroba. Il sugge­ritore marcisce nella sua buca. In platea, imbalsamati, i morti di peste non muovono un dito. Vado a casa ad ammazzare il tempo, tutt’uno con il mio Io indiviso.

(…)

*

Testo integrale sul sito della Maldoror Press. Foto di scena tratta da: AMLETO + DIE FORTINBRASMACHINE della compagna Lombardi-Tiezzi (prima: 15 luglio 2016).