Aggiornamenti: 1) nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026; 2) approfondimento di Viviana Leveghi sul blog LLM, 19 maggio 2026.
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Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.
Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]
N.B.: ne ho delle copie in distribuzione anch’io; in caso d’interesse, potete dunque contattarmi su Telegram, oppure tramite il modulo che trovate alla pagina Contatti.
André Breton e Guy Debord, tra gli altri, consideravano imprescindibili i due smilzi fascicoli pubblicati da Isidore Ducasse nel 1870 col titolo di Poésies I & II. Il fondatore del surrealismo si era impegnato a ripubblicarne i testi dopo mezzo secolo di oblio. Il teorico situazionista ne aveva invece amplificato gli abbozzi teorici plagiaristi tentando di farli diventare addirittura un metodo rivoluzionario. Basterebbe anche solo questo per sottolineare l’importanza di un’opera sentenziosa, sarcastica e anti-romantica come Poésies; un’opera che ha tentato di fondare una poetica efficace, «assolutamente moderna» (per dirla con Rimbaud), nonché radicalmente contraria a ogni omologazione critico-letteraria.
Isidore Ducasse, figlio di un diplomatico francese di stanza in Uruguay, nasce a Montevideo nel 1846. Mandato a studiare in Francia, cerca (invano) di farsi largo nel mondo della letteratura con due tra le opere più estreme della modernità: I Canti di Maldoror, firmati col celeberrimo pseudonimo Conte di Lautréamont, e Poesie. Morto in circostanze misteriose, e del tutto sconosciuto, a soli ventiquattro anni, diverrà uno dei numi tutelari delle successive avanguardie.
Carmine Mangone, nato a Salerno nel 1967, è agitatore poetico, aforista e critico dei processi sovversivi otto-novecenteschi. In questa medesima collana, ha già tradotto e curato nel 2021: Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno.
Da dove nasce la nostra ostinazione? Che cosa ci induce a continuare, a cercare una bellezza delle parole e una nettezza dei concetti? Non abbiamo forse detto e scritto già abbastanza? A quale chiarezza ulteriore potremmo mai ambire coi nostri mezzi? Mi rendo conto che il nero fondale d’un cielo stellato abita già il mio discorso e che non c’è mai stato abbastanza bianco dentro il mio pensiero per poter diluire la notte. Però le albe rimangono belle, non credi?, e destano ancora e sempre, in me, in noi, un’attesa di senso, una nuova domanda, un’ennesima trama. Svegliarsi dal sapere intorpidito dalle inquietudini e dirsi: «Ho dimenticato tutto, ma non me, non te. Ricominciamo».
Non sono mai stato distratto dalla morte dell’amore.
Parlo d’amore, ma qui dobbiamo considerare alleate per l’eternità la mano che accarezza e la mano che maneggia la spada, perché se ignorassimo la critica di ciò che ci tiene dentro l’ostinazione e le emozioni, diventeremmo dei saccenti che vagano tra le pietre d’inciampo di una qualche fede. – Noi non ignoriamo.
Chi l’ha detto che la poesia non ha più eredi? Basterebbe regalare i tesori accumulati finora e comprendere che gli spazi da attraversare devono avere la precedenza sui luoghi comuni. Il conforto sta nel movimento comune e senza pietà, non nella morte valorizzata. Abbiamo avuto lutti che saranno per sempre delle stelle binarie nel nostro cielo così colmo di luci inattese.
Nella mia poesia d’elezione, la tua voce mi è cara più di tutte. E le voci non mutano quando cambiano le domande. Mi rimprovero soltanto il non essere rimasto abbastanza straniero dentro il tuo libro. Per il fatto che la tua voce mi piace, non per questo posso pretendere che mi appartenga. Il rimedio non manca: la protervia rimane quel nostro voler continuare a dire e a tradurre in nuove riconoscenze le paure e gli smarrimenti.
Parlavo di stelle binarie… e mi viene in mente il sistema stellare V Sagittae, considerato «cataclismico» perché destinato a diventare una supernova intorno all’anno 2083. Gli astri che lo formano, una stella a sequenza principale e una nana bianca, finiranno infatti per unirsi generando una gigante rossa. Il fenomeno, per oltre un decennio, avrà una tale luminosità da essere visibile nei nostri cieli terrestri anche in pieno giorno.
L’idea di Dio, in fondo, è stata una congettura, una perversione locale e tutta umana nel riunire dentro il pensiero l’insieme dei campi di senso (pregni di unicità e autocoscienti) che formano ciò che si può considerare il tutto, ossia il possibile dell’universo.
Saper vivere è ricongiungersi con l’essenziale: sapersi figli e creatori del mondo, riconoscersi quindi come particelle d’onda di quel campo di pregnanza universale che abbiamo ingabbiato storicamente nella nozione di Dio. La morte è solo un circuito che si apre, si riapre. Essa trasforma il corpo che la riceve, ma non può eliminare il campo da cui era emerso quello stesso corpo.
– Ritroveremo forse Eraclito nella gigante rossa di V Sagittae?
Il miracolo è del tutto possibile, anche perché è sempre già stato. «Raggiungimi», dirà il poeta morto, «là dove tutte le parole s’incontrano come in un vento di materia stellare». Uno, due, molti. Chi può dire quante stelle ci siano in un pugno di sabbia?
Mi chiedo da tempo se sia mai possibile costruire un dispositivo linguistico senza dislocazioni simboliche, senza metafore, asciutto, sedimentato, pregno …