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Carmine Mangone, Il saper amore, con una nota introduttiva di Lisa Orlando, Ab imis, 2018, 76 pp., 8 euro.

In copertina: Dana de Luca, Tulipani, 2016.

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«Quando ne’ Il saper amore si parla di: sesso, corpo, poesia, amore, potenza, possibilità, vita, morte, continuità, non bisogna accontentarsi di vedervi solo delle immagini letterarie o delle formule destinate ad esprimere certe esperienze esistenziali, quanto piuttosto i segni di una ricerca autentica che vuole tentare tutto, finanche l’impossibile» (dalla nota introduttiva di Lisa Orlando). Un testo composto da scritture brevi, aforismi e versi sparsi, suggellato da una sorta di poemetto violentemente erotico. Un percorso attraverso i territori della passione. Un viaggio alla ricerca di una conoscenza estetica e carnale della migliore umanità possibile.

 

*   *   *

[Ritengo che sia difficile sintetizzare un libro come questo. Voglio darvi comunque una vaga idea di ciò che potete trovare tra le sue pagine. Eccone quindi alcuni estratti:]

 

Ho molto amato, molto letto, molto bevuto e molto battagliato. Sono contento? Sì, sono contento. Resto soddisfatto? No, non resto soddisfatto.

Se tu oggi mi chiedessi cos’è l’amore, io ti direi che è il corpo in cui tutte le storie sono verità, ma anche l’interrogazione in cui tutti i nostri corpi faranno storia.

Ogni sogno deve avere il suo corpo. Ogni corpo deve scopare il proprio sogno in tutti i buchi.

Una poiana esegue i suoi larghi giri da predatrice alata nel cielo opalescente della mattina. L’aria ferma mi avvolge col suo tepore. Ed io mi sento poiana, destino d’ali, porzione sporca di cielo e molto altro ancora.

Dovevo capire che non sarebbe stato facile. Tu ami il mare, io il cielo sporco d’ali.

Fa’ conto che la poesia sia una sorta di detonatore. Ecco: se hai sotto mano soltanto delle polveri bagnate, della poesia non te ne fai un cazzo.

Noi umani siamo diventati degli animali alacri, inconsolabili. Veniamo al mondo e annaspiamo fin da subito intorno alla certezza di una volontà. E quando non sappiamo come fare ad averne una, ci accontentiamo di essere dei servi, oppure ci consoliamo con l’Essere, che è già di per sé una forma di servilismo nei confronti dell’ipotetico. Non potendo volere tutto, vogliamo almeno poter essere. Ci facciamo dunque un’idea di noi stessi e la mettiamo accanto al nostro corpo. Anzi, la rendiamo il centro delle nostre azioni, dei nostri pensieri, e perdiamo in essa i migliori propositi di agitazione. Ci zavorriamo con l’Io, con l’amore, con le vaccate sulla poesia, e perdiamo di vista la brama, il possesso dei mondi. Non accettiamo di lasciarci andare all’incessante distruzione dei giorni. Dobbiamo farne una qualche bellezza, una qualche fissità intellettuale. Solo così riusciamo a morire senza sentirci dei poveri stronzi.
Rimaniamo però ostaggi di un pensiero condizionato. Accettiamo un lato del mondo – e ne costruiamo una narrazione funzionale – mentre tutti gli altri lati continuano a sfuggirci. Ci limitiamo a dare una rappresentazione anestetica di questi ultimi ipostatizzando la sussistenza di un loro modo reciprocamente necessario, conciliabile, e non ci accorgiamo di quanto il movimento reale dell’esistente si porti dietro un’impossibile misura.

Spalancare la propria poesia senza darla al primo venuto. Costruire una tenerezza che non preveda armistizi. Lanciare il lettore tra le pieghe di questo lenzuolo sporco (e imprescindibile) che è la vita acerrima.

*

Voglio entrare nei tuoi pensieri più arditi.
Voglio starmene col cazzo ritto dentro la tua testa.
Voglio essere la burrasca improvvisa che
ti trova tenera e selvaggia.
Mi possiedi da sempre e non lo sapevo.
Sei la traccia di ogni desiderio,
la lupa intenerita dal pianto del bosco,
la valanga bionda che spazza via l’indecisione dell’inverno.

Non ti negherò mai.

*

Restare al di qua del tuo desiderio.
Smaniare alle porte della poesia.
Santificare la pelle che ricopre l’ardore delle nostre parole.
Accettare la mancanza di vergogna dell’universo.
Portare acqua al tuo sesso.
Calpestare le formiche della speranza.
Intristire la morte fra le grandi labbra dell’impossibile.

 

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