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[ Lungo estratto da: Carmine Mangone, Perché il reale, eternamente, Delos Digital, 2023. Opera che illustra il post: Charles Edward Perugini, Pandora, 1893. ]

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Nel poema Le opere e i giorni, Esiodo narra del vaso di Pandora e di come quest’ultima, dopo averlo aperto incautamente lasciandone sfuggire tutti i mali (il dolore, la fatica, le malattie), lo richiuda appena in tempo, su intervento di Zeus, per impedire che voli via anche Elpis, la speranza.
Imprigionata dentro la scatola dell’essere, la speranza urta contro le pareti interne della realtà. Nei limiti sociali del possibile, essa diventa l’adescamento dell’impossibile, l’eterna congiura contro i limiti della scatola: tensione verso un ordine superiore, sovraindividuale, “celeste”, nonché smarrimento dell’immediatezza “animale” a beneficio di una potenza agognata, procrastinata, sempre da meritare, ancora e sempre da conquistare.
Allora occorre domandarsi, mi chiedo: senza la speranza sarebbe impossibile vivere o diventerebbe impossibile morire?
Privo di un orizzonte definitivo, il movimento della vita è un incessante albeggiare. Tutto si ricombina: dentro il vaso, dentro i corpi, nell’immensità delle mancanze, delle ipotesi. Non si finisce mai di morire. Non si finisce mai la morte. Soltanto chi cerca una stasi, una conservazione, si colloca nel frenamento o nel franamento costituito da un crepuscolo, oppure dentro l’idea di una qualche redenzione – ma sappiamo bene che franare insieme all’Altro, e insieme al giorno, può anche non essere un morire; sappiamo bene, altresì, pur facendo finta di nulla, che la salvezza è solo l’altro nome della speranza e che il divenire di tutte le cose violenta continuamente la speranza. Prendiamone quindi atto una volta per tutte: il movimento delle energie che si ricombinano senza posa è l’uccisore gentile della speranza. Flusso indomabile, banalità di base, continua messa a punto della materia: la vita è solo un’espressione, fra le tante possibili, di questa forza prodiga che “anima” il cosmo e che noi umani indaghiamo, cerchiamo di dire, tentiamo di ancorare senza posa alle nostre piccole e grandi pretese d’immortalità.

Credere alla morte definitiva della speranza è come un orgasmo del pensiero. Voragine che si apre dentro il vuoto delle alienazioni trasformandolo proditoriamente in una possibilità, in una molteplicità di piani, orbite, rilanci.
Noi non siamo i padri o le madri di linee rette, né tanto meno i figli di un orizzonte.
Il vivente è una presenza, un insieme di relazioni (di forze) che si muove lungo un piano. Quest’ultimo si forma proprio grazie alle densità, ai ritmi e alle specifiche vettorialità dei diversi elementi che lo attraversano, lo pensano, lo ispessiscono.
Possiamo intendere un simile piano materiale come una sorta di comunanza tra vettori, calori, andamenti, precipitazioni: un’enorme soglia, un ritaglio nella totalità dei possibili, dove la presenza del vivente (il senso che egli stesso si attribuisce) è la coerenza delle sue diverse collocazioni nello spazio.
Dando preferenza alle proprie collocazioni e alle proprie velocità (quindi agli addensamenti, alle attrazioni che stabiliscono la nostra materia), la distanza prende il posto della speranza e lo spazio tra noi e i vari elementi del mondo diventa il territorio in cui la nostra coerenza (la continuità della nostra materia) diventa questione di prossimità, non di ricorsività o prevedibilità.
Se la speranza attiene la durata di qualcuno o qualcosa fino al raggiungimento di un obiettivo, se essa può essere vista come un’indefinita disponibilità da parte del destino, fare a meno della speranza non significa disperarsi, bensì saper riconoscere gli interstizi in cui si afferma l’unicità dei viventi e delle loro reciproche relazioni.
La morte della speranza rovescia il senso della distanza, l’insensatezza della distanza, e assume la distanza stessa, ironicamente, come terreno di gioco per tutti gli accostamenti possibili.
Anche nelle condizioni peggiori, io resto immediatamente il più prossimo a me stesso, ed è proprio in questa prossimità senza fine che io costruisco le mie compiute aperture verso l’assoluto mondo. Smarrirsi, ritrovarsi, affermare il fallimento, vincere l’affermazione. È il gioco – la poesia – di chi sostiene e assume senza posa la mancanza di necessità dell’assoluto.

L’abbandono della speranza sarebbe l’estasi? Un’assenza costruita e assoluta di speranza potrebbe forse collocarci su una diversa frequenza dell’esistente? Svariate esperienze umane, condotte ai limiti della conoscenza di sé e del mondo, avallerebbero una simile intuizione. Come fare dunque per trasformare in gioia il nostro furore imbecille di animali degeneri, il nostro bisogno storico di un qualche determinismo consolatorio?
Stando a Simone Weil, vi è «Un solo rimedio: una clorofilla che permetta di nutrirsi di luce. Non giudicare. Tutte le colpe sono uguali. Esiste solo una colpa: non avere la capacità di nutrirsi di luce. Giacché, abolita tale capacità, tutte le colpe sono possibili».
La luce, per la Weil, è quindi l’uccisione della colpa, la morte del vuoto: energia cosmica che rompe la clessidra e interrompe il dovere, la consolazione. Una forza gentile. Un’invasione di senso capace di abolire ogni ricerca di senso. Ossia: un’illuminazione, una folgorazione, una compiutezza che mi conduca a liberarmi anche di Dio (la Weil si ferma al di qua) e grazie alla quale io possa finalmente dirmi: sarò sempre altro da quello che voi avreste voluto, ma saperlo è perdonarvi.
La speranza è ogni volta un’attesa, un pregiudizio: sperare che l’Altro non ci faccia morire per sempre o prima del tempo. Proprio per questo, tutelando la speranza, si arriva stabilmente a voler rintuzzare l’Altro, a contrastarlo dentro e fuori di sé, in modo da allungare il più possibile l’attesa della propria fine.
La presenza dell’Altro crea la soglia, quindi la necessità di trovare una consonanza, una forza gentile per lasciare aperta la morte e creare un territorio comune.
Ma per abbattere il grado di costrizione insito nei miei coinvolgimenti, devo applicare una forza sufficiente a sottrarmi alla maggior parte delle mediazioni sociali. Coltivare la muta, il branco dei pari. Usare l’Altro per costruire una compiutezza delle proprie rispettive comunanze. Non essendo infatti possibile eliminare la violenza in ambito sociale civilizzato, occorre riconvertirla in passione di vivere generalizzata. Bisogna creare assenza intorno al nemico, rendersi incomunicabili rispetto al sacrificio. Farsi fiume, darsi mare. Tornare alle fonti. Ostinarsi. Colare fra le dita dei padroni come acqua impenitente.

Gli dèi non conoscono la speranza. Il loro essere imperituri non comporta infatti la benché minima necessità di consolazione. La cronicità della speranza appartiene unicamente al regno della morte inappellabile.
Eppure gli dèi hanno sempre invidiato la carnalità, hanno sempre cercato di disincarnare l’amore mortale per disinnescarlo e quindi ridurlo in prescrizioni, liturgie. Muovendo dalla loro dimensione ultramondana, si sono spesso incarnati per concupire o redimere un’umanità anarcoide, insofferente. Ma nessun dio resiste dentro la carne, nessun dio è tanto forte da morire per sempre attraverso la sua incarnazione terrena. Vendetta dell’uomo nei confronti dei suoi stessi limiti: alienare la propria morte nell’incarnarsi del dio che si sacrifica per le sue presunte creature carnali.
Nelle teogonie orfiche, Ananke, personificazione della necessità, è un serpente avviluppato a Chronos, il tempo che scorre, oppure è essa stessa avvolta dalle spire di quest’ultimo. I mali che sfuggono a Pandora lasciano la speranza a lottare da sola contro la morte e a cozzare contro le pareti della necessità. Mentre gli dèi rimangono, senza speranza, a vigilare sull’insensatezza della propria immortalità, l’umano cerca ottusamente lo strappo che possa permettergli di sospendere il pensiero – la preoccupazione di pensarsi vivo – e rompere finalmente il vaso sociale o metafisico della remissività.