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[ Estratti dal mio: Post adventum veris, 2024. Illustrazione: Viviana Leveghi. ]

Smarrire il mio nome o l’esigenza delle radici.
Ripudiare la compassione.
Consumare le parole fino a sentirmi vano.
Come potrei?

Mentre la notte ha un gusto dolce di restituzione,
il fuoco si accanisce,
il dubbio si arrende
e il libro della speranza si chiude per sempre.

*

Aggiungere meraviglia. Lasciarsi alle spalle la plateale sconcezza delle frasi subordinate che si trascinano il passato. Sdraiarsi sull’erba bagnata, sotto un cielo blu cobalto, e fregarsene altamente dei reumatismi dell’Occidente. Ambire a una vulnerabilità che dia più materia alle parole. Non vergognarsi del dire accorato che finisce la materia. Finire l’amore, anche, e spalancare le finestre in faccia al maestrale. Aggiungere più Nord alla primavera e più Sud alle tue visioni. Lo spazio della singolarità non può albergare un semplice appagamento particolare. Tuttavia, nella misura in cui una tale particolarità mi fa accadere senza dispersione e senza l’oblio delle fonti, l’unione è salva e si va affermando come vettore di una pienezza ulteriore. In altre parole, la mia unicità, associata alla tua, crea un assoluto locale, un assoluto immediatamente comune, immediatamente nostro, il quale, partendo dai rispettivi pieni (intendo dire: dalle nostre rispettive piene), non è affatto un assoluto minore.

Abbiamo accettato la nascita. O almeno così sembra. E dobbiamo farne qualcosa per reggere il mondo.
Senza di noi – esattamente: senza il noi che deframmenta i rivoli del nostro affetto –, il mondo si perde, diventa un supermercato di buone intenzioni, e la geografia poetica delle nostre parole, che continuiamo a seminare impunemente tra lacrime e rovi, non riuscirebbe a localizzare i territori ospitali del possibile. Nondimeno, contro il mondo sfigurato dal lavoro, l’ostinazione anarchica della primavera sommerge ogni lutto e ti lascia al centro dei miei slanci più eroticamente filosofici.

Una mente frondosa. Un amore che deve cambiar nome. Un affetto che non può limitarsi alla parola «amore». Il tentativo mostruoso di raccogliere l’intera poesia in una consonanza replicabile, immane. Tutto questo ha il sapore di un’allucinazione, ma non lo è affatto. Tu lo sai. Tu puoi. Noi possiamo.

Fino alla fine della coscienza, finanche nel campo avverso, non sarò mai stanco di vivere, di morire e di corteggiare soprattutto i rami più esili.