Interrogazioni di voci aspre. Che portano la fatica e l’intelligenza del tentativo.
Esse cantano e pregano, pregano e cantano, ma le loro invocazioni laboriose non sono destinate a un qualche dio dei cieli o del bosco.
Le ferite degli alberi diventano nidi. La consegna del ritorno assume le fattezze di una rondine. E la mestizia del decadimento non riesce ad accamparsi tra i rami che governano l’ombra.
Intanto: piove, imbrunisce. Ma i giorni di pioggia assecondano la cura e raccontano la pazienza delle falde, dei pozzi.
In questo mondo, i giusti adottano la carezza per fugare la carenza e far sì che la parsimonia non abbia un tetto. Nelle loro case, l’impensato è ancora al sicuro.
Nostro compagno Divenire, continua a indurci in tentazione. Perdona le nostre risposte. Giudica le nostre macchine. Ridacci la realtà. Non siamo bambini, non allontanarci dal pensiero difficile. Riportaci al corpo incauto della trasformazione. Fa’ in modo che il nostro bisogno di luce non sia mai una fuga dalla nudità del reale e regalaci la morte migliore nella coerenza affettuosa degli elementi.
Partorire un albero. Fiorire come un violoncello. Esporre le viscere d’una parola. Rimaneggiare la notte. Andare al passo con le frane. Circuire ogni nuvola solitaria. Sfogliare un bosco come se fosse un testamento. Inventarsi le poesie africane di Rimbaud. Cancellare l’altrove dai libri di scuola e darlo in pasto agli ardenti scalpellini della fiducia. Non è surrealismo, non è confusione astrologica, ormonale, bensì il tentativo di un’accorta traduzione del risveglio definitivo. Coerenza rudimentale, commovente, a partire da quell’ordine senza impedimenti che un ruscello di montagna si regala e ci regala da sempre.
Laureana Cilento, 2025. Fotografie: Joel Peter Witkin.


