
Se ogni concetto rinvia a un problema preliminare, facendosene vettore e tentata chiarificazione, a quale problema andrà concatenato il concetto di residerio?
Il problema affrontato è più essenziale del concetto che ne scaturisce, perché la sua cognizione, la sua messa a fuoco, prepara la pertinenza e – perché no? – anche la bellezza delle soluzioni.
(Gli stessi enunciati e le stesse asserzioni di questo mio testo sono parte di un problema: quello della mia esistenza e del senso che ne faccio emergere per non vivere invano).
Le soluzioni vere, letteralmente (ossia: contro ogni riduzione letteraria), lasciano il tempo che trovano, in quanto non ci subordinano a una durata, ma lasciano esplodere la loro «verità» nell’attimo dell’esperienza rendendolo memorabile e immemoriale.
La memoria è legata allo spazio, molto più che al tempo. Essa ricorda il territorio in cui il nostro corpo si è sentito vivo. Si porta dietro i contorni e i contrasti di luce delle esperienze vissute. Istruisce i nostri occhi e i nostri nervi senza confinarli in un’idea fissa. E prepara l’ambiente in cui il nostro corpo continuerà a sentirsi vivo insieme alle altre formazioni contingenti del cosmo.
Il residerio spariglia la nostra inclinazione sociale ad accettare le separazioni funzionali. Non riguarda la totalità del pensabile, ma il tutto locale di ciò che delinea il territorio, lo spazio della mente, del corpo, e del quale io riesco a sentirmi parte non in causa. Il che significa, nella pratica dei miei diuturni ricominciamenti, che la mia unicità si ritrova sempre in piena origine rispetto all’eventuale.
– Avevamo tutto per essere felici ed essere costanti, a parte evidentemente l’idea giusta di felicità. Soltanto ora, infatti, mi rendo conto di quanto il pensiero non abbia restituito concretezza a tutta la realtà che si desiderava. Pensare il bello non abbellisce deterministicamente il reale. L’amore è un fuoco le cui vampe rimangono recluse nell’idea egoistica che si ha dell’incendio. Riconoscere improvvisamente, ma assai provvidamente, d’aver concepito molto meno di quanto si potesse comprendere insieme. I rapporti poetici, ossia quei rapporti che minano le convenienze e le sbadataggini dello spirito abitudinario, ci aprono costantemente allo sbilanciamento. Le paure del cuore non sono altro che echi di vite che avremmo dovuto far nostre. Bisogna dunque smetterla di assecondare una sorte che dà ragione a un’immagine falsa della presenza e permettersi invece d’attraversare mano nella mano quei territori che sfuggono continuamente ai becchini dell’affetto.

La giornata si chiude, gli uccelli tornano ai nidi e io allento il pensare.
Il mio amore non può più essere il segreto di ciò che voglio al qua delle mie parole.
Resto in ascolto. Abbraccio l’erba.
I pensieri residuali emergono dai confini di ciò che in me insiste nel comporre una segnaletica sempre più scarna. Il verde. Le nuvole. L’attesa del crepuscolo. Una mappa semplificata, frutto di abitudini che vanno ormai affievolendosi, e con la quale provo comunque a concatenare ciò che vedo intorno a me senza svilirlo concettualmente.
Pur restando vigile, non sarò più il kapò dei miei pensieri.
Laureana Cilento, 23-26 ottobre 2025 (continua – 22). Fotografie: Magdalena Russocka.