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[Estratti da: René Char, Comune presenza, accompagnamento alla lettura di C. Mangone, Nautilus, Torino, 2025, pp. 72-77.]

Nel maggio 1956, un piccolo editore parigino, Louis Brodel, pubblica La bibliothèque est en feu. Il titolo di questa raccolta aforistica di Char era stato in origine un messaggio in codice «per il capo di operazioni Alexandre» (nome di battaglia del poeta) nel corso di un’azione risalente al primo maggio 1944, durante la quale una cassa di esplosivi paracadutata dagli alleati era esplosa al suolo provocando un incendio boschivo e non pochi problemi al gruppo di maquisards diretti da Char.

La parola frammentaria, partendo da un’esposizione poetica del vivente, possiede un carattere paradossale. Da un lato, insegue e cerca di scolpire in una sentenza di vita la generalità immane del senso, la compiutezza del dire, insinuando tenacemente fermezza e ammonizione in ogni volontà di poesia. Dall’altro, cerca di non rattrappire, nel suo orizzonte delimitato da spazi bianchi, per sempre intempestivi, l’esteriorità irriducibile dell’amicizia tra segni e manifestazioni di quel possibile che si fa vissuto, vivibile. Il frammento, in questi movimenti contraddittorii e vitali (vitali perché contraddittorii), è un’isola di senso che, pur restando a tratti sibillina, interrogante, non si rende mai inaccessibile alla prossimità, all’approdo di coloro che arrivano dal mare aperto.

A Georges Braque.

Dalla bocca di questo cannone, nevica. Era l’inferno nella nostra testa. Nel medesimo istante abbiamo la primavera sulla punta delle dita. La falcata di nuovo permessa, la terra in amore, le erbe esuberanti.

Anche lo spirito, come ogni cosa, ha tremato.

L’aquila è al futuro.

Ogni azione che impegna l’anima, quand’anche questa ne fosse ignara, avrà per epilogo un pentimento o un dolore. Bisogna acconsentirvi.

In che modo m’arrivò la scrittura? Come lanugine d’uccello ai miei vetri, d’inverno. Subito s’alzò nel camino una battaglia di tizzoni che, ancor oggi, non si è conclusa.

Le città di seta dello sguardo quotidiano, inserite tra altre città, dalle vie tracciate solo da noi, sotto l’ala di lampi che rispondono alle nostre attenzioni.

Tutto in noi dovrebbe essere festa gioiosa, allorché qualcosa che non abbiamo previsto, che non mettiamo in luce, che ci parlerà al cuore, coi suoi soli mezzi, si compie.

Continuiamo a sondare, a parlare con voce uguale, con parole raccolte; finiremo con lo zittire tutti questi cani, con l’ottenere ch’essi si confondano tra l’erba, sorvegliandoci con occhio appannato, mentre il vento cancellerà le loro schiene.

Il lampo mi dura.

Non c’è che il mio simile, compagna o compagno, che possa destarmi dal torpore, innescare la poesia, lanciarmi contro i limiti del vecchio deserto perché ne trionfi. Nessun altro. Né cieli, né terra privilegiata, né le cose che fan trasalire.
Torcia, io danzo soltanto con lui.

Non si può cominciare una poesia senza una particella d’errore su di noi e il mondo, senza una pagliuzza d’innocenza alle prime parole.

In una poesia, ogni parola o quasi dev’essere impiegata nel suo senso d’origine. Alcune, staccandosene, diventano plurivalenti. Ne esistono di amnesiche. La costellazione del Solitario è tesa.

La poesia mi ruberà la morte.

Perché poema polverizzato? (*) Perché al termine del suo viaggio verso il Paese, dopo l’oscurità prenatale e la durezza terrestre, la finitezza del poema è luce, apporto dell’essere alla vita.

Il poeta non trattiene ciò che scopre; avendolo trascritto, presto lo perde. In ciò risiede la sua novità, il suo infinito e il suo pericolo.

Il mio è un mestiere di punta.

Si nasce con gli uomini, si muore sconsolati tra gli dèi.

La terra che riceve il seme è triste. Il seme che va incontro al rischio è felice.

C’è una maledizione che non somiglia a nessun’altra. Essa sfarfalla in una sorta d’indolenza, ha una natura avvenente, si compone un volto dai tratti rassicuranti. Ma che slancio, conclusa la finta, che immediata corsa verso lo scopo! Probabilmente, poiché l’ombra dove erige le sue impalcature è maligna, regione perfettamente segreta, essa si sottrarrà all’appello, si scanserà sempre in tempo. Disegna sul velo celeste di qualche chiaroveggente delle parabole assai terrificanti.

Libri senza movimento. Ma libri che entrano con scioltezza nei nostri giorni, vi fanno spuntare un lamento, aprono danze.

Come dire la mia libertà, la mia sorpresa, al termine di mille deviazioni: non c’è fondo, non c’è volta.

La figura d’un puledro, d’un bambino lontano, s’avvicina talvolta in esplorazione verso la mia fronte e salta lo steccato della mia apprensione. Allora, sotto gli alberi, riprende a parlare la fonte.

Desideriamo restare sconosciuti alla curiosità di quelle che ci amano. Noi le amiamo.

La luce ha un’età. La notte, no. Ma quale fu l’istante di quest’intera sorgente?

Non avere diverse morti sospese e come innevate. Averne una sola, di sabbia buona. E senza resurrezione.

Fermiamoci accanto agli esseri che possono staccarsi dalle loro risorse, malgrado non esista per loro nessun ripiego o quasi. L’attesa scava loro un’insonnia vertiginosa. La bellezza impone loro un cappello di fiori.

Uccelli che affidate la vostra gracilità, il vostro sonno periglioso a un fascio di canne, venuto il freddo, come vi somigliamo!

Ammiro le mani che colmano, e, nell’appaiare, nel congiungere, il dito che rifiuta il ditale.

Mi accorgo talvolta di come si colga male il corso della nostra esistenza, poiché subiamo non solo il suo capriccioso potere, ma il facile movimento delle braccia e delle gambe che ci condurrebbe là dove saremmo felici d’andare, sulla riva agognata, incontro ad amori la cui diversità ci arricchirebbe, e questo stesso movimento resta incompiuto, presto ridotto a immagine, come una bolla di profumo intorno al pensiero.
Desiderio, desiderio che sa, noi non ricaviamo nessun utile dalle nostre tenebre se non a partire da alcune autentiche sovranità, ornate da invisibili fiamme, da invisibili catene, le quali, rivelandosi, passo dopo passo, ci fanno risplendere.

La bellezza si fa da sola il suo letto sublime, edifica stranamente la propria fama tra gli uomini, al loro fianco, benché in disparte.

Piantiamo canne e coltiviamo la vite sui crinali, costeggiando le ferite del nostro spirito. Dita crudeli, mani caute, il luogo ameno è propizio.

Colui che inventa, al contrario di colui che scopre, aggiunge alle cose, apporta agli esseri, soltanto maschere, mezze vie, una poltiglia di ferro.

Finalmente la vita intera, quando strappo la dolcezza della tua verità amorosa al tuo profondo!

Restate vicini alla nuvola. Vegliate accanto all’attrezzo. Ogni semenza è detestata.

Benevolenza degli uomini in certi mattini stridenti. Nel brulichio dell’aria in delirio, io salgo, mi chiudo, insetto non divorato, inseguito, inseguitore.

Di fronte a queste acque dalla forma compatta, ove passano in bouquet esplosi tutti i fiori della montagna verde, le Ore sposano gli dèi.

Fresco sole di cui sono la liana.

* * *

René Char, La bibliothèque est en feu, Louis Broder, Parigi, maggio 1956 (ora in: Oeuvres complètes, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 1983, pp. 375-380). Traduz. di Carmine Mangone.

* Le Poème pulvérisé è il titolo di una raccolta pubblicata da Char nel 1947.