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dispiegamenti, il pregiudizio del tempo, il reale è relativo, L'avvenenza del divenire, Nicolas Flamel, poesia errabonda
Continuano le mie riflessioni, all’interno delle quali innesto qui (proditoriamente?) un frammento metanarrativo riproponendo il protagonista di due miei racconti pubblicati altrove (l’alchimista Nicolas Flamel).
Con ogni evidenza, l’opera non procedeva. La fase del bianco sembrava ancora una chimera. La mente restava intasata, lenta, presa com’era dall’inerzia di presunzioni che frenavano il còmpito, la luce, mentre la sostanza dei pensieri depositava un grumo di materia spenta in fondo al cuore delle cose.
Nicolas Flamel iniziava a disperare. Il libro della riuscita non si lasciava scrivere. Mancava la giusta combinazione per far cadere tutte le parole dentro la preghiera definitiva. Tra le mani dei mortali, i vuoti vibravano, il mondo sbagliato perdurava e la voce di Dio continuava a nutrire beffardamente un unico destino.
Flamel si chiedeva dove fosse l’errore e quale impedimento ostacolasse la chiarezza definitiva. Riteneva d’essersi dato le risposte giuste per rendere coerente il fuoco e aveva eseguito correttamente le varie trasformazioni della materia, eppure le nozze chimiche tra gli elementi erano ben lungi dal generare quella purezza che gli avrebbe consentito di vincere la morte.
Il presente era il passato del futuro. Il che voleva dire che la materia del futuro era già contenuta nella materia del presente e che i gesti della quotidianità riflettevano almeno in parte un domani determinato. Flamel ne era più che mai convinto. Esisteva uno stato della materia in cui la vita s’impuntava e smetteva di morire, di guastarsi. Bisognava però localizzare quel punto e trovare un varco, un modo per legare ogni epoca, ogni attimo dell’esistente.
In quella che considero la mia vita, vale a dire l’insieme di tutti quei momenti in cui mi son sentito autonomo, partecipe e convinto rispetto alle cose e all’Altro, ho sempre cercato l’avvenenza dei flussi vitali attraverso le domande che mi andavo ponendo.
Lungo il mio percorso, il corpo e l’intelligenza hanno preteso delle risposte, ciò è indubbio, però l’aspetto che realmente m’interessava era costituito ogni volta dall’intensità e dalla pregnanza delle mie interrogazioni.
Di certo, ho lasciato qualcosa per strada, soprattutto là dove non ho saputo spiegare puntualmente tutto quel che dicevo o scrivevo. Il punto, nondimeno, è che non sempre m’importava farlo.
Il reale è relativo, dipende infatti dalle relazioni che abbiamo col mondo, e queste ultime sanno essere anche oscure o indeterminate, sgraziate o irrazionali. Proprio per questo, l’importante non è spiegare sempre e comunque ciò che ci arrovella, bensì dispiegarsi insieme al senso che andiamo assegnando criticamente al mondo.
Non possiamo smettere di pensare. D’altronde, che senso avremmo a smettere di creare un ambiente per la nostra riflessività? Il senso stesso non ci viene forse dal fare delle tacche lungo il divenire grazie alla nostra capacità di concepire? Segnare, insegnare, designare: sono atti costituenti, costitutivi, i quali stabiliscono una pertinenza dell’umano all’interno del suo mondo; puntelli artificiosi, precari, continuamente da giustificare e rifondare, ma che danno il tono al nostro piccolo segmento di esistenza.
I ritornelli dell’intelligenza sono i canti in falsetto della materia. Una qualsivoglia verità è una condensazione del senso accettata e condivisa per la sua temporanea funzionalità, oppure, molto più in superficie, un errore detto meglio di tanti altri possibili errori.
L’erranza senza fine del pensiero è forse l’unica e inoppugnabile verità. Soltanto quando mi rendo estraneo a ogni fissità confortevole delle cose, solo allora io appartengo a tutti i miei stessi possibili. L’incomunicabile che porto in me, indipendentemente da ogni mio punto fermo del passato, deve sposarsi col movimento intraducibile dell’intesa.
Laureana Cilento, 27-30 ottobre 2025 (continua – 23). Fotografia di Magdalena Russocka.

Sei brillante!
Grazie, Flavio. Sparuti ma spavaldi riflessi. 😉