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Per millenni, abbiamo cercato delle risposte intorno a questioni di risanamento o salvezza, e ancor oggi ci ostiniamo a rimpinguare l’archivio dei dati, delle risoluzioni, però con una differenza sostanziale: un tempo eravamo noi a tendere le reti, a imbastire matrici (o, quanto meno, restavano salve le apparenze dell’uscita in mare); adesso, invece, siamo invariabilmente «irretiti» dalla trama valorizzante delle mediazioni, dal desiderio necessitato attraverso delle comunanze sempre più disincarnate.

Dovremmo considerare il pensiero come una sorta di pregiudizio e non dare mai per scontato il contributo del pensabile.

Per molti anni, ho creduto di poter mettere radici dentro i libri, di potermi radicare in una qualche coscienza grazie ai libri: quelli che leggevo, quelli che ho scritto io stesso. Invece, mi sbagliavo. Un libro può essere aratro, erpice, falce messoria, vale a dire strumento, attrezzo più o meno funzionale alle arborescenze del pensiero, ma non potrà mai surrogare la parte incarnata della nostra presenza e sarà sempre un riverbero, una rappresentazione dell’eventualità biopoetica dei nostri segmenti d’esistenza.

Anche Dio si è lasciato fregare dal Libro.

Disertando le finzioni della letteratura, intimando un fuoco purificatore alla foresta delle contraddizioni, resteremmo forse abbracciati al nostro corpo lungo questo mondo così volgarmente mortale?

Avevo concepito una tradizione dei miei sanguinamenti, delle mie ferite, ma non dei possibili riaffioramenti dentro le mie lacrime. Preferivo il rosso alle trasparenze e l’opacità dell’amore alla diafana violenza della trasformazione ingovernabile.
Poi, come se tutto fosse, intesi in capo alla delusione che la vita è il libro aperto che sconfessa tutti i libri.

Non lasciare che le parole vendemmino in piena eclisse.

Sciorinare la nostra interna somiglianza alla vita. Narrare eventi, concetti. Fare della scrittura le mancanze del racconto, ma senza portargli rancore; anzi, sollevando anche il lettore da ogni possibile rancore. Rarefare le parole intorno ad alcuni accadimenti; far accadere di nuovo ciò che viene a cadere (poco incidentalmente) nel flusso di una scrittura che tenta sempre l’ultima narrazione venendone oltremodo tentata, pur sapendo che così avverrà l’ennesimo rilancio del racconto, del rendere conto.
Intendiamoci, qui non è in gioco la narrazione, non potendo certo eludere la continua emergenza della nostra stessa pretesa a una continuità (il narratore che convochiamo è sempre un complice della nostra umanità, un narratore generico, essenziale, che rilancia dettagli di senso in cerca di un’aderenza tra vissuto e vivibile). Più propriamente, inviteremmo semmai a narrare l’adiacenza, la tattica, le regole comuni che hanno origine dalla singolarità dell’intesa, dall’unicità possibile della nostra giocata contro le rigidità della Legge e di ogni punto che si pretenda finale.
Ecco allora la nostra fragile grandezza – la nostra «follia» – nel far luce su qualcosa che è destinato a conservare in sé un brandello di notte (di notte insonne, di corpo rotolante), e che, proprio cullandosi nell’opacità stessa della scrittura, dopo le ferite inferte dagli svariati tentativi di trasparenza, proprio in quest’accresciuta impenetrabilità della narrazione, può farci passare attraverso un’idea d’assolvimento e un indizio d’alba.

Laureana Cilento, 3-4 novembre 2025 (continua – 25). Foto presa dal web.