Tra la domanda e la risposta deve intercorrere la stessa amicizia che può esistere tra il seme e l’apice della foglia.
Abbiamo cominciato a produrre, e a sentirci schiavi dei nomi che davamo alle cose, da quando l’universo chiamato Dio ci ha lasciato in balìa del pensiero.
Davvero ospitale è soltanto quell’attesa che si protragga fino al compimento, fino al risveglio.
L’alba non sarà mai un vicolo cieco, se riusciremo a tenere al guinzaglio la paura del decadimento nel buio di una intelligenza senza più scorciatoie.
Si continua a scrivere per tutte quelle letture che non verranno mai raggirate dal bacio di Giuda di una forzata riconoscenza.
Sera di metà novembre. Pioviggina. Neanche un alito di vento. Gli olivi e le loro ombre rimangono i migliori amici del mio indugio. Sulla soglia di casa, tendo l’orecchio. Una goccia d’acqua cade sulla panchina di ferro del terrazzo e sospende l’irreale silenzio dell’istante. Resto in ascolto, accolgo la fiducia, ma non ritengo di dover dare le spalle all’imprevedibile.
Ad Ovest, una lama di pallido lucore residuo taglia in orizzontale il nero delle nuvole. Un segno. Un tracciante. A ogni domanda che giunga dal buio, si dovrà rispondere con un respiro di benvenuto. Il possibile prevale.
La gioia, la gioia, si ripeteva il poeta inebetito dalle sue stesse illuminazioni: si trattava della parola più elusiva e urgente; quella che avrebbe potuto accettare soltanto delle parentesi lasciate aperte per sempre.
L’alchimista Nicolas Flamel, dato per morto e risorto in almeno tre epoche diverse, era andato a vivere in Norvegia, alla periferia di Bergen, dal dicembre del 1967. Si era deciso a lasciare il suo laboratorio in rue de la Seine perché gli stava diventando davvero complicato nascondere agli altri la sua vera età.
Dopo aver distrutto tutte le prove dei suoi esperimenti, e salutato Parigi senza troppi rimpianti, si era trasferito nel lontano Nord per combattere la stagnazione dei giorni. I sei secoli trascorsi nella capitale francese gli sembravano ormai decisamente abbastanza, soprattutto perché i legami confortevoli e non sempre confortanti con la precedente fase mortale iniziavano a pesargli in modo quasi intollerabile. Riteneva che la propria permanenza doveva rigenerarsi, fare la muta come i serpenti, e che la sua mente non poteva restarsene attaccata al passato. La città in cui era nato, il ricordo di sua moglie, il tepore delle abitudini: dovevano morire per consentirgli di costruire la giusta condiscendenza nei confronti dell’imponderabile. Era del tutto inutile accumulare pensieri e parole a partire dalla paura che lo aveva assediato da prima del conseguimento. Sapeva benissimo che sarebbe riuscito a incarnare la parola definitiva soltanto quando si fosse finalmente sganciato dai vecchi limiti della sua stessa ricerca.
L’unico non è mai stato una solitudine. Al cospetto del divenire, la sola verità è l’indecidibile.
Dico il bene per sormontare la speranza. Non dico il male per incantare la parola.
Laureana Cilento, 10-15 novembre 2025 (continua – 27). Immagine generata con Sora AI.

l’unico è originale ed è ben conscio della propria unicità
Non potrebbe essere altrimenti. Senza la consapevolezza della propria essenza singolare, non potrebbe emergere il concetto di unicità. Un caro saluto.