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Passaggi fondamentali del mio nuovo scritto, sui quali tornerò più volte nelle prossime settimane (bisognerà chiedersi: perché il campo affettuoso? Esiste un suo fondamento ultimo? Siamo proprio sicuri che sia necessario cercarlo, conoscerlo?). Buona lettura.

Nel tentativo di oltrepassare i luoghi comuni del nostro pensiero, mi vado chiedendo, in un modo sempre più pressante, se possa mai esistere un’origine assiomatica dell’affetto, vale a dire un postulato incontrovertibile dell’amore, un suo fondamento non meramente epistemologico, bensì cosmico, post-classico, non legato necessariamente agli epifenomeni dell’umano che son stati ipostatizzati e valorizzati dalle civiltà storiche.
A mio avviso, il punto di partenza sta nel considerare l’insieme formato da corpo, mente e spirito come un campo affettuoso di eventualità rispetto agli infiniti campi di addensamento e consistenza della materia cosmica; reputare cioè quell’insieme distinto e discreto come un campo locale della coscienza di base dell’universo, la cui localizzazione, negli epifenomeni di natura umana, implica e contiene già in sé una derivazione particolare della totalità.
La parte costituita dal singolo vivente umano, come tutte le parti che evolvono lungo i piani di consistenza terrestri, ricombinandosi incessantemente nello spazio-tempo, è già e sempre un concentrato e un’escrescenza del tutto. La nostra coscienza non è altro che un’emergenza della coscienza universale. Qui, sul bordo del possibile, in questa adiacenza tra l’umano e l’Altro, in questa materializzazione singolare della materia, noi siamo i portatori e i trasmettitori (almeno potenziali) di ogni divenire.
Gli sforzi e il piacere che mettiamo nel conoscere l’esistente sono la sovrapposizione emozionale (e, in prima istanza, quantistica) di ciò che culturalmente e storicamente abbiamo identificato come «bene». Il bene è costituito dagli stati di una materia che cerca il più armonico assetto tra le sue infinite conformazioni. Da ciò, il cosiddetto «amore» può ritenersi la dinamica particolare di ogni campo che abbia coscienza dei suoi stati e che, a partire da tale coscienza, cerchi di collocarsi nella migliore conformazione possibile per godere di sé e dei concatenamenti con l’Altro. Il bene è l’«inconscio» della materia, il collasso della funzione d’onda di quell’affetto generato criticamente da un addensamento particolare di elementi, di energie; esso deriva dalla coscienza del campo e ne è un precipitato non programmabile, né tanto meno prevedibile, se non da algoritmi che operano in uno spazio-tempo funzionalmente locale.
Attraverso l’amore, inteso come picco o eccentricità dell’affetto, la materia si rivela come campo affettuoso. L’amore, in altri termini, è l’autocoscienza di quel campo di energie che conosce l’affetto e che conosce (anche se stesso) per il tramite dell’affetto. La sua unicità, che è sempre unicità di un corpo particolare che si muove verso il bene attraverso l’affetto, in quanto caratteristica locale benché irriducibile delle sue manifestazioni, è uno stato dinamico, olistico e autocosciente: dinamico, perché sempre in movimento e mai ultimamente ipostatizzabile; olistico, perché non disgiunto o separabile dal divenire di tutte le cose; autocosciente, perché si pone autonomamente delle domande sulla propria esistenza riconoscendosi un determinato movimento proprio grazie a tali interrogazioni.

Laureana Cilento, 25 novembre 2025 (continua – 28). Fotografia: Gregory Crewdson.