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campo di eventualità, conoscenza estetica della materia, la famosa idea del bene, la gioia intransigente, moneta di choc, residerio, Sarah Moon, volpi

Il bene di cui parlo, e da cui i corpi vengono attraversati, segnati, determinati almeno in potenza, manifestandosi mediante un accorpamento specifico della materia, non è mai assoluto, definitivo, né, di conseguenza, può aversi come intellegibile in modo univoco dalla generalità dei corpi esistenti.
Pur tuttavia, esso è da ritenersi una dinamica tendenzialmente universale, perché ogni campo d’intensità della materia costituisce sostanzialmente il proprio stesso bene e ha, come impulso primario, quello di agire il proprio bene particolare attraverso un sistema locale di relazioni.
Il problema non è interrogarsi sull’esistenza delle relazioni. Le relazioni sono e restano ineludibili perché costituiscono la trama stessa del cosmo e dei suoi campi d’eventualità. Il problema, se mai, è interrogarsi sul cosa farne delle relazioni che ci fondano, ci ricombinano, nonché sul senso da assegnare al nostro divenire particolare mentre lo attraversiamo e ne veniamo attraversati.
È del tutto inutile intestardirsi nel delineare rigidamente una semantica dei fondamenti, delle cause. Occorre cercare invece la soddisfazione in un affioramento prospettico del senso. Le collocazioni di ogni singolarità, di ogni presenza autocosciente, mutano costantemente all’interno dell’idea storica che l’umano si fa dello spazio-tempo. Proprio per questo, nel cercare degli appigli e crearci una nostra «orbita» esistenziale, dobbiamo eludere quanto più possibile il carattere discreto delle cose «sociali» e aderire a una continuità prospettica del nostro pensiero, della nostra potenza. Ci è infatti assolutamente inessenziale attribuire alla materia un qualche carattere monista o potenzialmente assolutorio.
L’affetto è la vibrazione che agisce tra i nostri rispettivi campi, nonché all’interno degli stessi (soprattutto nei sottoinsiemi condivisi), quando cerchiamo e troviamo un piano di consonanza con l’Altro.
Non si tratta semplicemente di una composizione benigna tra forze singolari, ma di un vero e proprio movimento d’onda amplificato attraverso le aperture singolari della volontà e di quello che ho chiamato residerio.
Noi dobbiamo vivere la nostra presenza in modo da non rimproverarci vicendevolmente per le trasformazioni che sopravvengono dentro e intorno a noi, continuando nondimeno a parlarci con affetto e a tener fede a un’intesa che è sempre stata più forte dei nostri limiti.
Prima dell’individuo, ossia ben prima dell’individualizzazione storica che fa lavorare e parlare un Io, un ego, ci sono singolarità che ondeggiano insieme, che vibrano insieme, talvolta senza neanche riconoscersi o nominarsi reciprocamente, ma che hanno comunque contorni, respiri e pori comunicanti all’interno del proprio campo d’eventualità.
Il nostro punto di consistenza è quella vibrazione che punteggia temporaneamente (ma sovranamente) l’intesa tra le potenze. – La tua capacità di amare il mio dolore. L’amico che ha parole per un nostro incontro senza tempo. La volpe sbarazzina che mi gironzola intorno in una notte di novilunio. Il vivente che insorge contro le cose della morte e contro la morte che depositiamo dentro le cose.
L’intesa è il luogo rispettoso delle vibrazioni intersecantesi, nonché il pensiero più caldo del possibile.
Quando la morte comincia a dimenticarci, le braccia diventano dei rampicanti che stringono teneramente l’albero della vita e della conoscenza consegnandoci al corpo più vasto, a quel corpo che contiene tutti i corpi e tutti i libri, vale a dire: la gioia di esserci. Il nostro cammino si ritrova allora nella presenza comune e senza più nomi dove l’ospitalità può rivelarsi un evento senza subordinazioni, senza proprietà.
Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità.
L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue.
Il non appropriabile è il gratuito, ossia il senza prezzo, il senza compenso, il movimento dei corpi che ci libera da ogni idea di salvezza: un vero choc per la civiltà; un disaccordo sovrano e colmo di possibile; una sorta di voluttà della materia resa coscientemente indisponibile alla valorizzazione del nulla.
Laureana Cilento, 30 novembre – 6 dicembre 2025 (continua – 29). Fotografia: Sarah Moon.