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Il 23 dicembre scorso, giorno del mio cinquattottesimo compleanno, ho chiuso lo scritto che andavo elaborando da alcuni mesi. Avrete poi modo di leggerne la versione completa e definitiva, accompagnata dai testi di due esseri umani che mi sono molto cari, nel corso nel 2026. Ho intenzione, infatti, di farne un ebook che metterò gratuitamente on-line. Negli ultimi giorni, invece, ho iniziato a scrivere un insieme di frammenti molto più libero e che sarà il mio modo di attendere alla poesia per i prossimi tempi. Qui di seguito potete leggerne la prima parte. (Nella foto che accompagna il tutto, un “altarino” creato e regalatomi da Viviana Leveghi.)

Non si salpa verso la bellezza di domani. Si parte semmai dalla bellezza di oggi.

Sere invernali in cui accendo il fuoco bruciando i rami secchi della poesia.

L’olivo è sempre l’ultimo ad assopirsi. Sentinella delle colline, dirimpettaio del mare incelebrato, mi chiama ogni giorno al radicamento, alla tana, alla potatura ferma del dicibile.

Stelle svogliate, benvolute, ho una nuova indecisione da sabotare.

«Tesa è la costellazione del Solitario» (René Char).

Sotto il cielo, non sentirsi mai sopra.

L’orizzonte, questa dimora ingenua dell’alba che ci prende in consegna al limitare d’un sorriso inverecondo.

Non abbiamo ali, non ancora, per abbandonare la casa delle pesature dove smarrimmo la nostra prima ingenuità.

Tutte queste parole, come un mazzo di speranze avvizzite, sono l’intralcio passeggero che mai e poi mai ci vieterà una traduzione della notte.

Accogliere la misericordia del freddo che ci induce a cercare una chiave del fuoco e a trasmettere le scintille decisive per la germinazione.
Respirare la piena delle cose.
Attendere le notti di novilunio per sfregiare la decadenza degli occhi.
Sentirti in me come un crampo del destino.

Sotto il cielo, perdonare le ali manchevoli e salutare il bene che si fa indeterminazione affettuosa del decollo che sarà.

Nel combattere l’astrattezza tendenziale di ogni pensiero, la parola può solo essere l’accordo tra la voce e la meticolosità di ogni possibile abbraccio critico.

Ebbi talmente paura del desiderio che poetizzavo da mancare ogni amore a portata di mano. Stoltezza di chi cerca refrigerio e durata tra le vampe di una poesia che finisce per moralizzare anche la febbre.
Oggi, invece, ben altrimenti, io posso dire: la poesia è stata l’ottusità di un me che volle bagnarsi più volte nello stesso fiume.
Diga ingenua. Diga perversa. Sanguinamento di circostanza delle mie stesse parole.

Se ogni cosa di questo mondo valesse la pena, la nostra vita finirebbe per diventare un’incessante fuga in avanti. Daremmo importanza anche al superfluo, anche al malsano. Nulla di più ottusamente santo.

Rimpicciolire Dio fino a farlo diventare una libellula, una scintilla, un respiro.

Le chiome degli olivi interpellate dal vento di libeccio. Una foglia di alloro nelle lenticchie che sto cuocendo.
La pioggia, gli aromi, la sicurezza d’un tetto finalmente compresa.

Un bel giorno m’accorsi d’aver esaurito le parole. Non significavo più lo spalancamento ancora possibile, bensì la parata, il giardino zoologico delle incombenze. Mi toccò retrocedere fin sulla linea di quello che era stato il mio primo sussulto; riprendermi l’ingenuità, la voglia di terra tra le mani, la gioia sempreverde di chi non ha nessuna intenzione di darla vinta alla mestizia.

Far mia la comodità ancestrale di tutti gli animali che hanno fiducia in me.

Non si finisce di morire. Non si finisce di pretendere un’innocenza.

Scrivere liberamente, restando all’erta, senza più alcuna pretesa di passato.

All’arrivo della tormenta, bisogna lottare per le mani calde e la mente innamorata.
Nulla sarà cenere, se la carezza di domani avvampa il corpo dell’attuale.

29 dicembre 2025 – 3 gennaio 2026