Tag
l'insopportabile questione delle parole, la poesia toccante, Liberami dalla parola che dura, sapienza erotica
Mi chiedo da tempo se sia mai possibile costruire un dispositivo linguistico senza dislocazioni simboliche, senza metafore, asciutto, sedimentato, pregno di tutte le contraddizioni del più fruttuoso agire: un dire in corso che non sia un mero discorrere in tondo e che ci faccia finalmente dismettere le parole abusate, enfie, normalizzanti.
Se ciò fosse possibile, e la cosa va ancora sperimentata, si correrebbe però il rischio di una eccessiva, estrema concettualizzazione. Espungere in gran parte le immagini inutilmente poetiche e le costruzioni immaginifiche inclinerebbe infatti il discorso verso una inevitabile e tendenziale astrattezza.
Come uscirne, allora, e per quale motivo dovremmo imbarcarci in una simile intrapresa?
Dire «l’albero è una fontana di foglie», non aggiunge nulla all’albero, se non nella nostra percezione, assai claudicante, di ciò che esso può rappresentare all’interno del nostro diorama mentale. La presenza dell’albero si muta in rappresentazione e, poco alla volta, diventa qualcos’altro (qualcosa dell’Altro) nel rumorio di fondo del nostro pensiero simbolico. Non vediamo più semplicemente un albero, bensì la risultante di tutti i diversi livelli di elaborazione e di «riscrittura» che ne abbiamo fatto nella nostra storia singolare o di gruppo.
Quindi, mi chiedo… la letteratura, la poesia… avrebbero detto ormai troppo?
Esporsi, manifestare verso l’esterno i vari layers della propria interiorità, ritenendo peraltro che una tale esposizione abbia sempre una sua (paradossale) legittimazione soggettiva, ha portato storicamente a una inerziale accumulazione sociale dei valori e dei beni estetici, sganciandoli o mantenendoli separati dalle reali pratiche di condivisione critica della bellezza.
Eppure… dire «l’albero è una fontana di foglie» è comunque parte integrante di questa bellezza di cui ci si riempie la bocca. Quindi, che si fa?
Io credo che si sia detto troppo, e su ciò non mi va di transigere; ritengo dunque che ci sia bisogno di una selezione critica e senza posa delle affermazioni e degli atteggiamenti. Più di tutto, bisogna che la «fontana di foglie» torni a diventare un’essenziale forma di rapporto tra noi e l’albero sormontando così la mera rappresentazione estetizzante. E come si fa se non toccandone la corteccia, facendo passare in noi quel flusso di vita e rendendoci nuovamente partecipi della fotosintesi, della fruttificazione, della radicazione?
Vi sono troppe separazioni tra i viventi, troppe mediazioni tecnologiche all’interno (e all’esterno) delle relazioni ancora possibili tra noi e il cosmo. Abbiamo finito per vedere solo il già pensato, il mediato; ci siamo accucciati sistematicamente soltanto dentro il dicibile confortevole.
Rinverdire il filo diretto, ovvero le filiazioni naturali, logiche, quasi sempre imprescindibili.
La «fontana di foglie» nasce dalla stessa fonte di tutte le com-unicità poetiche, generate a loro volta da tutte le esperienze che abbiamo del nostro essere padri, madri, figliolanza del possibile.
Non possiamo pretendere di poetizzare l’esistente per procura, per interposta rappresentazione.
Poetizzare è lasciar emergere la portante, il nucleo folgorante delle relazioni, dicendole con affetto, agevolandone la compiutezza, e temendo al tempo stesso la ridondanza del senso stratificatosi storicamente al loro interno.
Poetizzare non è fenomeno culturale, bensì unisono, dinamica sapienziale, sorgente e foce di una presenza caduca, effimera, ma non certo invalidabile dalla sua precarietà consustanziale.
Ciò che resta, è la pregnanza assoluta dell’attimo, la rilegatura possibile dei tanti piccoli miracoli che punteggiano il nostro cammino, nonché il rilancio di ciò che ci rende ospitali, affettuosi e criticamente indisponibili alla sfiducia.
Chi può dire se un albero colpito dal fulmine non possa rinascere anche più vigoroso di prima?
Il territorio del conforto è quel luogo dove le contraddizioni non uccidono il nostro desiderio di luce.
Laureana Cilento, 14-18 gennaio 2026.
