Il libro che abbandono ai venti

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«Chi ha il corpo atto a moltissime cose, ha una mente la cui maggior parte è eterna», tuttavia: «la mente non può immaginare niente, né ricordarsi delle cose passate, se non mentre dura il corpo» (Spinoza, Eth, V, 39 e 21), il che significa, anzitutto, che il corpo è l’emergenza, la sede di quella «maggior parte», vale a dire la materia ineludibile che ci consente di riflettere e sentire il soffio dell’imperituro ospitandolo in seno alla nostra mortalità, ma non solo: qui Spinoza rimarca soprattutto l’unione indissolubile e naturale tra mente e corpo, per il cui tramite si può affermare la presenza di un «divino» costituito sostanzialmente dalla folgorante convergenza di ogni cosa in una pregnanza locale, intemporale, partecipata; unione che tende criticamente a una sapienza gioiosa (la letizia) favorendo tutte le azioni miranti ad essa.

Il pericolo principale è restare in attesa, procrastinare, porre in stand-by quel nostro «corpo atto a moltissime cose». Indugiare, insomma, oppure, ancor peggio, farsi frenare dalle troppe cose accumulate nella mente.
L’esperienza è estensione del possibile dentro e intorno a una presenza, concretizzazione di una compiutezza ulteriore insieme all’Altro, e non un mero rifluire sul già vissuto, sul già compiuto.
Il vivente è determinato realmente dal suo accoglimento particolare e affettuoso del divenire, non dal governo morale delle cose. Il reale, o ciò che ne resta, deve costituire una praticabilità della fiducia e poter stare in un abbraccio. Chi ritrova la baldanza del pensiero non può inflazionarla stupidamente in una lotta impari, dispersiva.

Volemmo essere l’innocenza della poesia, quand’invece avremmo dovuto essere gli animaletti senza speranza e senza peccato che sfidano la mal creanza di Dio e dei suoi banditori.

Vivere il libro è scompaginarlo. Non c’è redenzione impossibile per gli accusatori della parola. La loro ricerca getta i dadi in faccia al destino e resta la guardiana delle periferie spazzate dal vento.

Invecchiando, voglio essere come i miei olivi investiti dalla presunzione del maestrale.
Non ho paura della morte. Ho paura semmai della stasi, del discernimento traviato, profittevole.

Contentezza nel dire: siamo nati e ci siamo vissuti facendo a meno delle parole accomodanti.

Il libro che abbandono ai venti ha l’età che deve avere.

Laureana Cilento, 6-10 gennaio 2026. Fotografia: Jean Jacques André.

Una nuova indecisione da sabotare

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Il 23 dicembre scorso, giorno del mio cinquattottesimo compleanno, ho chiuso lo scritto che andavo elaborando da alcuni mesi. Avrete poi modo di leggerne la versione completa e definitiva, accompagnata dai testi di due esseri umani che mi sono molto cari, nel corso nel 2026. Ho intenzione, infatti, di farne un ebook che metterò gratuitamente on-line. Negli ultimi giorni, invece, ho iniziato a scrivere un insieme di frammenti molto più libero e che sarà il mio modo di attendere alla poesia per i prossimi tempi. Qui di seguito potete leggerne la prima parte. (Nella foto che accompagna il tutto, un “altarino” creato e regalatomi da Viviana Leveghi.)

Non si salpa verso la bellezza di domani. Si parte semmai dalla bellezza di oggi.

Sere invernali in cui accendo il fuoco bruciando i rami secchi della poesia.

L’olivo è sempre l’ultimo ad assopirsi. Sentinella delle colline, dirimpettaio del mare incelebrato, mi chiama ogni giorno al radicamento, alla tana, alla potatura ferma del dicibile.

Stelle svogliate, benvolute, ho una nuova indecisione da sabotare.

«Tesa è la costellazione del Solitario» (René Char).

Sotto il cielo, non sentirsi mai sopra.

L’orizzonte, questa dimora ingenua dell’alba che ci prende in consegna al limitare d’un sorriso inverecondo.

Non abbiamo ali, non ancora, per abbandonare la casa delle pesature dove smarrimmo la nostra prima ingenuità.

Tutte queste parole, come un mazzo di speranze avvizzite, sono l’intralcio passeggero che mai e poi mai ci vieterà una traduzione della notte.

Accogliere la misericordia del freddo che ci induce a cercare una chiave del fuoco e a trasmettere le scintille decisive per la germinazione.
Respirare la piena delle cose.
Attendere le notti di novilunio per sfregiare la decadenza degli occhi.
Sentirti in me come un crampo del destino.

Sotto il cielo, perdonare le ali manchevoli e salutare il bene che si fa indeterminazione affettuosa del decollo che sarà.

Nel combattere l’astrattezza tendenziale di ogni pensiero, la parola può solo essere l’accordo tra la voce e la meticolosità di ogni possibile abbraccio critico.

Ebbi talmente paura del desiderio che poetizzavo da mancare ogni amore a portata di mano. Stoltezza di chi cerca refrigerio e durata tra le vampe di una poesia che finisce per moralizzare anche la febbre.
Oggi, invece, ben altrimenti, io posso dire: la poesia è stata l’ottusità di un me che volle bagnarsi più volte nello stesso fiume.
Diga ingenua. Diga perversa. Sanguinamento di circostanza delle mie stesse parole.

Se ogni cosa di questo mondo valesse la pena, la nostra vita finirebbe per diventare un’incessante fuga in avanti. Daremmo importanza anche al superfluo, anche al malsano. Nulla di più ottusamente santo.

Rimpicciolire Dio fino a farlo diventare una libellula, una scintilla, un respiro.

Le chiome degli olivi interpellate dal vento di libeccio. Una foglia di alloro nelle lenticchie che sto cuocendo.
La pioggia, gli aromi, la sicurezza d’un tetto finalmente compresa.

Un bel giorno m’accorsi d’aver esaurito le parole. Non significavo più lo spalancamento ancora possibile, bensì la parata, il giardino zoologico delle incombenze. Mi toccò retrocedere fin sulla linea di quello che era stato il mio primo sussulto; riprendermi l’ingenuità, la voglia di terra tra le mani, la gioia sempreverde di chi non ha nessuna intenzione di darla vinta alla mestizia.

Far mia la comodità ancestrale di tutti gli animali che hanno fiducia in me.

Non si finisce di morire. Non si finisce di pretendere un’innocenza.

Scrivere liberamente, restando all’erta, senza più alcuna pretesa di passato.

All’arrivo della tormenta, bisogna lottare per le mani calde e la mente innamorata.
Nulla sarà cenere, se la carezza di domani avvampa il corpo dell’attuale.

29 dicembre 2025 – 3 gennaio 2026

Isidore Ducasse, “Poesie”, a cura di C. Mangone, Eretica ediz., 2025

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Isidore Ducasse [Conte di Lautréamont], Poesie, a cura di Carmine Mangone, Eretica edizioni, 2025, 168 pp., testo originale in appendice, euro 15.

Per acquistare il libro: < sito dell’Editore > < Amazon >

N.B.: ne ho delle copie in distribuzione anch’io; in caso d’interesse, potete dunque contattarmi su Telegram, oppure tramite il modulo che trovate alla pagina Contatti.

Alcuni estratti dell’opera: < Poesie I > < Poesie II >

[ dalla quarta di copertina: ]

André Breton e Guy Debord, tra gli altri, consideravano imprescindibili i due smilzi fascicoli pubblicati da Isidore Ducasse nel 1870 col titolo di Poésies I & II. Il fondatore del surrealismo si era impegnato a ripubblicarne i testi dopo mezzo secolo di oblio. Il teorico situazionista ne aveva invece amplificato gli abbozzi teorici plagiaristi tentando di farli diventare addirittura un metodo rivoluzionario. Basterebbe anche solo questo per sottolineare l’importanza di un’opera sentenziosa, sarcastica e anti-romantica come Poésies; un’opera che ha tentato di fondare una poetica efficace, «assolutamente moderna» (per dirla con Rimbaud), nonché radicalmente contraria a ogni omologazione critico-letteraria.

Isidore Ducasse, figlio di un diplomatico francese di stanza in Uruguay, nasce a Montevideo nel 1846. Mandato a studiare in Francia, cerca (invano) di farsi largo nel mondo della letteratura con due tra le opere più estreme della modernità: I Canti di Maldoror, firmati col celeberrimo pseudonimo Conte di Lautréamont, e Poesie. Morto in circostanze misteriose, e del tutto sconosciuto, a soli ventiquattro anni, diverrà uno dei numi tutelari delle successive avanguardie.

Carmine Mangone, nato a Salerno nel 1967, è agitatore poetico, aforista e critico dei processi sovversivi otto-novecenteschi. In questa medesima collana, ha già tradotto e curato nel 2021: Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno.

Vedere l’universo scaturire da un sorriso

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Si può ritenere vera soltanto quella conoscenza che regali al conoscitore un accordo confidente con ciò che egli impara a conoscere.
La conoscenza è una forma di amicizia nei confronti del possibile.

Se la vita è la principale misura di ciò che conosciamo, nonché il sommario storico-biologico delle calibrazioni convenienti di corpo e spirito, allora la nostra propensione a eccedere i percorsi mappati è ciò che ci conduce a non spegnerci in una stasi securitaria.

Incessante approssimazione verso la pregnanza di base del cosmo. Costruzione di un’omnipoesia dell’esistente, di una poesia che abbracci ogni dettaglio della potenza affettiva del diveniente.

La memoria è un purgatorio.
Non si può vivere in debito o in credito col passato.
Ciò che abbiamo vissuto (i ricordi, i rami secchi del pensiero) va adeguatamente innestato, potato.

Movimento delle unicità per oltrepassare il due e ricomporre le separazioni. Tumulto redento. Stupore. Sentiero del disgelo che depone a favore di quelle ghiande che portano già in sé il futuro querceto.

La com-unicità è l’estensione in cui le singolarità imparano ad amare il proprio divenire seppellendo le separazioni storiche sotto l’albero della conoscenza.

La ricerca, il viaggio tra i ripari: vedere l’universo scaturire da un sorriso; apprendere la gioia della necessità dal seme che germoglia; lanciarsi dal margine dei nostri nidi in braccio a un vento intarsiato d’ali.

Laureana Cilento, 4-5 gennaio 2026. Fotografia: Aleksandr Romanov.