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esperienza poetica, il libro come volontà e delusione, Jean Jacques André, La conquista della gioia, Spinoza
«Chi ha il corpo atto a moltissime cose, ha una mente la cui maggior parte è eterna», tuttavia: «la mente non può immaginare niente, né ricordarsi delle cose passate, se non mentre dura il corpo» (Spinoza, Eth, V, 39 e 21), il che significa, anzitutto, che il corpo è l’emergenza, la sede di quella «maggior parte», vale a dire la materia ineludibile che ci consente di riflettere e sentire il soffio dell’imperituro ospitandolo in seno alla nostra mortalità, ma non solo: qui Spinoza rimarca soprattutto l’unione indissolubile e naturale tra mente e corpo, per il cui tramite si può affermare la presenza di un «divino» costituito sostanzialmente dalla folgorante convergenza di ogni cosa in una pregnanza locale, intemporale, partecipata; unione che tende criticamente a una sapienza gioiosa (la letizia) favorendo tutte le azioni miranti ad essa.
Il pericolo principale è restare in attesa, procrastinare, porre in stand-by quel nostro «corpo atto a moltissime cose». Indugiare, insomma, oppure, ancor peggio, farsi frenare dalle troppe cose accumulate nella mente.
L’esperienza è estensione del possibile dentro e intorno a una presenza, concretizzazione di una compiutezza ulteriore insieme all’Altro, e non un mero rifluire sul già vissuto, sul già compiuto.
Il vivente è determinato realmente dal suo accoglimento particolare e affettuoso del divenire, non dal governo morale delle cose. Il reale, o ciò che ne resta, deve costituire una praticabilità della fiducia e poter stare in un abbraccio. Chi ritrova la baldanza del pensiero non può inflazionarla stupidamente in una lotta impari, dispersiva.
Volemmo essere l’innocenza della poesia, quand’invece avremmo dovuto essere gli animaletti senza speranza e senza peccato che sfidano la mal creanza di Dio e dei suoi banditori.
Vivere il libro è scompaginarlo. Non c’è redenzione impossibile per gli accusatori della parola. La loro ricerca getta i dadi in faccia al destino e resta la guardiana delle periferie spazzate dal vento.
Invecchiando, voglio essere come i miei olivi investiti dalla presunzione del maestrale.
Non ho paura della morte. Ho paura semmai della stasi, del discernimento traviato, profittevole.
Contentezza nel dire: siamo nati e ci siamo vissuti facendo a meno delle parole accomodanti.
Il libro che abbandono ai venti ha l’età che deve avere.
Laureana Cilento, 6-10 gennaio 2026. Fotografia: Jean Jacques André.




