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Alcuni estratti dal primo fascicolo di Poésies, pubblicato a proprio spese nell’aprile del 1870 da Isidore Ducasse (già autore dei Canti di Maldoror con lo pseudonimo di Lautréamont).
Chi volesse approfondire il discorso, potrebbe rifarsi al mio ampio lavoro di curatela delle Poésies ducassiane: Isidore Ducasse, Dieci unghie secche invece di cinque, Giunti, 2005. Nella sezione Free download di questo sito, potete scaricarne gratuitamente la prefazione.
Per illustrare il presente post, ho usato tre delle dieci litografie realizzate da Hans Bellmer per l’edizione Belfond delle Poésies (1970).



I gemiti poetici di questo secolo altro non sono che sofismi. (…)
Si sogna soltanto quando si dorme. Sono parole come sogno, nulla della vita, passaggio terreno, la preposizione forse, il tripode in disordine, ad aver instillato nelle vostre anime questa poesia madida di languori, simile a putredine. Dalle parole alle idee, non c’è che un passo.
I perturbamenti, le ansie, le depravazioni, la morte, le ecce­zioni nell’ordine fisico o morale, lo spirito di negazione, gli abbru­timenti, le allucinazioni servite dalla volontà, i tormenti, la distru­zione, i rivolgimenti, le lacrime, le insaziabilità, gli asservi­menti, le immaginazioni lambiccate, i romanzi, ciò che è inatteso, ciò che non bisogna fare, le singolarità chimiche da avvoltoio mi­sterioso che spia la carogna di qualche morta illusione, le espe­rienze precoci e abortite, le oscurità dal guscio di cimice, la monoma­nia terribile dell’orgoglio, l’inoculazione di stupori profondi, le orazioni funebri, le invidie, i tradimenti, le tirannie, le empietà, le irritazioni, le acrimonie, i rimbrotti aggressivi, la demenza, lo spleen, i ragionati spaventi, le strane inquietudini, che il lettore preferi­rebbe non provare, le smorfie, le nevrosi, le trafile sanguinanti per cui si mette la logica alle strette, le esagerazioni, la man­canza di sincerità, le lagne, le piattezze, il cupo, il lugubre, i parti peggiori delle uccisioni, le passioni, il clan dei romanzieri da corte d’assise, le tragedie, le odi, i melodrammi, gli estremi perennemente in mostra, la ragione impunemente fischiata, gli odori di pulcino bagnato, le scipitezze, le rane, i polpi, gli squali, il si­mun dei deserti, ciò che è sonnambulo, losco, notturno, sonnifero, nottambulo, vischioso, foca parlante, equivoco, tisico, spa­smodico, afrodisiaco, anemico, orbo, ermafrodito, bastardo, al­bino, pederasta, fenomeno d’acquario e donna barbuta, le ore pregne di scoraggiamento taciturno, le fantasie, le acredini, i mostri, i sillogismi demoralizzanti, il sudiciume, ciò che non pensa come un fanciullo, la desolazione, questo manzaniglio intellettuale, i cancheri odorosi, le cosce dalle camelie, la colpevolezza di uno scrittore che rotola sulla china del nulla e disprezza se stesso con grida di gioia, i rimorsi, le ipocrisie, le prospettive vaghe che vi stritolano nei loro impercettibili ingranaggi, gli sputi seriosi sugli assiomi sacri, i vermi e i loro insinuanti solletichi, le prefazioni insensate, come quel­le di Cromwell, di Mlle de Maupin e di Dumas figlio, le caducità, le impotenze, le bestemmie, le asfissie, i soffocamenti, le rabbie, – dinanzi a questi carnai immondi, che arrossisco a nominare, è finalmente tempo di reagire contro ciò che ci turba e ci piega così sovranamente. (…)



Avanti, musica.
Sì, brava gente, sono io che vi ordino di bruciare su una pala arroventata, con un po’ di zucchero giallo, la papera del dubbio dalle labbra di vermut, la quale, versando in una malinconica lotta fra il bene e il male lacrime che non vengono dal cuore, fa ovunque il vuoto universale senza macchina pneumatica. È quanto di meglio abbiate da fare.
La disperazione, nutrendosi per partito preso delle proprie fantasmagorie, conduce imperturbabilmente il letterato all’abroga­zione in massa delle leggi divine e sociali, e alla malvagità teorica e pratica. In una parola, fa predominare nei ragionamenti il deretano dell’uomo. Suvvia, passatemi il termine! Si diventa malvagi, lo ripeto, e gli occhi prendono il colore dei condannati a morte. Non ritratterò quanto affermo. Voglio che la mia poesia possa essere letta da una fanciulla di quattordici anni. (…)
Trasmettete a chi vi legge solo l’esperienza che viene dal do­lore, e che non è più il dolore. Non piangete in pubblico.
Bisogna saper cogliere bellezze letterarie finanche in seno alla morte; ma queste bellezze non apparterranno alla morte. La morte, in tal caso, è solo la causa occasionale. È il mezzo, non il fine. (…)
Se siete infelici, non bisogna dirlo al lettore. Tenetevelo per voi.
Se si correggessero i sofismi nel senso delle verità corrispon­denti a tali sofismi, solo la correzione sarebbe vera; mentre non s’avrebbe più il diritto di ritenere falso il bra­no così rimaneggiato. Il resto sarebbe fuori dal vero, con tracce di falso, di conseguenza nullo, e considerato necessariamente come non avvenuto. (…)
Bisogna che la critica attacchi la forma, mai il fondamento delle vostre idee, delle vostre frasi. Arrangiatevi.
I sentimenti sono la forma di ragionamento più incompleta che si possa immaginare.
Tutta l’acqua del mare non basterebbe a lavare una macchia di sangue intellettuale.

[Traduz.: Carmine Mangone]



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