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Ho il piacere di riproporre il testo di un caro amico, già pubblicato nel terzo numero della rivista il pesa-nervi, un foglio (ormai introvabile) che curavo per la fu City Lights Italia a cavallo tra gli anni Novanta e il nuovo secolo.
Giuseppe “Pippo” Bruno è figura d’altri tempi. Funzionario di un ente locale toscano, laureato in filosofia, con studi teologici alle spalle, ex militante della sinistra storica, credente (non nel Dio degli inginocchiatoi, ma nella bellezza ancora possibile e panica dell’umano), spirito fertile, grande e timido affabulatore. Non sprecate quindi il vostro tempo a cercarlo sul web, non è tipo da comprendere la necessità di un social network. Odia peraltro la scrittura, le sue scritture. Se ne considera quasi indegno. Con grave discapito di noi tutti.
Ho salvato però gelosamente alcuni frammenti della sua opera inoperosa (nel senso nancyano del termine). Sarebbe inopportuno tenerli solo per me. E spero presuntuosamente che possano far breccia dove io rimango oscuro.




Se René Char dice che “un poeta si riconosce per la quantità di cose insignificanti che è riuscito a non scrivere”, e questa riduzione esprime il modo tutto maschile di descrivere e cogliere l’essenziale, con tutto il buffo carico di sospensioni, di sublimazioni, di intenzioni pure e trasparenti, tutte preordinate al distacco della conoscenza, della teoria (visione), credo che giustamente tutta questa impalcatura potrebbe essere ribaltata se potesse essere guardata da un punto di osservazione femminile, per lo meno così come ho intuito sbirciando tra le abitudini delle donne che ho amato.

In questo senso forse si potrebbe dire parafrasando Char, ma rivoltandone il senso ed invertendone i termini (uomo – poeta, vita – scrittura):
“un uomo o una donna o un altro animale in genere (penso all’ape) cerca di vivere la sua vita come una piccola opera d’arte (la tela di Penelope) tentando faticosamente di sbrogliare e legare tutti i momenti che si presentano quasi in un fascio e un po’ sfilacciati, senza sentire il bisogno di annotare o selezionare momenti pieni di senso, sicuri (o nel timore) che poi tanto arriva sempre qualcuno pronto a volerceli segnalare ed evidenziare e a ricordarci così, con la sua insistenza, anche il dolente peso del resto, al quale non risulta estraneo neanche il suo apporto” (questa umile capacità di legare è quella che Platone riconosce a Penelope, la quale nell’Odissea invece era presentata come chi disfaceva di notte quello che tesseva di giorno e non è un caso, visto che la filosofia doveva tendere a separare e a slegare l’anima dal corpo, la conoscenza intellettuale dalle senzazioni, l’idea dalla doxa).

Le tappe scandite di questa sacralizzazione, di questa separazione tra momenti di senso e momenti del non senso, tra i pochi attimi da protagonisti e i troppi momenti del quotidiano (i luoghi comuni) che non ci appartengono, da qualcuno sono stati chiamati sacramenti.

Ma il sacro ha lo stesso destino degli dèi. Gli dèi, dice Char, tendono a morire proprio per la mancanza di una lontananza.

Questo è il motivo per cui nel quotidiano solo la condivisione rende splendidi gli infiniti volti di noi, delle cose e degli altri. In questa stretta dei giorni normali, agli dèi, che tutto sopportano tranne l’intimità, tocca proprio sparire. La speranza è solo che in queste nostre figure abbiano trovato il modo solo di nascondersi senza morirne. L’importante è che ci lascino in tempo e a nostra insaputa. Dispiace dirlo, ma non riescono proprio a sopportare quel misto di forza prorompente e di abitudine al ritmo proprio delle coppie imperiose o delle affinità elettive.
Ma il sole è lontano. Non riesco a guardarlo in faccia. Eppure c’è un po’ anche per me. Ma è il pensiero di una sua eventuale mancanza che mi commuove. La sua possibile assenza, un suo possibile venir meno più della mia probabile scomparsa mi mette in apprensione.

Ho ancora in mente e sulla pelle la freschezza del primo albeggiare che ci sorprendeva scivolando sull’acqua appena increspata dell’abbeveratoio fuori paese. Anche la mula, come d’incanto, si svegliava e si dava una mossa.

Eppure non era per aver calmato a sorsi la sua sete. Il sole, una sorsata di luci, una risorsa per lei, per me, per tutti. Per chi c’era ancora e per chi non c’era più. E la sera, in bilico su quei sentieri duri, entrambi, non si sa come mai, avevamo il cuore tutto girato verso quel rosso in lontananza che di soppiatto, un occhio dopo l’altro, riuscivamo a guardare. La luce, la poesia, la vita, l’amata, le nostre nutrici che ci cullano e che non ci appartengono mai.

Ladro, sono un ladro. Oggi ho capito perché in certi momenti desidero spogliare la mia donna.

Solo per colpa di un colore. Null’altro che invidia. Erano la giacca, la camicia, il foulard, quelle calze ad attirarmi. Null’altro. E mi sono dovuto accontentare di una donna. Ecco perché guardavo oltre.

Volevo rivestirmi colle sue cose ed invece mi toccava spogliarmi. Ecco una contraddizione proprio di moda in questi tempi così strani.

Oggi invece mi sento finalmente libero! Libero di appendere la mia donna all’attaccapanni e di uscire con la sua gonna.

[Primavera del 2000]



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