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[ Raramente la scrittura riesce ad essere sommovimento, e non semplice evocazione o cronaca del possibile. Raramente l’attesa di chi legge “viene” affermata e non disattesa dal “venire” alla scrittura – e dentro la scrittura – di chi vorrebbe far morire tutte le parole in un’unica esplosione di senso. Raramente do spazio sul mio blog ai sommovimenti degli altri – e alle loro deflagrazioni del senso, dei sensi. Stavolta, mi sono sentito a tal punto abbracciato dalle parole di Lisa Orlando da voler disattendere e sfidare ogni futuro “venire”, in modo da attestarmi su una soglia di fuoco irriferibile – una soglia da dove non posso più perdermi il suo “vieni”. – Carmine Mangone, 26 ottobre 2015 ]

 

ratto di proserpina Bernini

 

È l’attesa del Messia / perché noi possiamo accaderci dinanzi / oscuri e imprevedibili / a ciò che viene e che non si vede / né si può veder venire… / La mia immunità è il non lasciarti spazio, / il morirmi in anticipo nell’orribile teschio / per non vedermi alterare da ciò che viene da te. / Sotto le spoglie del tuo nome / (al tuo evento) / fa’ che io t’apra le braccia incondizionatamente, / e pazzamente, nella carne disarmata. / [Tu sarai la mia sepoltura o la vibrazione della bellezza; spunta dal buio: e sia…]

Davvero? Potrò espormi mai alla venuta imprevedibile di te? Potrò mai (arcuando il corpo) farmi struttura d’accoglienza per baciarti – l’ipotizzabile visibile: il tuo corpo. Nell’intanto, sono qui, a scongiurare la tua rarefazione, e giunge, a me, la bocca, il petto, le braccia, scende in terra il tuo sesso; ma tu non ci sei; e io non sparisco. Questa terra non ha morte, come destinazione non ha te: è senz’aria, è senza sole; questa terra è una landa sperduta.
Trappoleria da evadere? Sì! Rovesciarmi addosso la consolazione d’un diluvio di immagini? Sì! Io e te? Sì! Mi fingo al di là della gabbia, misuro la tua vicinanza, la tua lontananza; stabilisco l’incidenza della rivelazione; dalla laguna, quanto infurierà, il vento? Quanto sarà lontana la tomba più vicina?
Simulo l’irradiazione della tua bocca; sarà cosa? superficie, dura, che m’indurrà a tornare al punto di partenza? – sconfitta! O l’indefinitamente rinnovabile della tua morbidezza, e sulla quale non morirò? Anticipo ciò che potrei provare, ai tuoi occhi, dinanzi; (vedendoli svanire) la potenza malefica del ghiaccio; (incontrandoli) la possibilità immediata d’una dolcissima premura.
Che qualcuno mi dica: Cosa sarà quando ti vedrò? – profeticamente chiedo, disperatamente. Ho paura, della prepotenza delle mie palpitazioni, d’ogni mutamento del mio sangue; limito il rischio?, manovrando nell’ombra, pre-comprendendo l’avvenire.
Ma la sostanza, all’origine della mia sofferenza, sei tu; la tua venuta: è possibilità del mio sepolcro. In terra, su tutta la terra, tutte le montagne nere. Nessun rischio mai potrò eliminare dal mio corpo. Ora che sei il sì, d’approvazione, anteriore; ché già ti ardevo (ardevo?) nell’orografia luccicante, prima che esistessi – per me.
E ora, essere qui, nuda, sulla soglia dell’attesa, e dire “vieni” alla tua imminenza; e ancora, “vieni”, e vederti giungere negli occhi dei ciechi, ché tutto il mio sangue sia nell’aurora più limpida. E ora, fare esperienza, a te che giungi, dalla notte più nera, dove io non ho radice, dove io vacillo e tremo.
Eppure, solo così poterti dire vieni, che io condensi nella voce e nell’immagini tutto ciò che non posso annunciare… perché, assolutamente, pure, siano, le tue labbra…

 

[ Nella foto: un dettaglio del gruppo scultoreo Il ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini, 1621-1622. ]

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