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Un lungo passo proveniente dalla terza e ultima sezione del mio Il saper amore (Ab imis, 2018).

Nei giorni scorsi, ho interpretato e registrato con mezzi casalinghi il medesimo brano. Lo potete ascoltare utilizzando il player che trovate in fondo al presente post. Buona lettura e buon ascolto.

Le fotografie sono di Larry Woodmann.

 

 

 

 

A pochi passi dall’infinito, una piccola volpe mangia dalla ciotola del cane

(…)

Come posso toccare ciò che non riesco a dire?
Dove posso leggere il tuo corpo se non al di qua della scrittura?
Mi affido alla slealtà delle parole,
ne condivido le periferie, i canali di scolo;
emergo dall’instabilità del pensiero e mi lascio trasportare da
una volontà folgorata, claudicante.
La tua presenza mi accade, là dove il
sesso delle cose evoca il ritorno, la ripetizione.
Ho fame di te.
Ho voglia di precedermi in te –
infilarti una mano tra le cosce e
sentirti foce, stagno, pozza d’ombra.
Andare fino in fondo all’arbitrio possibile della tua materia.
Guardarti negli occhi e sentire un branco di vertigini
che sequestra tutta la luce del giorno.
Voglio scoparti.
Voglio metterti a quattro zampe
e scoparti;
introdurti di frodo nel mio corpo
e uccidere tutte le parole superflue.
Sono stufo della poesia,
della misura;
eppure, non riesco a condurmi fino alla soglia dell’intransigenza.
La porta è stata abbattuta da tempo,
ma io continuo a cercare la chiave
senza che i segni possano mai affidarmi a una sufficienza.
Lo so,
sarebbe stato meglio aderire a un corpo consolidato,
a una mappa usuale,
ma i muri crollano e la voglia di te sciama in ogni dove.
Affrontare seriamente il giorno quando t’installi nella
mia testa: come potrei?
Mi ritrovo più nudo del cielo,
e col sole che va a imboscarsi tra le pieghe della tua carne.
Voglio scoparti,
voglio amarti come se ormai dovessimo cancellare la
stessa parola amore dalla faccia della Terra –
eliminare le vestigia di tutti gli
amori passati,
presenti.
Affondare il cazzo tra le tue parole,
nella tua bocca,
e concepire una tenerezza senza tempo,
squassante, intollerabile.
Figli di una serietà bastarda,
ci avevano detto di uccidere il bambino
e di seppellirlo insieme alla nostra amicizia per il mondo,
ma noi non siamo di quelli che si stabiliscono nel fallimento.
Dammi le labbra, sorridimi con tutto il corpo,
stregami,
chiavami fino a cancellare ogni traccia di colpa.
La soglia, l’intransigenza,
la porta che cigola,
l’ultima stanza in fondo alla bellezza del mondo.
Accorgermi che l’oggetto del desiderio è un
punto tra me e te:
uno spazio, un passaggio,
un nodo di affermazioni erotiche che
sovvertono ogni idea dell’amore,
ogni amore ideale.
(L’essere è il lupanare dei vigliacchi).
Passare attraverso la mancanza e
non mancare al passato.
Restare molto al di qua dell’effetto poetico
e rinunciare alla gloria prendendoti per mano.
La tua pelle,
i diversi gradi di poesia della tua voce,
la facilità con cui mi riduci a uno smarrimento essenziale:
tutto questo è il rovescio dell’enigma e
finisce per riavvolgere il nastro del possibile.
Se volessimo uscire dal Labirinto,
sfidando ogni legge del rimpianto,
dovremmo uccidere la poesia che è in noi
e fregare così ogni stronzata sull’infinito.
Se proprio volessimo,
i giorni sarebbero come penne remiganti di poiana
o come frammenti di specchio
ficcàti in tutti gli angoli della fantasia.
Spalancarti le gambe nude
e leccarti l’interno delle cosce.
Ingoiare la sobrietà della luce insieme al
muschio vivo della frenesia
e finire travolto dalla valanga che porta a
valle il tuo piacere.
La luce singhiozza tra i veli del pudore,
l’eternità ci dimentica,
la paura chiede rinforzi.
Tutto questo non farà di
me un poeta civile,
un adoratore della fica a buon mercato,
né tanto meno un vigliacco.
Pretendere di trovare il senso della vita,
impedire alla materia di morire:
è come afferrare l’ombra di un sasso che
sta cadendo accanto a noi.
Vorrei cacciarti la lingua nella carne,
e starmene lì,
ad ascoltare il suono più intimo dei tuoi abissi.
Al cospetto dei miei orizzonti,
metto a fuoco i tuoi tanti corpi,
li raccolgo in un disordine amoroso
e faccio in modo che continuino a
proliferare dentro la mia carne.
Sei il mio disastro di stelle,
la cocciutaggine della poesia che mi tira giù dai
piani alti della speranza,
il fuoco più nudo,
la rabbia che si trasforma in un arcobaleno nero,
l’intransigenza della donna,
l’apocalisse ironica dell’amore,
il sangue al quadrato, al cubo,
l’equazione malata dello stupore,
il guanto di sfida lanciato dal tuo sesso,
i cuccioli di lince delle mie visioni,
la notte insostenibile,
la grazia irresponsabile,
il tumulto senza padroni,
la scatola terribile della mia costernazione erotica,
l’adiacenza,
il gancio cui appendo le nostre ombre,
l’odore delle tue parole,
lo strazio di non averti,
il velluto notturno che si prende cura del nulla,
la voglia di toccarti,
il corpo irredimibile che mi espone senza rimedio,
la volontà di poesia,
lo sforzo quantistico di eliminare ogni idea del tempo a
partire dall’esistenza della tua fica.

(…)

 

 

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