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[ Un estratto dal mio saggio Qui la vita, qui gioisci. Foto presa dal web. ]

 

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L’uomo civilizzato, avallando l’emergenza storica di una distanza cautelare tra sé e la cosiddetta natura, ha finito per complicare enormemente i bisogni e l’affetto che lo aprono al mondo. Asserragliandosi nella propria individualità, ha costruito un maniero risibile all’interno del proprio essere, da cui egli parte invariabilmente per accaparrarsi un valore, una porzione di senso.
Ponendosi come scopo precipuo la soddisfazione della propria vita singolare, l’uomo cerca di fissare dei punti generici a cui aggrapparsi, costruisce strumenti, s’ingegna a frapporre argini metafisici alla morte e delimita territori fisici e mentali che lo aiutino a includere o a escludere l’Altro.
Il vivere dell’uomo si sostanzia concretamente nell’iterare la propria presenza dentro la ricombinazione incessante della materia, ma soprattutto nel difendere e trovare un senso a tale ripetizione lungo il movimento di tutte le cose.
L’Io è una soglia tra il medesimo e la trasformazione, la ripetizione del medesimo nella corrente del divenire.
Ora, se l’Essere rappresenta una sorta di marcatura territoriale astratta, l’amore, dal canto suo, è un modo d’attraversare lo spazio, una particolare riduzione delle distanze esistenti tra i corpi.
Nonostante l’avvento dell’Io, e la sua monocrazia ontologica, l’uomo civilizzato ha bisogno di gestire storicamente i grandi aggregati, l’accumulazione delle risorse e, soprattutto, le separazioni che s’insediano tra la complessità artificiale del suo mondo e il bacino originario della natura.
Paradossalmente, qui nasce uno dei luoghi comuni più penosi tra quelli che attanagliano gli uomini spaventati dalla morte, ovvero la diffusa convinzione di essere singolarmente e costitutivamente soli, in preda cioè a una solitudine essenziale, insormontabile, che niente e nessuno potrà mai scalfire o lenire del tutto.
La solitudine ontologica, in realtà, è l’affermazione della morte dentro la pelle del proprio destino sociale e va vista, più propriamente, come isolamento tendenziale (e spesso indotto) rispetto al bacino comune della vita.
La solitudine, per come la conoscono gli uomini civilizzati, è sempre una produzione sociale, un costrutto della “dura necessità”. Tutti i processi relazionali del genere Homo sono un prodotto della sua società, della sua storia evolutiva, compreso l’amore.
In realtà, non si è mai veramente soli. Occorre vedersi sempre come un nodo di possibili, come un nido di eventualità. Con noi – insieme alle nostre singolarità – si muovono pianeti, ondeggiano praterie, si sfaldano rocce. Siamo un addensamento formidabile all’incrocio di infiniti piani, un ponte di energia fra i tanti, dove lo stesso amore, calato in un contesto cosmico, quantistico, può essere visto sia come un movimento critico e generale delle affezioni, sia come una critica affettuosa e particolare della materia di cui siamo fatti.

L’esistente è una “gelatina” affascinante, irrimediabile. Le energie del cosmo si addensano senza posa e i loro coaguli, creando un’infinita rete di amicizia e tensione tra gli elementi, saltano da un concatenamento all’altro.
Da un punto di vista quantistico – che è un insieme infinito di punti di vista, un divenire di tutti gli eventi possibili in un dato incrocio dei concatenamenti materiali –, la presenza del vivente è un’insurrezione gentile, un picco nella vanagloria ironica della materia.
Secondo Gilles Deleuze: «Tutti sognano spesso di ricominciare o ricominciare da zero; ma hanno anche paura del dove arriveranno, del punto finale. Pensano in termini d’avvenire o di passato, ma il passato, e anche l’avvenire, è storia. Ciò che conta, invece, è il divenire: divenire-rivoluzionario, e non l’avvenire o il passato della rivoluzione. (…) Il divenire, il movimento, la velocità, il turbine, si trovano in mezzo. Il mezzo non è una media, è invece un eccesso. Le cose crescono nel mezzo. (…) E il centro, non vuol dire affatto essere nel proprio tempo, essere del proprio tempo, essere storico; al contrario. È ciò per cui i tempi più diversi comunicano. Non è né lo storico, né l’eterno, ma l’intempestivo».
Ora, volersi intempestivi, abitare gli interstizî fra storico ed eterno, significa rifondare il proprio rapporto con la stabilità, con l’inerzia prodotta dai nostri rapporti con le cose. I piani divini non sono mai stati perfetti, neanche nei momenti migliori della religione, mentre la cosiddetta fortuna, per nostra ventura, non si è mai risolta in un semplice lancio di dadi, ma ha sempre implicato anche l’ideazione, la costruzione (o la distruzione) dei dadi stessi.
I concetti di assoluto e di nulla non ci soccorrono più. L’Io è affollato. I suoi puntelli sono in rovina. Nessuna fede, nessuna illusione. Ciò nondimeno, il desiderio abbraccia ancora i diversi frammenti dell’affetto e li coniuga talvolta in nuove consapevolezze, in nuovi andamenti: decisione, desiderio, brama, tenerezza, uniti nell’immanenza del piacere creativo, nell’immanenza della gratuità che foggia il godimento.