[ Estratto da: Viviana Leveghi, Carmine Mangone, La materia dell’ulteriore. Elementi per una sapienza erotica, Delos Digital, 2024. L’ebook può essere acquistato sul Delos Store. ]
* * *
Un’esigenza sempre più inattuale, quasi un arcaismo: sentirsi a casa in questo mondo, ritrovare una consonanza con l’esistente, tornare a respirare a pieni polmoni creando un’aria di festa accanto all’Altro, insieme all’Altro.
Non si tratta però di reinventare l’amore o di rivendicare un qualche diritto soggettivo al godimento. Rimbaud e i surrealisti, ormai, risultano anch’essi fastidiosamente romantici. Su un altro versante, la pornografia di massa (la pornografia della merce onnipervasiva) ci appare per quella che è: una spettacolare e angosciante faciloneria emozionale, una miseria fastosamente arricchita, una democratica proliferazione del mediocre.
Occorre ripartire da più lontano. Reperire una nuova scaturigine. Ritrovare una semplicità che sappia essere disarmante, critica. Amare anche la morte, certo, ma intanto: uccidere Sade, riprendere a molare le lenti di Spinoza, non sottovalutare alcun dolore e regalarsi, giorno dopo giorno, l’improntitudine di lasciar socchiusa la porta di casa per solleticare l’ignoto, l’impossibile, l’ulteriore.
Beninteso, adagiarsi nei corrugamenti della materia animata, insinuarsi tra le pieghe del possibile, significa anzitutto voler bene sia ai propri inciampi eventuali, sia alla tentazione sempre rinascente di «piallare» tutti quei rilievi che emergano dal pensiero e dall’esperienza del reale. Molare le lenti, in modo da veder chiare le passioni tristi dell’umana congerie, non vuol dire accettare con filosofia una rappresentazione culturale della realtà, né tanto meno poter pensare di fare terra bruciata intorno a sé per poi bearsi di un orizzonte lontano. Focalizzarsi sull’essenziale è costruire una semplicità radicante, germinativa, con la quale accogliamo e selezioniamo criticamente e affettuosamente ciò che ci viene incontro senza posa. Nasce così l’emergenza ricombinante di un divenire comune, l’insorgenza del senso (che si rivela quasi sempre un n+1, quando non addirittura, per i dilettanti del miracolo, un n+∞), scongiurando, in tal modo, sia un arroccarsi idealistico sulle proprie contraddizioni, sia l’ottuso mantenimento di un confortevole deserto emozionale.
Il senso è un andamento riconoscibile del possibile. La sua emergenza è la levatrice dell’avvenire, dell’avvenimento. L’avvenimento è il possibile che sceglie di cadere nell’esistenza creando un fenomeno. Il fenomeno è la tacca che fa sussultare il divenire.
In tutto questo, a noi tocca il compito e il godimento di costruire una nuova sapienza: una σοφία gorgogliante, indisponente, infantile, arcaica, che sappia essere abilità e leggerezza, origine ninfale e foce, corrente impetuosa e intervallo ristoratore.
La parola italiana sapienza deriva dalla radice indoeuropea *sap- [sa+p], che attiene la relazione possibile con la purezza. Indica pertanto una connessione con ciò che si ritiene puro, un saper gustare ciò che è puro. Un prendersene cura, anche. Un onorarlo, un esserne devoti. Ecco dunque cos’è la sapienza, il divenir sapienti: abbracciare il sapere che rivela le sapidità dell’esistente, affinare la capacità d’assaporare l’essenziale. Stessa radice, d’altronde, nel latino sapio: «aver sapore», «possedere un discernimento».
La purezza, la cognizione della purezza, in un linguaggio più biologico che metafisico, emerge e si afferma originariamente come non-contaminazione. Quando la purezza si affaccia al mondo, la religione non è un pensiero, né un vanto, né un problema. Il pensiero è sopravvivere, il vanto è avere la sensazione di sapersi imporre su una natura famelica, il problema è non distrarsi mai da queste due voci primarie del paradigma. Una tale purezza, ancora scevra da tutto il côté religioso e sociale, è sinonimo di sicurezza. Ciò che era puro, non rappresentava ancora una minaccia (oggi, non possiamo più dire la stessa cosa).
La differenza fra la vita e la morte dipendeva non tanto dalla purezza, quanto dalla nostra facoltà di saperla cogliere. Qualora un cacciatore primitivo disorientato e indebolito avesse cercato ristoro nei pressi di uno specchio d’acqua, gli sarebbe stato necessario intuire il grado di contaminazione dell’acqua che avrebbe bevuto. Da questa intuizione (una complessa matrice generata dalla sovrapposizione di osservazioni, abitudini, esperienza propria, esperienza impropria assorbita dalle vicende degli altri) dipendeva la sua accuratezza predittiva e, di conseguenza, la sua possibilità di sopravvivere. Non solo. Estendendo la responsabilità oltre i confini del proprio corpo, il nostro essere umano dilettante avrebbe magari trovato il modo per portare dell’acqua ai suoi simili. Nel caso in cui li avesse avvelenati a causa di una purezza fraintesa, avrebbe forse estinto se stesso e tutto il suo clan. Se tutto il processo intuitivo, predittivo ed esecutivo legato alla purezza non avesse funzionato o avesse funzionato a singhiozzo, probabilmente non stareste leggendo questo libro.
Questa purezza non è un concetto, bensì una soglia dello spazio-tempo.
Il grande tradimento della purezza è avvenuto quando abbiamo iniziato a impiegarla come sostituta più virtuosa e abbordabile della perfezione.
Guardiamola, una tale perfezione: basta a se stessa, fra lei e noi c’è un fossato sempiterno. È una condizione ideale (nel senso di idea), non ha niente a che fare con noi o con questo mondo. Nessun essere umano equilibrato aspirerebbe alla perfezione – e la macchina della società, perennemente avida di disequilibri, lo sa bene. Così le religioni hanno deformato la purezza, privandola della sua attività proto-terapeutica e riproponendola sotto forma di oscena virtù alla quale aspirare.
A differenza della perfezione asettica (e, in termini sociali, inoperante), la purezza è un ecosistema brulicante di relazioni consonanti che offrono un’altitudine al pensiero. La purezza non si bea della distanza e non teme, come invece fa la perfezione, la vicinanza dell’impuro. La perfezione esige occhi socchiusi che non osano adorare fino in fondo; la purezza non si pone neanche il problema di esigere qualcosa: si illimita a essere, proponendosi aperta. Apprezza chi indossa le orecchie dell’universo, ama la trasmissione dei dati, i felici concatenamenti, le assimilazioni dolcemente amalgamate che mantengono una loro corrente visibile – acque identiche di oceani diversi, con colori adiacenti e mai sovrapposti.