Tag

, , , , , ,

[ Estratto da: Viviana Leveghi, Carmine Mangone, La materia dell’ulteriore. Elementi per una sapienza erotica, Delos Digital, 2024. L’ebook può essere acquistato sul Delos Store., come pure sui maggiori portali librari on-line, ad es.: Amazon. Illustrazione: Joyce Lee. ]

 

joyce-lee

Sapienza erotica non è erotismo. Quando si parla di sapienza erotica ci si riferisce a una maestria dell’affioramento.
Si pensa all’erotismo come all’apparato che trasfigura il sessuale, rendendolo sensuale, come se la carne avesse necessariamente bisogno di un salvacondotto per non essere soltanto desiderio!
Se la sessualità è la freccia scoccata verso l’altro in un rapporto di esplicita reciprocità, l’erotismo è un allenamento alla trascendenza. Le cause, però, che portano a cercare l’erotismo, hanno ancora a che fare con un’esperienza di vita prostetica. L’erotismo è il dispositivo grazie al quale attiviamo l’attenzione dell’altro per via di una distrazione che ammanta l’obiettivo finale con una coltre ludica.
Distrarre da cosa? Dallo scopo sessuale, che è sempre riproduttivo. Per quanto la vita scelga se stessa e impieghi tutte le armi possibili per darsi continuità, gli esseri umani possono fare il dito medio alla genetica e scegliere di non generare secondo i canoni classici della riproduzione. La necessità riproduttiva, tuttavia, non viene meno solo perché abbiamo deciso di essere biologicamente anarchici. Questa chiamata alla riproduzione diventa un’esigenza di mobilitazione artistica: nessun senso dovrà essere risparmiato.

L’immaginario erotico non esiste. Vogliamo attribuire all’erotismo la gioia infantile della scoperta e della ripetizione: ci si affretta a dire che quella foto è erotica, non ginecologica. Come se la forma nuda fosse ancora fresca quanto il peccato originale e la chiamata in causa dell’immaginazione le restituisse un profumo socialmente accettabile con sentori di dieci Ave Maria. Tutto il corredo dell’immaginario erotico non ha niente a che fare con l’immaginazione, ma con una caricatura del pensiero. Il feticismo di una calza autoreggente non ha alcuna facoltà di trascendere i sensi: è meramente descrittivo, appaga l’immediatezza di vista e tatto, è tremendamente ragionevole. Sembra qualcosa in più e invece è qualcosa in meno. Paga lo scotto di essere una metamorfosi che si autoproclama universale come il salva-telecomando di gomma degli anni Ottanta. La calza (come ogni altro fetish) può essere eccitante, determinante, accecante. In alcuni casi può essere imprescindibile. Può essere tante cose – ma sono tutte pronte da servire. L’immaginazione non fa alcuno sforzo, nonostante proclami il contrario: non rinuncia ad alcuna certezza per muovere un passo verso l’ignoto dell’Altro. La mancanza di autentica astrazione, nella fantasia erotica, è anche la sua zavorra, poiché non viene creata ex nihilo, ma reinterpreta la percezione diretta dei sensi. In questo senso l’erotismo è una delusione inespressiva, un esercizio sensuale che può essere svolto da chiunque con chiunque: la persona-oggetto dell’erotismo resterà sempre sullo sfondo rispetto all’idea.
«Vedere è avere a distanza», scriveva Merleau-Ponty. Tutto il linguaggio erotico, anche quello più raffinato, è omologato per reccitare (recitare un’eccitazione). Si gioca al mistero, ma non c’è esoterismo in una tecnica rodata che ha sempre funzionato in modo eccellente. Si gioca a fingere che ci sia un mistero. Questo erotismo ci consuma la spontaneità, priva l’embrione del suo diritto alla divergenza e, peggio, lo illude di scegliere. Così avrà bisogno di tacchi alti, questo erotismo, di certi corsetti, di certe calze. Manca la funzione iniziatica della trasgressione che non è, diciamolo chiaramente, una deviazione rispetto alla consuetudine sociale, ma una deviazione rispetto a se stessa. Il problema del trasgressivo-immorale, insomma, è che deve il suo potere solo al contrasto con ciò che vorrebbe annullare, ossia la moralità. Mentre trasgredisco, ammetto l’esistenza di una legge. Mentre erotizzo, ammetto di non immaginare nulla che non abbia già immaginato, semplicemente perché la mia mente genitalizzata non ammette sprechi di tempo o energie.
Il comportamento erotico più comune è quello di trovare il sensuale dove c’è già. Niente di male nella fascinazione del gesto, del tocco, della prossimità fisica. Ma tutto riceve ordini da una dittatura erotica che non sa uscire dal proprio solco e che, letteralmente, detta i comandamenti dell’erotismo. Spettacolarizziamo il sesso per renderne l’animalità meno spaventosa: ecco l’erotismo. Spettacolarizziamo l’erotismo per sentirci artisti, fantasticando sul nostro fantasticare. La peggiore delle masturbazioni.

Dov’è, allora, la sapienza erotica? E come si costruisce?
In essa, non c’è niente di immorale perché non c’è più una contrapposizione con la moralità. Si abolisce il senso di colpa con il rumore deciso dello sciacquone, mentre l’incrostazione della vergogna lo segue a poca distanza. Per illustrare alcuni meccanismi della sapienza erotica non possiamo esimerci dal citare qualche rudimento di neuropsichiatria in relazione all’esperienza.
La sapienza erotica è l’assunzione definitiva della disponibilità dell’universo al netto delle sue leggi, l’allucinazione immortale che trasfigura ogni percezione precedente generando qualcosa di mai esperito prima. La sferificazione delle singole contingenze ci permetterà di infilarle una accanto all’altra per creare una collana dell’esistenza. Dare continuità all’intenzione senza replicare niente del nostro pensiero, restare dentro ogni attimo fecondandolo.
Alla domanda «dov’è la sapienza erotica?», quindi, non si può che rispondere così: «nell’ovunque che ti si struscia contro». È l’ovunque a raggiungere l’orgasmo – e lo fa prima di te, a prescindere da te. Un limone, una vita, una foglia, una pentola, un respiro: tutto ciò che si compie a prescindere dal fatto che noi lo si abbia riconosciuto è ciò che resta di un orgasmo quantistico. E, come la radiazione di fondo dell’universo, questa venuta residuale continua a far collidere particelle e destini, continua ad ansimare nella gioia delle esistenze che si mettono in relazione, continua a gemere impercettibilmente in un inchiostro, in un interruttore, in un ginocchio sbucciato, in ogni compimento che diamo per scontato a causa della nostra esposizione allo stesso evento.
Un mondo fenomenico felino e ruffiano fa le fusa per essere accarezzato. A differenza di certi gatti, però, se togli la mano, il fenomeno non spinge il suo «muso» contro di te per invitarti a continuare. Ogni carezza non dispensata, è solo una tua perdita. Dall’altra parte c’è il nulla che non reclama niente.

La densità ti corteggia, ti lambisce. Ti rendi conto di avere accesso alla sapienza erotica quando avverti la predisposizione a un desiderio che non ti vede al comando. Non sei più tu a erotizzare un oggetto, un concetto, una persona. È il panorama ad avere la sapienza erotica. Tu puoi beneficiarne. Tu puoi sorbirla riconoscendola. Il feticcio non è sopravvissuto alla carestia emotiva. Un improvviso chiarore ti attraversa e buca i cumulonembi delle tue minuscole ostinazioni: quell’-ismo era soltanto una sclerotizzazione. La sapienza erotica non è tua, ma appartiene al mondo. Ti diranno che si tratta di un prestito, ma tu non dovrai dar loro retta. Tutto ciò che ti commuove il sesso, diventa te. Quello che diventa te è più che tuo. Se puoi dire di una cosa che ti appartiene, significa che siete a una distanza tale da poter avvertire il torrente elettromagnetico che vi scorre in mezzo, lasciandovi come entità distinte. Ma da quello che diventi non puoi prendere le distanze. L’intimità diventa ogni cosa. Non sai come smettere di fare l’amore, costruirlo, edificarlo. Quando la sapienza erotica ti penetra, tu crei il fuoco che forgia lo strumento. È la tua idea di fiamma ad aver inventato il fuoco.