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conoscenza estetica della materia, doppia fenditura, dualismo onda-particella, giustezza condivisa del bello, gli spigoli del destino, saper vivere, sapienza erotica
[Estratto da: Viviana Leveghi, Carmine Mangone, La materia dell’ulteriore. Elementi per una sapienza erotica, Delos Digital, 2024. L’ebook può essere acquistato sul Delos Store, nonché sui maggiori portali librari on-line, come ad es.: Amazon, Kobo, laFeltrinelli o Fnac. In foto: la costellazione di Orione.]

Il sapere è la breccia, il riconoscimento di un varco, il baluginio di una purezza che si ritiene ancora possibile.
E cos’è, questa breccia che permette e possiede la conoscenza, se non uno strappo rispetto alla frammentazione sociale dell’esistente? Cosa potrà mai essere, quest’apertura, se non una fragilità che ha scelto di condensarsi in un punto e di concentrare la zona dell’esposizione ai fini di un attraversamento decisivo, costitutivo?
La breccia è la fine dell’egemonia dell’uguale: concessione che il non-finito va facendo agli esseri finiti per permettere loro di vedere qualcosa, qualcuno. È la fenditura attraverso cui un evento interiore sceglie di cambiare la propria collocazione rinunciando alla predominanza del dentro.
Il sapere, allora, costituisce la risultante di un insieme di esperienze che può essere avvicinato, non solo metaforicamente, all’esperimento della doppia fenditura grazie al quale, in fisica quantistica, si dimostra il dualismo onda-particella della materia. Gli elementi del sapere, infatti, non si rivelano delle semplici informazioni, dei corpuscoli di conoscenza, ma anche e soprattutto delle onde che valicano incessantemente le diverse e possibili aperture del divenire in una determinata relazione dei corpi.
In particolare, l’incidenza di una specifica cognizione, nello sviluppo di un’intesa tra le singolarità viventi, muovendosi attraverso i varchi che le singolarità stesse vengono a creare, a individuare, si comporta come un’onda, come un flusso che unisce ed eccede senza posa i fattori in gioco. Un tale movimento delle informazioni non fa altro che scindere o ricomporre il sapere locale in nuove onde, in nuove inferenze, senza mai tradire quello che può essere considerato il principio di complementarietà tra le particelle di conoscenza e le onde di sapere, tra la collocazione delle conoscenze e la consonanza possibile dei saperi.
Il destino di ogni singolarità rimarrebbe indistinto, indifferenziato, se non ci fosse un sapere a concedergli una destinazione, una localizzazione, e se non emergesse una qualche forma di poesia a dargli una voce, a renderlo toccante, a esporlo.
La poesia è l’insieme dei culmini emozionali che uniscono due o più unicità psicofisiche. Il suo fondamento è una conoscenza estetica e potenzialmente estatica della materia, nonché un tentativo di rilegatura delle esperienze, delle consonanze e degli stili che agiscono la giustezza condivisa del bello.
Ciò che qui si chiama poesia è il vettore essenziale della sapienza erotica, l’intensificazione gentile del saper vivere, l’oltrepassamento voluttuoso della mera funzione utilitaria dei saperi. Una sorta di potatura decisa e rispettosa dell’albero della conoscenza. D’altro canto, un’eventuale docilità nei confronti della parola finirebbe invariabilmente per neutralizzare l’entusiasmo e mummificare la bellezza. I rami secchi vanno recisi.
La mente ferita si ribella e, in un moto paradossale non meramente difensivo, dà la precedenza alla corporeità, all’idea di un corpo esplicito, alla materia del vivente che culmina in ogni impeto dell’unicità. Si cerca quindi un’intesa che non ci faccia dipendere dal desiderio dell’Altro e che non si conformi ai limiti del mondo noto. Le coazioni s’inceppano. Il cambiamento agisce, avanza. Si accetta il mutamento facendosi cullare dal divenire di tutte le cose. Il corpo rifonda la voce e la voce si radica negli umori del corpo, non in quelli del tempo. Ci destiniamo allora a un luogo in cui la carne possa cedere sotto i colpi dell’entusiasmo e a un movimento in cui l’intelligenza del mondo s’inventi una nuova sutura, una nuova concordanza. Il corpo di Dioniso viene sbranato dai Titani e ricomposto da Apollo a ogni affioramento della poesia. Sutura, ripianamento, designazione di una cura possibile ripercorrendo quelle superfici che si neghino alla funzionalità dell’involucro. Una cura per tutti quei sanguinamenti che giungano a sospendere i temi del consenso. Accortezza di guerrieri che abbandonino l’assedio dell’amore (e l’assedio chiamato «amore») per trasformarsi in potatori della necessità, in antesignani della prossima e irrimediabile carezza, della prossima e conturbante corteccia.
In tutto questo, occorre aderire al semplice che scorre al di sotto del consueto. Smembrarsi. Negare d’esser membri. Sentirsi membrana tra i mondi, i corpi; un diaframma mai accidentale, mai oppositivo, fatto di pelle lusingata e lustrata dalla determinazione, in un incessante andirivieni tra i pozzi inestinguibili del divenire.
con la densità di certi pensieri, si potrebbero costruire senza difficoltà una manciata di universi. Grazie per il possibile.
Ringrazia te stessa: tra queste righe vi è molto di tuo, a partire dall’immagine della breccia. P.S.: cogliendo la tua suggestione, mi diverto a considerare “La materia dell’ulteriore” una sorta di Big Bang mango-leveghiano.