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[ Estratto da: Carmine Mangone, Qui la vita, qui gioisci, Ab imis, 2024. Fotografie: Francesca Woodman. ]

Costruire una scrittura che sia l’indecenza accorata di una continuità.
In mezzo alle parole la coerenza rimane difficile, impervia, ma un tentativo di concordanza va provato in ogni caso.
Occorre incastonare le parole dentro il flusso degli eventi per poter saltare da un concetto all’altro, da un significato all’altro, possedendo, almeno in parte, l’andamento reale del proprio desiderio.
L’indecenza, per l’appunto, sta nel mettersi a nudo continuamente con l’affermazione più o meno poetica – più o meno singolare – di un tale andamento.
Occorre d’altronde trovare un nuovo nome a corpi che si sanno già presenti e a menti che si vogliono nude.
L’amore, da solo, non basta e non basterà mai a dare un senso definitivo alla vita di relazione, anche perché di definitivo, nell’universo, sembra non esserci proprio nulla: anche le stelle muoiono, anche i poeti o gli dèi possono rivelarsi gretti, pusillanimi.
Occorre mirare a una soluzione poetica e immediata delle contraddizioni che emergano in seno all’affetto tra i viventi. Il carattere poetico del movimento implica un’intrusione decisa della bellezza in ogni decisione comune. Il desiderio di una pratica immediata – di un’applicazione senza differimento dei corpi amorosi migliori – impedisce che l’affetto venga subordinato meccanicamente (socialmente) al governo di una durata e agli obblighi di una missione.
Se poi progetto debba esserci, si dovrà sganciarlo dai propositi di fusione con l’Altro o di possesso narcisista del mondo e bisognerà costruire una mutua e responsabile tenerezza.
E che cos’è la tenerezza se non l’accoglimento dei proprî limiti umani – senza sensi di colpa, senza incolpare l’Altro – in modo da consentirsi il pieno dispiegamento della propria unicità e della propria autonomia?
Tenerezza come affidamento dei proprî limiti al gioco delle relazioni, come disponibilità verso l’abbraccio dell’Altro, nonché come critica affettuosa del Padre, della Madre (anche mitici, anche politici), che vanno abbandonati e perdonati nel divenire della nostra amicizia per il mondo.

Senza la tenerezza, non è la mia insurrezione, non è il mio amore.

Voglio credere che la morte si contragga davanti all’intenerimento dei viventi e che, al tempo stesso, si rammenti che un giorno vincerà i nostri corpi ma non lo spirito del nostro movimento, perché lo spirito è destinato a restare la potenza di ciò che siamo e che sempre saremo (fino ai confini della Via Lattea) stagliandosi contro l’ignoranza amorosa di Dio, contro i tentativi di murare la poesia indecorosa dell’affetto, nonché contro tutti questi umani piagnucolanti al cospetto dell’ineluttabile.
Le stelle muoiono, tu morirai, io morirò, ma la nostra gioia trasforma l’irreparabile e ci unisce nel nostro saper costruire una potenza gentile, comune.
Il morto che sarò saluta la tua vita acerrima e ti bacia teneramente fino alla fine dei tempi.
La gioia è trafittura di meteore nel cielo dei tuoi occhi. È la forza desiderante delle stelle, delle pietre, del vento. È l’amicizia verso l’ignoto che assumiamo (indecorosi) venendoci incontro e perdonando in anticipo la nostra stessa morte.