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I limiti dell’esperienza non devono indurci a consolidare, a ipostatizzare un’esperienza del limite, ma ad aver cura e a costruire un’intimità di tutti quei movimenti che si pongano l’obiettivo principe di un’amicizia verso ogni limite – perché il limite (fisico o immateriale) non è mai un termine, una terminazione, bensì un richiamo latente (ruffiano e ineludibile) a tutti gli sconfinamenti ancora pensabili.

In ogni nostra pretesa, vi è un ricominciare, uno stendere al sole del dubbio, una volta di più, la tela di Penelope tramata dalle contraddizioni, dalle risoluzioni; un accorgersi, per sovrappiù, che tela e metodo d’impuntura (di «rilegatura») sono due forme diverse della nostra stessa tangibilità: evidenza che ci fa emergere dal mare dell’inesplicabile consegnandoci all’esteriorità luminosa e materiale del possibile.

Un bel giorno, il Minotauro comincia a scavare sotto il labirinto che gli fa da dimora, ma contrariamente a ciò che si possa credere, non lo fa per cercare una via di fuga. Egli non ha alcuna cognizione del fuori. Scava semplicemente per il puro piacere della ricerca, per il mero capriccio di trovare del nuovo.
Dopo un bel po’ di fatica, a furia di picconare, scopre sul fondo di una galleria un grosso filone d’oro, cioè qualcosa che sostanzialmente gli è del tutto inutile tra le mura del suo dedalo. Non sa proprio che farsene infatti di quelle pietre luccicanti. Le tiene presso di sé perché le ritiene belle, non certo per accumulare valori di cui neanche è a conoscenza. Per lui, l’essenziale è la ricerca, l’escavazione in sé, non certo ciò che trova o potrebbe trovare procedendo negli scavi. Nel frattempo, tutta la terra smossa rimane al suo fianco e va a creare un nuovo cumulo di pretese sul quale potersi ergere al di sopra dei propri limiti. Il «mostro», tuttavia, ancora non sa che, a forza di spostar sassi e alzare montagnole, va trasformando sempre più l’equilibrio tra l’umano, l’animale e il divino che convivono in lui, e che, per tale via, giungerà ben presto al momento in cui potrà elevarsi così tanto, grazie a quei cumuli, da riuscire a vedere molto al di là delle mura che delimitano e designano il suo mondo apparente.

Fertile non è mai l’oro, bensì esclusivamente la terra che lo abbraccia.

Darei via tutte le mie parole, se ottenessi in cambio la facoltà di comunicare con un delfino, una nuvola, un olivo.

Occorre impratichirsi nel fare soltanto quelle promesse che siamo in grado di mantenere, anche e soprattutto verso coloro che non possiedano un linguaggio comune al nostro.
Parlare per le pietre, gli alberi, le stelle, e prestare la propria voce agli altri viventi (anche ai non umani, soprattutto ai non umani) per abolire lo scambio che nasce dentro i limiti del nostro discorso.

Laureana Cilento, 6-7 settembre 2025 (continua – 14). Illustrazione: Alfonso Nacchia.