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accanimenti, al cospetto delle stelle, Anna Malina, biechi narcisismi, metodo, trascurabile dismisura della poesia, un ritaglio nella totalità dei possibili
Ogni sera, prima di chiudere la porta di casa, se il cielo è sgombro da nubi, lancio immancabilmente un’occhiata alle stelle. Alzo la testa e m’immergo nella vastità dell’eventuale. Conficco lo sguardo nella notte ed è come se la rovesciassi, se io stesso mi rovesciassi, mi riversassi nella volta stellata facendo l’esperienza di un inconoscibile che resta sempre accanto a me, che è anche dentro di me, e non semplicemente, non banalmente al di sopra di quello che considero il mio mondo terreno, materiale.
Al cospetto delle stelle, il pensiero ridiventa ingenuo, riassume l’incapacità umana di comprendere il Tutto e mette in campo la necessità di giustificare questa stessa incapacità. Il mio concetto di compiutezza, a tal proposito, non è altro che un riassorbimento locale della totalità dentro l’immanenza di un attimo.
In relazione alla nostra coscienza comune, la visione di un cielo stellato, come qualsiasi altra esperienza del limite, dovrebbe anzitutto far emergere, o addirittura risvegliare, il bisogno di una propria modalità singolare non disgiunta da una costante apertura verso tutti gli eventi pensabili. Una simile apertura costituisce, a mio avviso, la sola idea accettabile di totalità.
Costruire una propria autonomia di pensiero, a partire dall’unicità psicofisica che ci si riconosce, vuol dire riscoprirsi come totalità agente, come relazione e com-unicità tra la propria presenza «animata» e il mondo in cui quest’ultima nasce, evolve e si ricombina.
Devo ammetterlo: la ricerca incessante di un surrogato di totalità nell’immediatezza dell’esperienza che ho potuto farmi del mondo, è stata la mia personale ossessione, la mia lungimirante superstizione. Che poi un tale succedaneo della totalità io lo chiami compiutezza o com-unicità, poco importa. Il problema è un altro.
Quest’accanimento che ho messo nell’amore, questo fuoco che ho appiccato continuamente in me finendo per bruciare spesso gli altri, questa violenza poetica (non solo verbale) contro tutte le mie parole cadute in contraddizione, sono la patetica belligeranza di un uomo che non ha mai accettato l’idea del limite e la gravità precaria dell’esserci.
Quinto esercizio del giorno: fermarsi ad accogliere, in combutta con l’Altro, quelle che possiamo ritenere, mai del tutto arbitrariamente, le migliori trasformazioni del nostro mondo. Le riconosciamo quando il passare del tempo non ci ferisce più.
Nonostante una quota quasi inestirpabile di narcisismo, comune pressoché a chiunque metta in circolo le proprie opere, io ho sempre scritto e pubblicato per creare anzitutto (direi: soprattutto) delle relazioni felici e con un carattere di straordinarietà tra me e gli altri viventi. Interessandomi quindi assai marginalmente alla gloria letteraria, ho cercato d’allargare il mio bacino di lettori per aumentare le possibilità d’incontro e la soddisfazione del mio desiderio di complicità e bellezza. Ora, essendoci riuscito in diversi momenti della mia vita, posso ritenermi senz’altro un autore di successo.
Seduzione, sedizione, sedazione: le tre «sedi» più o meno ufficiali che hanno ospitato, nel corso degli anni, la trascurabile dismisura della mia poesia.
Laureana Cilento, 13-14 settembre 2025 (continua – 16). Illustrazione: Anna Malina.

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