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conoscenza estetica della materia, il fuoco è un destino, L'avvenenza del divenire, morte sorridente, Philipp Igumnov, saper vivere
Devo ammettere che vi sono dei punti di tangenza abbastanza curiosi tra il mio pensiero e le tradizioni sapienziali dell’Oriente.
La conoscenza, per quanto mi riguarda, come pure per gli orientali, non è legata meramente all’intelletto e alla ragione, ma concerne tutte le funzioni della singolarità umana, in quanto ogni stato dell’umano può e deve concorrere compiutamente alla conoscenza e all’uso dei saperi. Ancora: lo sviluppo della conoscenza è l’affinamento del saper vivere e non semplicemente un miglioramento delle logiche o un’accumulazione di informazioni più o meno pertinenti. In generale, ma non genericamente, la conoscenza non è un ambito separato, una specializzazione settoriale della presenza umana, bensì dinamica consustanziale al divenire e alla trasformazione ineludibile di tutte le cose; in altri termini, la conoscenza è sì illuminazione sul cambiamento, ma anche e soprattutto parte stessa del cambiamento.
Vi è però una differenza costitutiva tra la mia ricerca e i saperi orientali o tradizionali; differenza che fa di me un erede inoppugnabile di tutte le varianti dell’edonismo occidentale, mediterraneo: io affino la mia conoscenza, e rilego i miei saperi, cercando incessantemente di godere di ciò che so e di ciò che vorrò sapere. Il sapere, per me, non è quindi un contraltare del vuoto, un’eminenza della precarietà, ma sempre un saper vivere godendo il più possibile delle mie relazioni spirituali e carnali col mondo.
Intorno alla mia carne, la corteccia degli alberi che amo e che cerco di curare a partire dal mio desiderio di radici.
Dentro il mio sangue, un principio di linfa incurante dell’inverno.
Dissodamenti incauti. Sentieri appena abbozzati. Portavo in giro per il mondo un pensiero di semi, ma anche un sole malato di preclusioni derivanti dagli smarrimenti che scambiavo per poesia.
Senza confini, la nostra ospitalità del divenire. Dobbiamo credere più all’aurora, alle crepe dello scrupolo, e molto meno ai crepuscoli.
L’ombra della ragione non riesce a mettere in dubbio l’intimità che intratteniamo coi vicoli ciechi del possibile.
Prolungare la speranza non significa forse il dileggio della presenza irrimediabile?
L’impossibile è l’annuncio del pieno incoglibile: frutto che marcisce al vento della potenza senza nome e che nondimeno afferma la morte sorridente.
Io lo so, lo so d’aver incrociato più volte la grazia senza riconoscerla. Non per questo desisto dal coltivare il mio rifiuto della freddezza. Ho sotterrato troppi semi per non sapere che la germinazione continuerà a rivelarsi senza posa anche ai morti che sono stato.
Laureana Cilento, 20-24 gennaio 2026. Illustrazione: Philip Igumnov.
