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Valentina Cibin, La dinamica della gioia, prefaz. di C. Mangone, Ab imis, ebook, 2022.

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[ dalla prefazione di Carmine Mangone: ]

È difficile saper scrivere di ciò che si chiama vita. Si ha a che fare con continue mareggiate che ti trascinano al largo, con acqua che ti cola fra le dita, con direzioni che non sai prendere e che, nondimeno, finiscono per prenderti e per condurti verso naufragi patetici, inutili, oppure, ancor peggio, verso stupidi cimenti letterari.
Saper scrivere sulla vita non significa poi che tu abbia imparato a vivere o che la vita ti abbia insegnato a parlarne con semplicità, con tenerezza. Nella complessità moderna del banale, le cose più semplici restano paradossalmente le più ardue a dirsi.
Ancor più difficile è parlare della morte, trovare un senso sulla fine di un vivente, sulla morte di un amore, di un progetto, di un desiderio.
Dal 3 febbraio 2018, dal giorno della tua morte, ho cercato di poter fissare qualcosa su di te, sui diciassette anni del nostro amore, sul fatto che le lacrime non fossero sufficienti, e sul mio non voler accettare la possibilità di una tua assenza definitiva. (…)

Valentina Cibin nasce a Vigevano il 24 gennaio 1968 da padre veneto e madre lombarda. Si stabilisce poi a Prato con la famiglia nei tardi anni Settanta, dopo che il padre Luigi aveva vinto un concorso come baritono per il coro del Teatro Comunale di Firenze. Sempre nel capoluogo toscano, consegue il diploma di stilista di moda nel 1986 presso l’istituto professionale “Tornabuoni”.
Dalla tarda adolescenza inizia a scrivere i primi testi in versi, avendo come riferimenti, fra gli altri, Arthur Rimbaud, Dylan Thomas e Anaïs Nin. Oltre a ciò, esegue dei disegni dal tratto molto essenziale, sul quale incidono in maniera lampante gli studi da modellista di moda, e per molti anni partecipa al network della mail art. Va inoltre menzionata, almeno per i primi anni Novanta, la sua passione per la musica industrial (Coil, Einstürzende Neubauten, Current 93), nonché per un certo cinema d’avanguardia inglese (Jarman, Greenaway).
Mi capitò di leggere una sua poesia sul primo numero della fanzine veneta Aleph degli uomini minimi (1989) e fu proprio grazie a quella pubblicazione che entrammo in contatto qualche mese dopo. Nel 1994, per la casa editrice TraccEdizioni di Piombino, uscirà il suo Omnia: i giorni della luna nera, raccolta di frammenti poetici in prosa. Il suo stile resterà poi sostanzialmente immutato, raggiungendo il proprio culmine con La dinamica della gioia, scritto risalente al 1998 e rimasto inedito fino ad oggi, benché avesse vinto il Concorso Letterario “Anaïs Nin” Città di Pioltello nel 1999, riconoscimento che avrebbe dovuto comportare, stando al bando dell’iniziativa, la pubblicazione dell’opera, in seguito mai avvenuta per inottemperanza da parte dell’editore promotore del premio.

Si scrive per cercare un varco fra le morti di chi abbiamo amato, di chi ha sorriso di fronte alla morte mentre noi distoglievamo lo sguardo, ma anche per coloro che ameranno il mondo dopo di noi, per i poeti che non abbiamo riconosciuto, per le passanti che abbiamo incrociato senz’avere il coraggio di fermarle, d’invitarle a sorridere in nostra compagnia davanti a un caffè, a un libro aperto, a un destino comune, e che restano, pur tuttavia, la bellezza imponderabile del divenire.
Si scrive, in altre parole, per accarezzare l’ignoto e per restare su una soglia dove non si è mai soli, dove l’attesa muore, dove l’Altro è una perenne mano tesa verso la com-unicità.
Si scrive, dunque, per far sì che la poesia resti o diventi un’esperienza, una disponibilità, una fuga dal cerchio magico delle opinioni dominanti, e non un’occlusione autoreferenziale del senso.
La poesia è costruzione di un entusiasmo non recuperabile, di una morte sorridente, di un tumulto accogliente, comune, oppure non è. (…)

Valentina Cibin (3 dicembre 1993)