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Il bene si annida nei momenti in cui smettiamo di pregare la vita.
Si continua a cercare, a interpretare il mondo, anche se la voglia di mollare è tanta.
Perché insistere? Perché ripararsi dalla pioggia che laverà via tutto?
Ogni tanto una mietitura, un abbraccio.
Si continua a raccontare per non arrendersi a un punto finale. – Paradosso lieto, partecipe, di chi prega l’assenza di Dio, ma non certo l’assenza di un accordo.
Tornare alle interrogazioni di sempre, alle interrogazioni che fanno casa, che ci tengono al caldo, malgrado l’inutilità o la pesantezza dei responsi.
Quando l’incontro tra interrogazione e interrogato giunge a costruire un’ospitalità capace di rendere trasparenti anche le contraddizioni, la ricerca si trasforma in abito confortevole (e non sempre confortante) per la nostra unicità riottosa, mortale.
Si ospita il possibile di tutte le cose, la potenza dell’indicibile e si diventa cassa di risonanza degli elementi. Il divenire ci attraversa e noi siamo gli amici del suo movimento, benché questo stesso movimento finisca per ucciderci.
Poco male. Credere a un senso della nostra presenza è già un essere presenti a ogni senso possibile dell’andare. Il passaggio del testimone ci onora e ci rende amici di ogni impertinenza dell’affetto. Il pessimismo lo lasciamo dunque ben volentieri a chi continua a credersi il padrone di qualcosa.

Laureana Cilento, 25 gennaio 2026. La foto è mia.