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Resto in ascolto…
L’opacità della parola non rende prevedibili tutte le voci.
Un seme di poesia può attecchire anche tra i discorsi di circostanza.
Le polveri bagnate non sempre sono il sintomo di una banalità imminente.

Nel mondo islamico, i 99 nomi di Dio, o Asmāʾ al-ḥusnā (أسماء الحسنى), ossia i «nomi più belli», i «nomi più eccelsi» di Allah, sono gli attributi divini fondamentali, i quali mettono in luce le qualità e la perfezione di Dio.
Una sorta di rosario, insomma, visto che il Corano esorta alla loro conoscenza e alla loro invocazione in modo da garantirsi delle ricompense spirituali e l’ingresso in paradiso.

Nomi, per sempre nomi. Dall’origine del pensiero simbolico, siamo condannati alla nominazione che scongiura il decadimento, lo smarrimento.

Adamo dà un nome a ogni altro vivente e crede di possederne lo «spirito», invece finisce per essere posseduto dal dominio stesso dei nomi. Proprio per questo, l’umano orbita incessantemente intorno a Dio senza trattenerlo una volta per tutte dentro una denominazione. Ha paura della caduta ultima, inespiabile, e si tiene stretta l’opacità della parola pur bramando senza posa la luce, la trasparenza, il riaffioramento definitivo.

Il centesimo nome è la determinazione di una grazia che io continuo a chiamare poesia.
Un accenno di miracolo.
Una conoscenza appena sufficiente dell’impossibile.
Sprone, soglia, consonanza.
Azione che dice il bello.
Disposizione affettuosa verso le trasformazioni che mi comportano.
Morte sorridente di tutte le parole.

Il centesimo nome è la fine dei numeri, anche.
L’estenuazione del render conto, del racconto.
La follia della luce.
Il narratore che alza una bandiera nera sotto uno zodiaco inutilmente saccheggiato.
Liberazione del cielo.
Liberazione della terra.
Risveglio.

In mattinata, mi è capitato di salvare un geco intirizzito dal freddo di gennaio. Ora, può starsene a sognare nugoli d’insetti dietro un mobile della cucina in attesa della primavera.
Questo salvataggio, quest’accortezza nei confronti del vivente, stacca qualche croce dal mio cuore e mi fa sorridere in faccia al maestrale.

Ospitalità è prendersi cura anche della stanchezza del più piccolo mondo. Il giusto non conosce vuoti. La saggezza è una casa con un numero spropositato di stanze accoglienti.

Laureana Cilento, 29 gennaio 2026. La foto è mia.